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15 maggio – venerdì Tempo di Pasqua – 5a Settimana

15 maggio – venerdì Tempo di Pasqua – 5a Settimana
10/10/2019 elena

15 maggio – venerdì
Tempo di Pasqua – 5a Settimana

Prima lettura
(At 15,22-31)

   In quei giorni, agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene di scegliere alcuni di loro e di inviarli ad Antiòchia insieme a Paolo e Bàrnaba: Giuda, chiamato Barsabba, e Sila, uomini di grande autorità tra i fratelli. E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo. Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose. È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!». Quelli allora si congedarono e scesero ad Antiòchia; riunita l’assemblea, consegnarono la lettera. Quando l’ebbero letta, si rallegrarono per l’incoraggiamento che infondeva.

La proibizione della fornicazione

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 154, a. 2, soluzione 1)

   1. La fornicazione fu enumerata [dagli Apostoli] con quelle altre pratiche non perché fosse alla pari con esse quanto alla colpevolezza, ma perché alla pari con esse poteva provocare un dissidio fra i Giudei e i gentili, e impedire la loro concordia. Poiché presso i gentili, per la corruzione della ragione naturale, la fornicazione semplice non era considerata illecita, mentre i Giudei, istruiti dalla legge divina, la reputavano illecita. Invece le altre cose ricordate in quel testo erano in abominio presso i Giudei in quanto abituati alle osservanze legali. Perciò gli apostoli le proibirono ai gentili non perché intrinsecamente illecite, ma perché ritenute abominevoli dai Giudei, come si è detto anche sopra.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 154, a. 2, ad primum)

   Ad primum ergo dicendum quod fornicatio illis connumeratur, non quia habeat eandem rationem culpae cum aliis, sed quantum ad hoc, quod ex his quae ibi ponuntur similiter poterat dissidium generari inter Iudaeos et gentiles, et eorum unanimis consensus impediri. Quia apud gentiles fornicatio simplex non reputabatur illicita, propter corruptionem naturalis rationis, Iudaei autem, ex lege divina instructi, eam illicitam reputabant. Alia vero quae ibi ponuntur, Iudaei abominabantur propter consuetudinem legalis conversationis. Unde apostoli ea gentilibus interdixerunt, non quasi secundum se illicita, sed quasi Iudaeis abominabilia, ut etiam supra [I-II q. 103 a. 4 ad 3] dictum est.

Vangelo
(Gv 15,12-17)

   In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Nessuno ha un amore più grande…

San Tommaso
(Quodlibet 5, q. 3, a. 2, soluzione)

   Ciò che è più importante in qualunque genere è la misura delle cose che appartengono a quel genere, come risulta dal Filosofo (Metafisica 10, 1052 b 19-1054 a 19); ora, la cosa più importante nel genere dell’amore degli uomini è l’amore con cui uno ama se stesso; quindi da questo amore è necessario prendere la misura dell’amore con cui uno ama un altro. Per cui anche nell’Etica (9, 1166 a 1-2) il Filosofo dice che gli aspetti amichevoli che riguardano un altro sono venuti dagli aspetti amichevoli che riguardano se stesso. Ora, appartiene all’amore con cui uno ama se stesso che uno voglia per sé il bene: per cui tanto più si prova che uno ama un altro quanto più tralascia per l’amico il bene che vuole per sé, secondo quelle parole (Pr 12,26): «Chi trascura un danno per l’amico, è giusto». Ora, l’uomo vuole per sé un triplice bene particolare, cioè l’anima, il corpo e le realtà esteriori: è quindi un certo segno di amore che uno nelle realtà esteriori patisca detrimento per un altro; ma è un maggiore segno di amore se patisce anche un detrimento del proprio corpo, sostenendo per l’amico fatiche o percosse; è infine il massimo segno di amore se vuole deporre anche la sua anima, morendo per l’amico.
   Che dunque Cristo patendo per noi abbia dato la sua anima fu il più grande segno di amore; che invece abbia dato il suo corpo in cibo sotto il sacramento non comporta alcun suo detrimento: per cui è chiaro che il primo è un più grande segno di amore. Per cui questo sacramento è anche un certo memoriale e figura della passione di Cristo; ora, la verità ha la preminenza sulla figura, e la realtà sul memoriale.

Testo latino di San Tommaso
(Quodlibet 5, q. 3, a. 2, responsio)

   Dicendum, quod illud quod est potissimum in unoquoque genere, est mensura omnium eorum quae sunt illius generis, ut patet per philosophum in 10 Metaphys. Potissimum autem in genere amoris hominum est amor quo quis amat seipsum; et ideo ex hoc amore necesse est mensuram accipere omnis amoris quo quis alium amat. Unde et in 9 Eth. philosophus dicit, quod amicabilia quae sunt ad alterum, veniunt ex amicabilibus quae sunt ad seipsum. Pertinet autem ad amorem quo quis amat seipsum, ut velit sibi bonum: unde tanto aliquis alium magis amare probatur, quanto magis bonum quod sibi vult, propter amicum praetermittit, secundum illud Prov. 12,26:qui negligit damnum propter amicum, iustus est. Vult autem homo sibi triplex bonum particulare; quae sunt anima, corpus et res exteriores. Est ergo aliquod signum amoris quod aliquis in rebus exterioribus propter alium detrimentum patiatur; maius autem amoris signum, si etiam corporis proprii detrimentum patiatur, vel labores vel verbera pro amico sumendo; maximum autem dilectionis signum, si etiam animam suam deponere velit, pro amico moriendo. Quod ergo Christus pro nobis patiendo animam suam posuit, maximum fuit dilectionis signum. Quod autem corpus suum dedit in cibum sub sacramento, ad nullum detrimentum ipsius pertinet. Unde patet quod primum est maius dilectionis signum: unde et hoc sacramentum est memoriale quoddam et figura passionis Christi; veritas autem praeeminet figurae, et res memoriali.

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