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10 maggio Quinta Domenica di Pasqua

10 maggio Quinta Domenica di Pasqua
10/10/2019 elena

10 maggio
Quinta Domenica di Pasqua

Prima lettura (At 6,1-7)

   In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.

L’istituzione dei diaconi

San Tommaso
(Suppl. q. 37, a. 2, corpo;
4 Sent., dist. 24, q. 2, a. 1, q.la 2)

   Cercando quindi un’altra spiegazione, diremo che il sacramento dell’ordine è ordinato al sacramento dell’Eucarestia, il quale a detta di Dionigi è «il sacramento dei sacramenti». Infatti come il tempio, l’altare, i vasi sacri e le vesti, ordinati all’Eucarestia, hanno bisogno di consacrazione, così ne hanno bisogno i ministri: e tale consacrazione costituisce il sacramento dell’ordine. Perciò anche la divisione dell’ordine va desunta in rapporto all’Eucarestia. Infatti il potere dell’ordine ha per oggetto o la consacrazione dell’Eucarestia medesima, oppure qualche funzione a essa ordinata. Nel primo caso si ha l’ordine dei sacerdoti. Ecco perché quando questi vengono ordinati ricevono il calice col vino e la patena col pane, ricevendo così il potere di consacrare il corpo e il sangue di Cristo. A sua volta la cooperazione dei ministri è in ordine o al sacramento stesso, o a quelli che devono riceverlo. Nel primo caso si presenta sotto forma di cooperazione nel sacramento stesso, rispetto però alla distribuzione, non alla consacrazione, che è riservata al sacerdote. Ed è il compito del diacono. Ecco perché nel testo [delle Sentenze] si legge che «ai diaconi spetta ministrare ai sacerdoti in tutto ciò che riguarda i sacramenti di Cristo». Per cui anch’essi distribuiscono il sangue.

Testo latino di San Tommaso
(Suppl. q. 37, a. 2 corpus;

4 Sent., dist. 24, q. 2, a. 1, q.la 2)

   Et ideo aliter dicendum est, quod ordinis sacramentum ad sacramentum Eucharistiae ordinatur quod est sacramentum sacramentorum, ut dicit Dionysius. Sicut enim templum et altare et vasa et vestes, ita et ministeria quae ad Eucharistiam ordinantur, consecratione indigent; et haec consecratio est ordinis sacramentum; et ideo distinctio ordinum est accipienda secundum relationem ad Eucharistiam; quia potestas ordinis aut est ad consecrationem Eucharistiae ipsius, aut ad aliquod ministerium ordinandum ad hoc. Si primo modo, sic est ordo sacerdotum; et ideo cum ordinantur, accipiunt calicem cum vino, et patenam cum pane, potestatem accipiendo consecrandi corpus et sanguinem Christi. Cooperatio autem ministrorum est vel in ordine ad ipsum sacramentum, vel in ordine ad suscipientes. Si primo, sic tripliciter. Primo enim est ministerium quo minister cooperatur sacerdoti in ipso sacramento quantum ad dispensationem, licet non quantum ad consecrationem, quam solus sacerdos facit; et hoc pertinet ad diaconum; unde in littera dicitur, quod ad diaconum pertinet ministrare sacerdotibus in omnibus quae aguntur in sacramentis Christi, unde et ipsi sanguinem dispensant.

Seconda lettura
(1 Pt 2,4-9)

   Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso». Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo e sasso d’inciampo, pietra di scandalo. Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.

L’offerta del proprio corpo
come sacrificio a Dio

San Tommaso
(Sulla lettera ai Romani,
c. 12, lez. 1, v. 1)

   Occorre sapere che, come dice S. Agostino nel decimo libro della Città di Dio (c. 5), il sacrificio visibile, che viene offerto a Dio esteriormente, è segno del sacrificio invisibile con il quale ciascuno offre in obbedienza a Dio se stesso e i suoi beni. Ora, l’uomo possiede un triplice bene. In primo luogo il bene dell’anima, che offre a Dio mediante la devozione e l’umiltà della contrizione, secondo il Sal 50,19: «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio». In secondo luogo l’uomo possiede i beni esteriori, che offre a Dio con l’elargizione delle elemosine. Perciò in Eb 13,2 si dice: «Non dimenticatevi della beneficenza e della comunione: infatti Dio si compiace di tali sacrifici». In terzo luogo possiede il bene del proprio corpo, e in riferimento ad esso dice di offrire a Dio il proprio corpo, come vittima spirituale. E l’animale immolato a Dio veniva detto «ostia» perché veniva offerto per la vittoria dei nemici, o per la sicurezza da essi; oppure anche perché veniva immolato sulla porta (ostium) del tabernacolo.
   L’uomo poi offre a Dio il suo corpo come vittima in tre modi. In un primo modo quando qualcuno espone il suo corpo alla passione e alla morte per Dio, come si dice di Cristo in Ef 5,2: «Offrì se stesso come vittima e sacrificio a Dio». E l’Apostolo dice di se stesso in Fil 2,17: «Sono contento e godo se sono immolato sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede». In un secondo modo quando l’uomo mortifica il proprio corpo con digiuni e veglie per servire Dio, secondo le parole di 1 Cor 9,27: «Tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù». In un terzo modo quando l’uomo offre il suo corpo per compiere le opere della giustizia e del culto divino. Rm 6,19: «Mettete le vostre membra a servizio della giustizia per la santificazione».

Testo latino di San Tommaso
(Super epistolam ad Romanos,
c. 12, lect. 1, v. 1)

   Circa quod sciendum est quod, sicut Augustinus dicit 10 De civit. Dei, visibile sacrificium, quod exterius Deo offertur, signum est invisibilis sacrificii, quo quis se et sua in Dei obsequium exhibet. Habet autem homo triplex bonum. Primo quidem bonum animae, quod exhibet Deo per devotionis et contritionis humilitatem, secundum illud Ps. 1,19: sacrificium Deo spiritus contribulatus. Secundo habet homo exteriora bona, quae exhibet Deo per eleemosynarum largitionem. Unde dicitur Hebr. ult.: beneficentiae et communionis nolite oblivisci, talibus enim hostiis promeretur Deus. Tertio habet homo bonum proprii corporis: et quantum ad hoc dicit, ibi ut exhibeatis, scilicet Deo, corpora vestra, sicut quamdam spiritualem hostiam. Dicebatur autem animal Deo immolatum hostia, vel quia pro victoria hostium offerebatur, seu pro securitate ab hostibus, vel quia ad ostium tabernaculi immolabatur. Exhibet autem homo Deo corpus suum ut hostiam tripliciter. Uno quidem modo, quando aliquis corpus suum exponit passioni et morti propter Deum, sicut dicitur de Christo Eph. 5,2: tradidit semetipsum oblationem et hostiam Deo. Et apostolus dicit de se Phil. 2,17: si immolor supra sacrificium et obsequium fidei vestrae, gaudeo. Secundo per hoc quod homo corpus suum ieiuniis et vigiliis macerat ad serviendum Deo, secundum illud 1 Cor. 9,27: castigo corpus meum, et in servitutem redigo. Tertio per hoc quod homo corpus suum exhibet ad opera iustitiae et divini cultus exequenda. Supra 6,19: exhibete membra vestra servire iustitiae in sanctificationem.

Vangelo (Gv 14,1-12)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

Le opere dei credenti

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 14, lez. 3, V, v. 12)

   In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre.
   Dice dunque innanzitutto: In verità, in verità io vi dico, come se dicesse: le opere che io faccio sono così grandi da dare una prova sufficiente della mia divinità; ma se non vi bastano, guardate le opere che farò per mezzo di altri. Infatti che un uomo compia non solo da se stesso, ma anche per mezzo di altri, delle cose straordinarie, è il segno per eccellenza di un grande potere; per cui dice: In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio; e queste parole mostrano non solo la verità della divinità in Cristo, ma anche la potenza della fede, e l’unione di Cristo con i fedeli. Come infatti Cristo opera grazie al Padre che dimora in lui per unità di natura, così anche i fedeli operano grazie a Cristo che dimora in essi mediante la fede. Ef 3,17: «Che Cristo abiti mediante la fede nei vostri cuori». Ora, le opere che Cristo ha compiuto e che i discepoli compiono per la potenza di Cristo sono le opere dei miracoli. Mc 16,17: «Questi saranno i segni che seguiranno coloro che avranno creduto: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno in lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti ecc.».
   Ma ciò che aggiunge ci colpisce: e ne compirà di più grandi. In un primo modo si potrebbe dire che il Signore compie mediante gli Apostoli delle opere più numerose e più grandi di quelle compiute da lui stesso. Infatti il più grande dei miracoli compiuti da Cristo fu quello che dei malati venivano guariti solo toccando la frangia del suo mantello, come riporta S. Matteo (9,20). Ma negli Atti degli Apostoli (5,15) si legge di S. Pietro che i malati guarivano al passaggio della sua ombra. Ora, è una cosa più grande che a guarire sia l’ombra piuttosto che la frangia del mantello. In secondo luogo si può dire che Cristo ha compiuto opere più numerose con le parole dei discepoli che con le proprie. Infatti qui il Signore parla delle opere che erano state fatte con delle parole, come dice S. Agostino, chiamando opere le parole che egli diceva, e il cui frutto era la loro fede. Si legge infatti (Mt 19,21-22), a proposito di Cristo, che il giovane ricco non fu indotto dalle sue parole a lasciare ciò che aveva e a seguirlo. Infatti dopo le parole: «Va’, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri», si aggiunge: «egli se ne andò via triste». Invece a proposito di Pietro e degli altri Apostoli si legge negli Atti (4,34-35) che coloro ai quali essi predicavano vendevano i loro possedimenti e tutto ciò che avevano, e ne portavano il prezzo ai piedi degli Apostoli.
   Qualcuno però potrebbe obiettare che il Signore non dice che saranno gli Apostoli a fare cose maggiori, ma colui che crede in me. Allora chi non ha fatto delle opere più grandi di quelle di Cristo non deve essere annoverato fra i credenti in Cristo? Al contrario! Sarebbe duro affermarlo.
   Quindi bisogna pensare diversamente, e dire che Cristo compie una duplice opera. Una senza di noi, come creare il cielo e la terra, risuscitare i morti e cose simili; un’altra in noi, ma non senza di noi: e questa è l’opera della fede, mediante la quale l’empio è giustificato. È dunque di queste opere che il Signore parla qui, di quelle che sono comuni al credente e a lui. Ed è questa l’opera che Cristo compie in noi, ma non senza di noi: poiché ogni uomo che crede fa la stessa cosa, in quanto ciò che è fatto in me da Dio è anche fatto in me da me stesso, cioè dal mio libero arbitrio. Per questo l’Apostolo dice (1 Cor 15,10) «Non io però – intendi: solo –, ma la grazia di Dio con me». E di queste opere dice: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi, poiché è più grande giustificare l’empio che creare il cielo e la terra: infatti la giustificazione dell’empio, di per sé, dura per l’eternità. Sap 1,15: «La giustizia è perpetua e immortale». Invece «il cielo e la terra passeranno», come si legge in S. Luca (21,33). Parimenti, anche per il fatto che l’opera materiale è ordinata alla spirituale, e il cielo e la terra sono un’opera materiale, mentre la giustificazione dell’empio è spirituale.
   Ma qui si affaccia un dubbio: poiché nella creazione del cielo e della terra è inclusa anche la creazione degli angeli santi. Allora chi coopera con Cristo alla propria giustificazione compie un’opera più grande della creazione di un angelo? S. Agostino non lo determina, ma dice: «Giudichi chi può se è un’opera più grande creare gli angeli o giustificare gli uomini empi; certo, se la potenza è uguale in entrambi i casi, in quest’ultimo la misericordia è maggiore». Se però consideriamo con attenzione di quali opere il Signore qui parli, non preferiamo la creazione degli angeli alla giustificazione dell’empio. Infatti nelle parole: e ne compirà di più grandi non dobbiamo intendere tutte le opere di Cristo, ma forse soltanto quelle che egli compiva in quel momento. Ora, è per la parola della fede che le compiva; e certamente è meno grande predicare le parole della giustizia – cosa che egli fa senza di noi – che giustificare degli empi, cosa che fa in noi, però in modo che lo facciamo anche noi.
   Assegna poi la ragione di ciò che ha detto, che cioè costui farà cose più grandi, dicendo: perché io vado al Padre. E ciò può essere inteso in tre modi. Uno secondo il Crisostomo: io opero per tutto il tempo in cui sono nel mondo, ma quando sarò partito sarete voi al mio posto, e quindi le cose che faccio io le farete voi, e ne farete anche di più grandi, perché io vado al Padre, e da quel momento non farò nulla da me stesso, cioè predicando.
   Oppure in questo senso: i Giudei pensano che quando io sarò stato ucciso, la fede degli uomini in me scomparirà; ma ciò non è vero, anzi, essa aumenterà, e voi farete delle opere più grandi perché io vado al Padre; cioè non sparisco, ma mi troverò nella dignità mia propria, e sarò in cielo: «Ora è stato glorificato il Figlio dell’uomo» (13,34).
   Oppure in un terzo modo: farete delle opere più grandi, e ciò perché io vado al Padre; come per dire: quando sarò più glorificato, conviene che io faccia delle opere più grandi. Quindi, prima che Gesù fosse glorificato, lo Spirito Santo non fu dato ai discepoli con quella pienezza in cui fu dato in seguito: «Lo Spirito non era stato dato poiché Gesù non era stato ancora glorificato» (7,19).

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem,

c. 14, lect. 3, V, v. 12)

   Dicit ergo primo amen, amen dico vobis, quasi dicat: opera quae ego facio, adeo magna sunt quod praebent sufficienter argumentum divinitatis meae; sed si haec vobis non sufficiant, respiciatis ad opera quae per alios facturus sum. Potissimum enim signum magnae virtutis est ut homo non solum per se, sed etiam per alios eximia operetur; et ideo dicit amen, amen, dico vobis: qui credit in me, opera quae ego facio, et ipse faciet: quae verba non solum monstrant virtutem divinitatis in Christo, sed etiam virtutem fidei, et coniunctionem Christi cum fidelibus. Sicut enim Filius operatur propter Patrem in se manentem per unitatem naturae, ita et fideles operantur propter Christum in se manentem per fidem; Eph. 3,17: habitare Christum per fidem in cordibus vestris. Opera autem quae Christus fecit et discipuli faciunt virtute Christi sunt opera miraculorum; Mc. ult., 17: signa autem eos qui crediderint, haec sequentur: in nomine meo daemonia eiicient, linguis loquentur novis, serpentes tollent et cetera. Sed mirabile est quod subdit et maiora horum faciet. Uno modo ut dicamus quod Dominus per apostolos plura et maiora facit quam per seipsum. Maximum enim inter miracula Christi fuit quod ad tactum fimbriae eius sanabantur infirmi, ut habetur Matth. 9,20. Sed de Petro legitur Act. 5,15 quod ad eius umbram sanabantur infirmi. Magis autem est quod sanet umbra quam fimbria. Alio modo ut dicamus quod Christus plura fecit per verba discipulorum, quam per sua. Loquitur enim hic Dominus de operibus quae facta erant per verba, ut Augustinus dicit, quae opera tunc dicebat ubi verba quae loquebatur, et eorumdem verborum fructus erat fides illorum. Legitur enim de Christo Matth. 19,22, quod adolescens non fuit inductus ad vendendum quae habebat, et eum sequendum. Nam cum diceret adolescenti: vade, et vende omnia quae habes, et da pauperibus, subditur: abiit tristis. Sed de Petro et aliis apostolis legitur Act. 4, quod eis praedicantibus vendebant possessiones et omnia quae habebant, et afferebant pretium earum ad pedes apostolorum. Sed obviat aliquis, quod Dominus non dicit quod apostoli maiora facient, sed qui credit in me. Numquid ergo qui non fecit maiora quam Christus, non est computandus inter credentes in Christum? Absit. Durum enim esset hoc. Ideo dicendum est aliter, quod Christus duplex opus facit. Unum sine nobis, videlicet creare caelum et terram, suscitare mortuos, et huiusmodi; aliud operatur in nobis, sed non sine nobis: quod est opus fidei, per quod vivificatur impius. De istis ergo loquitur hic Dominus, quae sunt communia credenti. Et hoc est opus quod facit Christus in nobis, sed non sine nobis; quia eadem facit quicumque credit: quia quod fit in me per Deum, fit in me etiam per meipsum, scilicet per liberum arbitrium. Unde dicit apostolus: non autem ego, supple, solus, sed gratia Dei mecum. Et de istis dicit opera quae ego facio, et ipse faciet, et maiora horum faciet: quia maius est iustificare impium quam creare caelum et terram. Nam iustificatio impii, quantum est de se, perseverat in aeternum; Sap. 1,15: iustitia perpetua est et immortalis. Caelum autem et terra transibunt, ut dicitur Lc. 21,33. Item, quia opus corporale ordinatur ad spirituale: caelum autem et terra opus corporale est, iustificatio vero impii opus spirituale. Sed hic incidit dubium. Nam in creatione caeli et terrae includitur creatio etiam sanctorum Angelorum. Numquid ergo maiora facit qui cooperatur Christo ad suam iustificationem quam creare Angelum? Quod Augustinus non determinat sed dicit: iudicet qui potest utrum maius sit iustos creare Angelos quam impios homines iustificare: certe si aequalis est utrumque potentiae, haec maioris est misericordiae. Si autem diligenter attendamus de quibus operibus Dominus hic loquatur non praeferimus creationem Angelorum iustificationi impii. Non enim per hoc quod dicit et maiora horum faciet, oportet nos intelligere omnia opera Christi; sed illa tantum fortassis quae tunc faciebat. Tunc autem verbo fidei faciebat: et utique minus est verba iustitiae praedicare, quod fecit praeter nos, quam impios iustificare, quod ita facit in nobis ut faciamus et nos. Consequenter assignat rationem dicti, ideo maiora faciet, dicens quia ad Patrem vado. Quod potest tripliciter adaptari. Uno modo secundum Chrysostomum. Ego operor quamdiu sum in mundo, sed, me recedente, vos eritis loco mei: et ideo quae ego facio, vos facietis, et etiam maiora quia ego vado ad Patrem, et ultra per meipsum nihil operor, scilicet praedicando. Alio modo, ut sit sensus; Iudaei credunt quod me occiso fides mea extinguatur; et hoc non est verum, immo magis approbabitur, et vos maiora facietis quia vado ad Patrem; idest, non pereo, sed in propria maneo dignitate, et in caelis ero; supra 13,31: nunc clarificatus est Filius hominis, et Deus clarificatus est in eo. Tertio modo: maiora facietis, et hoc, quia vado ad Patrem; quasi diceret: dum ero magis glorificatus, decet me maiora facere, et etiam dare vobis virtutes maiora faciendi. Unde, antequam Iesus esset glorificatus, Spiritus non fuit datus discipulis in ea plenitudine in qua datus est postmodum; supra 7, v. 39: nondum erat Spiritus datus, quia Iesus nondum erat glorificatus.

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