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30 marzo – lunedì Tempo di Quaresima – 5a Settimana

30 marzo – lunedì Tempo di Quaresima – 5a Settimana
10/10/2019 elena

30 marzo – lunedì
Tempo di Quaresima – 5a Settimana

Prima lettura
(Dn 13,42-62 forma breve)

   In quei giorni, la moltitudine condannò Susanna a morte. Allora Susanna ad alta voce esclamò: «Dio eterno, che conosci i segreti, che conosci le cose prima che accadano, tu lo sai che hanno deposto il falso contro di me! Io muoio innocente di quanto essi iniquamente hanno tramato contro di me». E il Signore ascoltò la sua voce. Mentre Susanna era condotta a morte, il Signore suscitò il santo spirito di un giovanetto, chiamato Daniele, il quale si mise a gridare: «Io sono innocente del sangue di lei!». Tutti si voltarono verso di lui dicendo: «Che cosa vuoi dire con queste tue parole?». Allora Daniele, stando in mezzo a loro, disse: «Siete così stolti, o figli d’Israele? Avete condannato a morte una figlia d’Israele senza indagare né appurare la verità! Tornate al tribunale, perché costoro hanno deposto il falso contro di lei». Il popolo tornò subito indietro e gli anziani dissero a Daniele: «Vieni, siedi in mezzo a noi e facci da maestro, poiché Dio ti ha concesso le prerogative dell’anzianità». Daniele esclamò: «Separàteli bene l’uno dall’altro e io li giudicherò». Separàti che furono, Daniele disse al primo: «O uomo invecchiato nel male! Ecco, i tuoi peccati commessi in passato vengono alla luce, quando davi sentenze ingiuste, opprimendo gli innocenti e assolvendo i malvagi, mentre il Signore ha detto: Non ucciderai il giusto e l’innocente. Ora, dunque, se tu hai visto costei, di’: sotto quale albero tu li hai visti stare insieme?». Rispose: «Sotto un lentìsco». Disse Daniele: «In verità, la tua menzogna ti ricadrà sulla testa. Già l’angelo di Dio ha ricevuto da Dio la sentenza e ti squarcerà in due». Allontanato questi, fece venire l’altro e gli disse: «Stirpe di Canaan e non di Giuda, la bellezza ti ha sedotto, la passione ti ha pervertito il cuore! Così facevate con le donne d’Israele ed esse per paura si univano a voi. Ma una figlia di Giuda non ha potuto sopportare la vostra iniquità. Dimmi dunque, sotto quale albero li hai sorpresi insieme?». Rispose: «Sotto un léccio». Disse Daniele: «In verità anche la tua menzogna ti ricadrà sulla testa. Ecco, l’angelo di Dio ti aspetta con la spada in mano, per tagliarti in due e così farti morire». Allora tutta l’assemblea proruppe in grida di gioia e benedisse Dio, che salva coloro che sperano in lui. Poi, insorgendo contro i due anziani, ai quali Daniele aveva fatto confessare con la loro bocca di avere deposto il falso, fece loro subire la medesima pena che avevano tramato contro il prossimo e, applicando la legge di Mosè, li fece morire. In quel giorno fu salvato il sangue innocente.

Il peccato di adulterio

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 154, a. 8, corpo)

   Come vuole la stessa etimologia, l’adulterio «è l’accesso all’altrui toro». E in esso si può peccare in due modi contro la castità e contro la prole: primo, unendosi con una donna a cui non si è legati mediante il matrimonio, il che è invece richiesto per l’educazione della prole propria; secondo, unendosi con la moglie di un altro, il che danneggia la prole altrui. E lo stesso si dica per la donna sposata che commette adulterio. Per cui in Sir 23 [32] è detto: Ogni donna che lascia il proprio marito commette peccato; primo, perché disobbedisce alla legge dell’Altissimo, nella quale è scritto: Non commettere adulterio [Es 20,14]; secondo, perché abbandona il proprio marito, rendendone così dubbia la prole; terzo, perché con l’adulterio introduce in casa i figli di un estraneo, contro il bene della prole propria. Ora, il primo motivo è comune a tutti i peccati mortali, mentre gli altri due costituiscono la deformità speciale dell’adulterio. È quindi evidente che l’adulterio è una specie determinata della lussuria, implicando un disordine speciale nel campo degli atti venerei.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 154, a. 8, corpus)

   Respondeo dicendum quod adulterium, sicut ipsum nomen sonat, est accessus ad alienum torum. In quo quidem dupliciter contra castitatem et humanae generationis bonum aliquis delinquit, primo quidem, inquantum accedit ad mulierem non sibi matrimonio copulatam, quod requiritur ad bonum prolis propriae educandae; alio modo, quia accedit ad mulierem alteri per matrimonium copulatam, et sic impedit bonum prolis alienae. Eadem ratio est de muliere coniugata quae per adulterium corrumpitur. Unde dicitur Eccli. 23 [32-33], omnis mulier relinquens virum suum, peccabit, primo enim, in lege Altissimi incredibilis fuit, in qua scilicet praecipitur [Ex. 20,14], non moechaberiset secundo, virum suum derelinquit, in quo facit contra certitudinem prolis eius; tertioin adulterio fornicata est, et ex alio viro filios statuit sibi, quod est contra bonum propriae prolis. Sed primum est commune in omnibus peccatis mortalibus, alia vero duo specialiter pertinent ad deformitatem adulterii. Unde manifestum est quod adulterium est determinata species luxuriae, utpote specialem deformitatem habens circa actus venereos.

Vangelo (Gv 8,1-11)

   In quel tempo, Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adultèrio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più».

Gesù non vuole la morte
del peccatore

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 8, lez. 1, VI, v. 11, n. 1138)

   1138. L’assolse poi con quelle parole «Neppure io ti condanno»; neppure io dal quale forse tu temevi di essere condannata, perché in me non hai trovato peccato. Ma non c’è da stupirsi, «perché Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (sopra, 3,17). E in Ezechiele (18,32) si legge: «Io non voglio la morte del peccatore …».
   L’assolve quindi dalla colpa senza imporle alcuna penitenza: perché nell’assolverla esteriormente e nel santificarla interiormente, ben poteva trasformarla all’interno con una contrizione dei peccati così efficace da renderla affrancata da ogni penitenza. Però questo fatto non può diventare una consuetudine, cosicché si possa presumere di assolvere, sull’esempio di Cristo, senza confessione e senza dare una penitenza. Poiché Cristo era al di sopra dei sacramenti, e poteva conferirne l’effetto senza il sacramento. Il che nessun puro uomo è in grado di fare.

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem,

c. 8, lect. 1, VI, v. 11, n. 1138)

   Absolvit autem eam; unde dicit dixit ei Iesus: nec ego te condemnabo, a quo te forte damnari timuisti, quia in me peccatum non invenisti. Nec mirum, quia non misit Deus Filium suum in mundum, ut iudicet mundum, sed ut salvetur mundus per ipsum; supra 3,17; Ez. 18,32: nolo mortem peccatoris. Absolvit autem eam a culpa, non imponendo ei aliquam poenam: quia cum absolvendo exterius iustificaret interius, bene potuit eam adeo immutare interius per sufficientem contritionem de peccatis, ut ab omni poena immunis efficeretur. Nec tamen trahendum est in consuetudinem ut aliquis exemplo Domini absque confessione et poenae inflictione quemquam absolvat; quia Christus excellentiam habuit in sacramentis, et potuit conferre effectum sine sacramento, quod nullus purus homo potest.

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