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3 maggio Quarta Domenica di Pasqua

3 maggio Quarta Domenica di Pasqua
10/10/2019 elena

3 maggio
Quarta Domenica di Pasqua

Prima lettura
(At 2,14a. 36-41)

   Nel giorno di Pentecoste, Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.

Il battesimo e la salvezza

San Tommaso
(S. Th. III, q. 68, aa. 1 e 2, corpo)

   Gli uomini sono tenuti a ciò che è indispensabile per conseguire la salvezza. è chiaro d’altra parte che nessuno può conseguire la salvezza se non per mezzo di Cristo. Per cui S. Paolo dice: Come per la colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione che dà vita (Rm 5,18). Ora, il battesimo viene dato proprio per questo: perché l’uomo da esso rigenerato sia incorporato a Cristo, divenendo suo membro; per cui è detto: Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo (Gal 3,27). Perciò è evidente che tutti gli uomini sono tenuti al battesimo, e senza di esso non ci può essere salvezza.
   Ma si può essere senza battesimo in due modi. Primo, di fatto e di proposito, come capita a coloro che non sono battezzati né vogliono esserlo. E allora si ha evidentemente il disprezzo del sacramento, da parte di coloro che hanno l’uso del libero arbitrio. Perciò chi è senza battesimo in questo modo non può conseguire la salvezza, poiché né sacramentalmente né intenzionalmente è incorporato a Cristo, nel quale soltanto è possibile la salvezza. – Secondo, uno può essere senza battesimo di fatto, ma non di proposito: p. es., quando uno desidera di essere battezzato, ma viene accidentalmente prevenuto dalla morte prima di ricevere il battesimo. Ora, costui può conseguire la salvezza senza il battesimo attuale grazie al desiderio del battesimo, il quale nasce dalla fede che opera mediante la carità [Gal 5,6], attraverso la quale l’uomo viene santificato interiormente da Dio, il cui potere non è vincolato ai sacramenti. Ed è quanto dice appunto S. Ambrogio parlando di Valentiniano, che era morto da catecumeno: «Io ho perduto lui che stavo per rigenerare, ma lui non ha perduto la grazia che aveva domandato».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 68, aa. 1 e 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod ad illud homines tenentur sine quo salutem consequi non possunt. Manifestum est autem quod nullus salutem potest consequi nisi per Christum, unde et apostolus dicit, Rom. 5 [18], sicut per unius delictum in omnes homines in condemnationem, sic et per unius iustitiam in omnes homines in iustificationem vitae. Ad hoc autem datur Baptismus ut aliquis, per ipsum regeneratus, incorporetur Christo, factus membrum ipsius, unde dicitur Gal. 3 [27], quicumque in Christo baptizati estis, Christum induistis. Unde manifestum est quod omnes ad Baptismum tenentur; et sine eo non potest esse salus hominibus.
   Respondeo dicendum quod sacramentum Baptismi dupliciter potest alicui deesse. Uno modo, et re et voto, quod contingit in illis qui nec baptizantur nec baptizari volunt. Quod manifeste ad contemptum sacramenti pertinet, quantum ad illos qui habent usum liberi arbitrii. Et ideo hi quibus hoc modo deest Baptismus, salutem consequi non possunt, quia nec sacramentaliter nec mentaliter Christo incorporantur, per quem solum est salus. – Alio modo potest sacramentum Baptismi alicui deesse re, sed non voto, sicut cum aliquis baptizari desiderat, sed aliquo casu praevenitur morte antequam Baptismum suscipiat. Talis autem sine Baptismo actuali salutem consequi potest, propter desiderium Baptismi, quod procedit ex fide per dilectionem operante, per quam Deus interius hominem sanctificat, cuius potentia sacramentis visibilibus non alligatur. Unde Ambrosius dicit de Valentiniano, qui catechumenus mortuus fuit, quem regeneraturus eram, amisi, veruntamen ille gratiam quam poposcit, non amisit.

Seconda lettura
(1 Pt 2,20b-25)

   Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime.

La pienezza della grazia
e delle virtù in Cristo

San Tommaso
(S. Th. III, q. 7, aa. 9, 11, 2, corpo)

   Avere la pienezza di una cosa vuol dire possederla totalmente e perfettamente. Ma la totalità e la perfezione possono essere considerate sotto due aspetti. Primo, quanto all’intensità: avrebbe, p. es., pienamente la bianchezza chi ne avesse tanta quanta se ne può avere. Secondo, quanto alla virtualità: ha, p. es., la pienezza della vita chi ne possiede tutti gli effetti e le opere. E così ha la pienezza della vita l’uomo, non i bruti né le piante. – Ora, sotto ambedue gli aspetti Cristo ebbe la pienezza della grazia. Primo, perché l’aveva nel grado sommo e nel modo più perfetto in cui la si può avere. E ciò si spiega innanzitutto per l’intimità fra l’anima di Cristo e la fonte della grazia. Si è detto infatti che quanto più un essere ricettivo è vicino alla causa influente, tanto più ne riceve. Così dunque l’anima di Cristo, che è unita a Dio più intimamente di tutte le creature razionali, riceve da lui la massima effusione di grazia. Secondo, in rapporto all’effetto. Poiché l’anima di Cristo riceveva la grazia con il compito di farla rifluire sugli altri. Perciò occorreva che avesse la grazia al massimo grado: come il fuoco, che causa il calore nelle altre cose, è caldo in sommo grado. – Parimenti anche riguardo alla virtualità della grazia, egli ne ebbe la pienezza: poiché l’ebbe per tutte le operazioni e per tutti gli effetti ad essa propri. E ciò perché la grazia venne conferita a lui quale principio universale nei riguardi di tutti coloro che la ricevono. Ora, la virtù del primo principio in ogni ordine di cose si estende a tutti gli effetti di quell’ordine: come il sole, che secondo Dionigi è la causa di ogni generazione, estende il suo potere a tutti i fenomeni della generazione. E così la seconda pienezza della grazia in Cristo viene intesa nel senso che la sua grazia si estende a tutti i suoi effetti, che sono le virtù, i doni e altre simili cose.
   Come risulta da quanto detto sopra, in Cristo possiamo considerare una duplice grazia. La prima è la grazia dell’unione, che è lo stesso unirsi personalmente al Figlio di Dio, gratuitamente concesso alla natura umana. E questa è una grazia infinita, essendo infinita la persona del Verbo. – L’altra invece è la grazia abituale, che può essere considerata sotto due aspetti. Primo, in quanto è una certa entità. E allora è necessariamente un’entità finita. Infatti ha per soggetto l’anima di Cristo, la quale è una certa creatura, avente una capacità limitata. Perciò l’entità della grazia, corrispondendo al suo soggetto, non può essere infinita. – Secondo, può essere considerata nella sua stessa natura di grazia. E allora la grazia può dirsi infinita, nel senso che non ha limiti: Cristo infatti possiede tutto ciò che appartiene all’essenza della grazia senza alcuna restrizione, poiché secondo la gratuita volontà di Dio [Rm 4,5], a cui spetta il diritto di misurare la grazia, questa viene conferita all’anima di Cristo come a una certa causa universale di gratificazione nella natura umana, come è detto in Ef 1 [6]: Ci ha gratificati nel suo Figlio diletto. Come se dicessimo che è infinita la luce del sole, non certo nella sua entità, ma nella sua luminosità, avendo essa ogni possibile luminosità.
   Nella Seconda Parte abbiamo detto che le virtù perfezionano le potenze dell’anima, come la grazia perfeziona la sua essenza. Per cui è necessario che come le potenze dell’anima derivano dalla sua essenza, così le virtù siano come delle derivazioni della grazia. Ora, più una causa è perfetta e più influisce sugli effetti. Di conseguenza, essendo stata la grazia di Cristo perfettissima, da essa necessariamente scaturirono le virtù perfettive delle singole potenze dell’anima quanto a tutte le sue operazioni. Quindi Cristo aveva tutte le virtù.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 7, aa. 9, 11, 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod plene dicitur haberi quod totaliter et perfecte habetur. Totalitas autem et perfectio potest attendi dupliciter. Uno modo, quantum ad quantitatem eius intensivam, puta si dicam aliquem plene habere albedinem, si habeat eam quantumcumque nata est haberi. Alio modo, secundum virtutem, puta si aliquis dicatur plene habere vitam, quia habet eam secundum omnes effectus vel opera vitae. Et sic plene habet vitam homo, non autem brutum animal, vel planta. – Utroque autem modo Christus habuit gratiae plenitudinem. Primo quidem, quia habuit eam in summo, secundum perfectissimum modum qui potest haberi. Et hoc quidem apparet primo, ex propinquitate animae Christi ad causam gratiae. Dictum est enim [a. 1] quod, quanto aliquod receptivum propinquius est causae influenti, abundantius recipit. Et ideo anima Christi, quae propinquius coniungitur Deo inter omnes creaturas rationales, recipit maximam influentiam gratiae eius. Secundo, ex comparatione eius ad effectum. Sic enim recipiebat anima Christi gratiam ut ex ea quodammodo transfunderetur in alios. Et ideo oportuit quod haberet maximam gratiam, sicut ignis, qui est causa caloris in omnibus calidis, est maxime calidus. – Similiter etiam quantum ad virtutem gratiae, plene habuit gratiam, quia habuit eam ad omnes operationes vel effectus gratiae. Et hoc ideo, quia conferebatur ei gratia tanquam cuidam universali principio in genere habentium gratias. Virtus autem primi principii alicuius generis universaliter se extendit ad omnes effectus illius generis, sicut sol, qui est universalis causa generationis, ut dicit Dionysius, 4 cap. De div. nom., eius virtus se extendit ad omnia quae sub generatione cadunt. Et sic secunda plenitudo gratiae attenditur in Christo, inquantum se extendit eius gratia ad omnes gratiae effectus, qui sunt virtutes et dona et alia huiusmodi.
   Respondeo dicendum quod, sicut ex supra [q. 2 a. 10; q. 6 a. 6] dictis patet, in Christo potest duplex gratia considerari. Una quidem est gratia unionis quae, sicut supra dictum est [q. 2 a. 10; q. 6 a. 6], est ipsum uniri personaliter Filio Dei, quod est gratis concessum humanae naturae. Et hanc gratiam constat esse infinitam, secundum quod ipsa persona Verbi est infinita. – Alia vero est gratia habitualis. Quae quidem potest dupliciter considerari. Uno modo, secundum quod est quoddam ens. Et sic necesse est quod sit ens finitum. Est enim in anima Christi sicut in subiecto. Anima autem Christi est creatura quaedam, habens capacitatem finitam. Unde esse gratiae, cum non excedat suum subiectum, non potest esse infinitum. – Alio modo potest considerari secundum propriam rationem gratiae. Et sic gratia ipsa potest dici infinita, eo quod non limitatur, quia scilicet habet quidquid potest pertinere ad rationem gratiae, et non datur ei secundum aliquam certam mensuram id quod ad rationem gratiae pertinet; eo quod, secundum propositum gratiae Dei, cuius est gratiam mensurare, gratia confertur animae Christi sicut cuidam universali principio gratificationis in humana natura, secundum illud Ephes. 1 [6], gratificavit nos in dilecto Filio suo. Sicut si dicamus lucem solis esse infinitam, non quidem secundum suum esse, sed secundum rationem lucis, quia habet quidquid potest ad rationem lucis pertinere.
   Respondeo dicendum quod, sicut in Secunda Parte [I-II q. 110 a. 4] habitum est, sicut gratia respicit essentiam animae, ita virtus respicit eius potentiam. Unde oportet quod, sicut potentiae animae derivantur ab eius essentia, ita virtutes sunt quaedam derivationes gratiae. Quanto autem aliquod principium est perfectius, tanto magis imprimit suos effectus. Unde, cum gratia Christi fuerit perfectissima, consequens est quod ex ipsa processerint virtutes ad perficiendum singulas potentias animae, quantum ad omnes animae actus. Et ita Christus habuit omnes virtutes.

Vangelo (Gv 10,1-10)

   In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti ad esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Il buon pastore

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 10, lez. 1, III-V, vv. 3-6)

   Qui il Signore espone a quali segni si può riconoscere il buon pastore: essi sono tre.
   Il primo viene preso dal punto di vista del guardiano, cioè di colui che lo introduce: Il guardiano gli apre. Il guardiano, secondo il Crisostomo, è colui che apre la strada alla conoscenza della Sacra Scrittura; egli fu dapprima Mosè, che per primo ricevette e istituì le Sacre Scritture. E qui egli apre a Cristo, poiché, come è stato detto sopra (5,46), «se credeste in Mosè, credereste anche in me, poiché di me egli ha parlato». Oppure, secondo S. Agostino, il guardiano è Cristo stesso, poiché è lui che introduce gli uomini a se stesso. Egli scrive: «Egli stesso si apre, lui che rivela se stesso e noi non entriamo se non per la sua grazia». Ef 2,8: «è per grazia che siete stati salvati, e non da voi stessi». Importa poco che colui che è la porta sia anche il guardiano, poiché nelle realtà spirituali ci può essere l’accordo anche là dove non c’è in quelle materiali. Ora, sembra che il pastore differisca dalla porta più che la porta dal guardiano. Poiché dunque Cristo è detto pastore e porta, come egli stesso ha detto, ancora di più può essere detto porta e guardiano. Se però cerchi come guardiano una persona che non sia Mosè o Cristo, ecco lo Spirito Santo come guardiano, secondo quanto dice S. Agostino. Infatti è compito del guardiano aprire la porta, e dello Spirito Santo si dice: «Egli vi introdurrà alla verità tutta intera» (16,13). Cristo infatti è la porta in quanto è la Verità.
   Il secondo segno [caratteristico del buon pastore] viene preso dal punto di vista delle pecore, cioè dal fatto che esse gli obbediscono: e le pecore ascoltano la sua voce. Senza dubbio ciò è detto con ragione, se lo si considera a partire dalla similitudine del pastore: infatti le pecore riconoscono la voce del pastore a partire dalla loro immaginativa, che vi è abituata. Così coloro che hanno la fede e sono giusti ascoltano la voce di Cristo. Sal 94,8: «Oggi, se udrete la sua voce…».
   Si può obiettare tuttavia che sono molte le pecore di Cristo che non hanno udito la sua voce, come S. Paolo. D’altra parte alcuni la udirono e non furono sue pecore, come Giuda. Al che si potrebbe rispondere che per un certo tempo Giuda era una pecora di Cristo, quanto alla giustizia presente, e S. Paolo prima di udire la voce di Cristo non era una pecora, ma un lupo; quando però sopraggiunse la voce di Cristo, essa mutò il lupo in pecora.
   Ora, questa risposta si potrebbe accettare se non si opponesse alle parole di Ezechiele (34,4): «Non avete fasciato le pecore ferite, non avete riportato le disperse». Da ciò risulta che quando erano ancora ferite e nell’errore, erano già pecore. Per cui bisogna dire che il Signore parla qui delle pecore non solo quanto alla giustizia presente, ma anche secondo la predestinazione eterna. C’è infatti una parola di Cristo che nessuno può udire se non è predestinato, cioè: «Chi persevererà fino alla fine sarà salvato» (Mt 10,22). Per questo dice e le pecore ascoltano la sua voce. I Giudei infatti avrebbero potuto scusarsi della loro mancanza di fede dicendo che non solo nessuno di loro, ma anche nessuno dei capi del popolo credeva in lui (cf. 7,48). In risposta egli dice: e le pecore ascoltano la sua voce; cioè non credono in me perché non sono delle mie pecore.
   Il terzo segno [caratteristico del buon pastore] viene preso dagli atti del pastore stesso: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti ad esse. In questo passo il Signore espone quattro atti propri del buon pastore. In primo luogo egli conosce le sue pecore: per questo dice che egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome. Con ciò mostra la conoscenza che ha delle sue pecore, e l’intimità che ha con esse. Infatti sono quelli che conosciamo intimamente che chiamiamo con il loro nome. Es 33,17: «Ti ho conosciuto per nome». Ciò conviene senza dubbio al compito del buon pastore, secondo le parole di pr 27,23: «Considera diligentemente il volto della tua pecora». E ciò conviene a Cristo secondo la conoscenza presente [che ha degli uomini], o piuttosto secondo la predestinazione eterna nella quale, da tutta l’eternità, li conosce fino al loro nome. Sal 146,4: «Egli che conta il numero delle stelle, e chiama ciascuna per nome». 2 Tm 2,19: «Il Signore conosce quelli che sono suoi». In secondo luogo le conduce fuori, cioè le separa dalla società degli empi. Sal 106,14: «Li ha fatti uscire dalle tenebre e dall’ombra della morte». In terzo luogo, dopo aver separato le pecore dagli empi e averle fatte entrare nell’ovile, di nuovo le fa uscire dall’ovile. Certamente, innanzitutto, per la salvezza degli altri. Is 66,19: «Fra coloro che saranno stati salvati ne manderò alcuni in Lidia». Mt 10,16: «Ecco che vi mando come agnelli in mezzo ai lupi», perché da lupi li facciate diventare agnelli. E ciò in vista e nella via della salvezza eterna. Lc 1,79: «e dirigere i nostri passi sulla via della pace». In quarto luogo le precede con l’esempio di una buona condotta: cammina davanti ad esse. Il che non accade certamente nel caso del pastore corporale, che piuttosto va dietro alle pecore. Sal 77,70: Lo chiamò dal seguito delle pecore madri. Il buon pastore cammina davanti con l’esempio. 1 Pt 5,3: «Non dominando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge». Ora, Cristo va avanti in due modi: primo, subendo la morte poiché ha insegnato la verità. Mt 16,24: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua»; secondo, poiché ha preceduto tutti gli uomini nella vita eterna. Mi 2,13: «Sale aprendo la via dinanzi a loro».
   E le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Qui mostra qual è l’effetto dell’azione del ladro e del pastore sul gregge. Le pecore lo seguono, cioè seguono colui che cammina davanti a loro. E certamente è chiaro che i subordinati devono seguire le orme di quanti hanno autorità nella Chiesa, poiché «Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio perché seguiate le sue orme» (1 Pt 2,21). «Il mio piede ha seguito le sue orme» (Gb 23,11). E questo perché conoscono la sua voce, cioè la riconoscono e si rallegrano in essa. Ct 2,14: «Fammi sentire la tua voce, poiché la tua voce è soave». Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei. L’effetto dell’azione del ladro è che le pecore non lo seguono a lungo, ma solo per un certo tempo. Per questo dice: Un estraneo invece non lo seguiranno, cioè non seguono un dottore menzognero ed eretico. Sal 17,46: «I figli di stranieri mi hanno mentito». Così anche S. Paolo non ha seguito a lungo i dottori mendaci. Ma fuggiranno via da lui, e ciò perché come è scritto (1 Cor 15,33), «le cattive compagnie corrompono i buoni costumi». Fuggiranno via da lui, poiché non conoscono, cioè non approvano, la voce degli estranei, cioè la loro dottrina, «che si propaga come una cancrena» (2 Tm 2,17).

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem,

c. 10, lect. 1, III-V, vv. 3-6)

   Hic ponit signa boni pastoris, quae sunt tria. Primum sumitur ex parte ostiarii, scilicet quod ab eo introducatur; et quantum ad hoc dicit ostiarius aperit. Qui scilicet ostiarius, secundum Chrysostomum, ille est qui viam aperit ad cognitionem sacrae Scripturae, qui primus fuit Moyses, qui sacras Scripturas primus accepit et instituit. Et hic aperit Christo, quia, ut dicitur supra 5,46: si crederetis Moysi, crederetis forte et mihi: de me enim ille scripsit. Vel, secundum Augustinum, ostiarius est ipsemet Christus, quia ipsemet introducit homines ad seipsum; dicit: ipse se aperit, qui seipsum exponit, et non nisi per eius gratiam intramus; Eph. 2,8: gratia salvati estis. Nec refert si Christus, qui est ostium, ipse idem sit ostiarius; nam quaedam in spiritualibus congruunt quae in corporalibus esse non possunt. Magis autem differre videtur pastor et ostium quam ostium et ostiarius. Cum ergo Christus dicatur pastor et ostium, ut dictum est, multo magis potest dici ostium et ostiarius. Sed si aliam personam ostiarii quaeris quam Moysem et Christum, vide ostiarium Spiritum Sanctum, ut Augustinus dicit. Ad officium enim ostiarii pertinet ut ostium aperiat, et de Spiritu Sancto dicitur infra 16,13: docebit vos omnem veritatem. Christus enim est ostium, inquantum est veritas. Secundum signum sumitur ex parte ovium, scilicet quod ei obediant. Et hoc est quod dicit et oves vocem eius audiunt: quod quidem, si ex similitudine naturalis pastoris attenditur, rationabiliter dicitur, quia, sicut oves ex consueta imaginatione recognoscunt vocem pastoris, sic et fideles iusti vocem Christi audiunt; Ps. 94, v. 8: hodie si vocem eius audieritis. Sed contra. Multi sunt oves Christi, qui tamen vocem eius non audierunt, sicut Paulus. Item aliqui audierunt, et non fuerunt oves, sicut Iudas. Ad quod dici posset, quod Iudas pro tempore illo ovis Christi erat, quantum ad praesentem iustitiam. Paulus autem quando vocem Christi non audiebat, non erat ovis, sed lupus, sed vox Christi adveniens mutavit lupum in ovem. Haec autem responsio sustineri posset, si non contrariaretur ei quod dicit Ez. 4,4: quod confractum fuerat non alligastis, et quod erroneum est, non reduxistis. Ex quo videtur quod adhuc quando confractae et erroneae erant, oves erant. Et ideo dicendum, quod loquitur hic Dominus de ovibus suis, non solum secundum praesentem iustitiam, sed etiam secundum aeternam praedestinationem. Est enim quaedam vox Christi quam nullus nisi praedestinatus audire potest, scilicet, qui perseveraverit usque ad finem: Matth. 10,22. Ideo etiam dicit, et oves vocem eius audiunt, quia possent se excusare de eorum infidelitate, dicentes, quod non solum ipsi, sed etiam nullus ex principibus credit in eum. Unde, ad hoc respondens, dicit et oves vocem eius audiunt; quasi dicat: ideo ipsi non credunt, quia non sunt de ovibus meis. Tertium signum sumitur ex actibus ipsius pastoris; et quantum ad hoc dicit proprias oves vocat nominatim. Ubi ponit quatuor actus boni pastoris. Primo quidem quod oves cognoscit. Unde dicit, quod proprias oves vocat nominatim: in quo ostendit cognitionem, et familiaritatem suam ad oves. Illos enim ex nomine vocamus quos familiariter cognoscimus; Ex. 33,17: ego novi te ex nomine. Et quidem ad officium boni pastoris pertinet, secundum illud Prov. c. 27,23: diligenter considera vultum pecoris tui. Et hoc quidem convenit Christo secundum praesentem cognitionem, vel magis secundum aeternam praedestinationem, quas ab aeterno nomine tenus novit; Ps. 146,4: qui numerat multitudinem stellarum, et omnibus eis nomina vocat; 2 Tim. c. 2,19: novit Dominus qui sunt eius. Secundo vero quod eas educit, idest segregat a societate impiorum; Ps. 106,14: eduxit eos de tenebris et umbra mortis. Tertio, quia iam eductas ab impiis, et inductas in ovile, iterum eduxit eas ex ovili. Primo quidem in salutem aliorum; Is. ult., v. 19: mittam ex eis qui salvati fuerint in Lydiam; Matth. 10,16: ecce ego mitto vos sicut oves in medio luporum; ut scilicet de lupis faciatis oves. Secundo vero in directionem et viam salutis aeternae; Lc. 1,79: ad dirigendos pedes nostros in viam pacis. Quarto vero eas praecedit exemplo bonae conversationis; unde dicit et ante eas vadit, quod quidem in pastore corporali non est ita, quin potius sequitur, secundum illud Ps. 77,70: de post foetantes accepit eum. Bonus autem pastor ante eas vadit per exemplum; 1 Petr. ult., 3: neque ut dominantes in clero, sed forma facti gregis ex animo. Christus autem utraque missione ante eas vadit: quia primus pro doctrina veritatis mortem subiit, Matth. 16,24: si quis vult post me venire, abneget semetipsum, et tollat crucem suam, et sequatur me, et praecessit omnes in vitam aeternam. Mich. 2, v. 13: ascendit pandens iter ante eos. Hic agit de effectu utriusque, furis scilicet, et pastoris in ovibus, et primo ponit effectum boni pastoris; secundo effectum lupi et furis, ibi alienum autem non sequuntur. Dicit ergo quod dictum est de conditionibus utriusque, sed oves sequuntur illum, qui scilicet ante eas vadit. Et hoc quidem in promptu est, quia subditi sequuntur vestigia praelatorum, ut dicitur 1 Petr. 2, v. 21: Christus passus est pro nobis, vobis relinquens exemplum, ut sequamini vestigia eius; Iob 23,11: vestigia eius secutus est pes meus. Et hoc ideo, quia sciunt vocem eius, idest cognoscunt et delectantur in ea; Cant. 2,14: sonet vox tua in auribus meis: vox enim tua dulcis. Effectus autem furis est ut oves eum non diu sequantur, sed ad tempus; unde dicit alienum autem non sequuntur; idest, doctorem mendacem et haereticum non sequuntur; Ps. 17,46: filii alieni mentiti sunt mihi. Sic et Paulus doctores mendaces non diu secutus est. Sed fugiunt ab eo; et hoc ideo, quia, ut dicitur 1 Cor. 15,33, corrumpunt bonos mores colloquia prava. Ideo autem fugiunt, quia non noverunt, idest non approbant, vocem alienorum, idest doctrinam eorum, quae serpit ut cancer.

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