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28 marzo – sabato Tempo di Quaresima – 4a Settimana

28 marzo – sabato Tempo di Quaresima – 4a Settimana
10/10/2019 elena

28 marzo – sabato
Tempo di Quaresima – 4a Settimana

Prima lettura
(Ger 11,18-20)

   Il Signore me lo ha manifestato e io l’ho saputo; mi ha fatto vedere i loro intrighi. E io, come un agnello mansueto che viene portato al macello, non sapevo che tramavano contro di me, e dicevano: «Abbattiamo l’albero nel suo pieno vigore, strappiamolo dalla terra dei viventi; nessuno ricordi più il suo nome». Signore degli eserciti, giusto giudice, che provi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa.

L’agnello immolato

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 102, a. 3, soluzione 2)

   2. Rispetto a tutti e tre i motivi indicati si trova una ragione per spiegare come mai venivano offerti a Dio in sacrificio questi e non altri animali. – Primo, per stornare dall’idolatria. Poiché tutti gli altri animali erano offerti ai loro dèi dagli idolatri, o da essi erano usati per fare dei malefici: inoltre presso gli egiziani, con i quali gli ebrei erano vissuti, era cosa abominevole uccidere gli animali ricordati, che quindi non erano offerti in sacrificio agli dèi; perciò in Es è detto: Quello che noi immoleremo al Signore nostro Dio è abominio per gli egiziani. Questi infatti adoravano le pecore e veneravano i capretti, poiché i demoni apparivano sotto tali sembianze; e si servivano dei buoi per l’agricoltura, che consideravano cosa sacra. – Secondo, le offerte suddette erano indicate per ricordare l’ordinamento dell’anima a Dio. E ciò per due motivi. Primo, perché questi animali sono quelli che più servono al sostentamento della vita umana: e inoltre sono quelli più mondi, avendo il nutrimento più pulito. Invece gli altri animali o sono selvatici, e quindi d’ordinario non sono fatti per l’uso dell’uomo, oppure, se domestici, hanno un nutrimento immondo, come il maiale e la gallina. A Dio invece non si può offrire se non quanto è puro. In particolare poi si offrivano quei volatili perché erano abbondanti nella terra promessa. – Secondo, perché l’immolazione di tali animali stava a indicare la purezza dell’anima. Infatti secondo la Glossa: «Noi offriamo un vitello quando vinciamo la superbia della carne, un agnello quando freniamo i moti irrazionali, un capretto, quando superiamo l’impudicizia, una tortora quando custodiamo la carità e pani azimi quando banchettiamo negli azimi della sincerità». È poi evidente che nella colomba è indicata la carità e la semplicità dell’anima. – Terzo, l’offerta dei suddetti animali era adatta per figurare Cristo. Poiché la stessa Glossa dice: «Cristo veniva offerto nel vitello per indicare la virtù della croce, nell’agnello per l’innocenza, nel capro per il principato, nel capretto per la somiglianza della carne del peccato. Nella tortora e nella colomba veniva poi indicata l’unione delle due nature»; oppure nella tortora era rappresentata la castità e nella colomba la carità. «Nel fiore di farina veniva infine prefigurato il lavacro dei credenti mediante l’acqua del battesimo».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 102, a. 3, ad secundum)

   Ad secundum dicendum quod quantum ad omnia praedicta [ad 1], conveniens ratio fuit quare ista animalia offerebantur Deo in sacrificium, et non alia. – Primo quidem, ad excludendum idololatriam. Quia omnia alia animalia offerebant idololatrae diis suis, vel eis ad maleficia utebantur, ista autem animalia apud Aegyptios, cum quibus conversati erant, abominabilia erant ad occidendum, unde ea non offerebant in sacrificium diis suis; unde dicitur Ex. 8 [26], abominationes Aegyptiorum immolabimus Domino Deo nostro. Oves enim colebant; hircos venerabantur, quia in eorum figura daemones apparebant; bobus autem utebantur ad agriculturam, quam inter res sacras habebant. – Secundo, hoc conveniens erat ad praedictam ordinationem mentis in Deum. Et hoc dupliciter. Primo quidem, quia huiusmodi animalia maxime sunt per quae sustentatur humana vita, et cum hoc mundissima sunt, et mundissimum habent nutrimentum. Alia vero animalia vel sunt silvestria, et non sunt communiter hominum usui deputata, vel, si sunt domestica, immundum habent nutrimentum, ut porcus et gallina; solum autem id quod est purum, Deo est attribuendum. Huiusmodi autem aves specialiter offerebantur, quia habentur in copia in terra promissionis. Secundo, quia per immolationem huiusmodi animalium puritas mentis designatur. Quia, ut dicitur in Glossa Lev. 1, vitulum offerimus, cum carnis superbiam vincimus; agnum, cum irrationales motus corrigimus; haedum, cum lasciviam superamus; turturem, dum castitatem servamus; panes azymos, cum in azymis sinceritatis epulamur. In columba vero manifestum est quod significatur caritas et simplicitas mentis. Tertio vero, conveniens fuit haec animalia offerri in figuram Christi. Quia, ut in eadem Glossa dicitur, Christus in vitulo offertur, propter virtutem crucis; in agno, propter innocentiam; in ariete, propter principatum; in hirco, propter similitudinem carnis peccati. In turture et columba duarum naturarum coniunctio monstrabatur, vel in turture castitas, in columba caritas significatur. In similagine aspersio credentium per aquam Baptismi figurabatur.

Vangelo (Gv 7,40-53)

   In quel tempo, all’udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: “Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo”?». E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui. Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!». Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». E ciascuno tornò a casa sua.

La profezia in Cristo

San Tommaso
(S. Th. III, q. 7, a. 8, in contrario e corpo)

   In Dt 18 [15] è predetto di Cristo: Dio susciterà per te un profeta fra i tuoi fratelli. E di sé egli dice: Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria (Mt 13,57; Gv 4,44).
   Si dà il nome di profeta a colui che «parla» o «vede di lontano», nel senso che conosce e predice avvenimenti lontani dalla percezione umana; come spiega anche S. Agostino. Si deve però notare che uno non può dirsi profeta se conosce e annunzia cose lontane dagli altri, senza trovarsi nelle loro condizioni. E ciò vale sia per il luogo che per il tempo. Se infatti uno stando in Francia conoscesse e svelasse ad altri che stanno in Francia gli avvenimenti che accadono allora in Siria, farebbe una profezia: come Eliseo nel dire a Giezi che un uomo era disceso dal carro e gli veniva incontro (2 Re 5,26). Se invece uno stando sul posto parlasse di ciò che accade in Siria, non farebbe una profezia. E altrettanto vale per il tempo. Ci fu infatti profezia  quando Isaia preannunziò che Ciro re dei Persiani avrebbe riedificato il tempio di Dio, come si ha in Is 44 [28]; non ci fu invece profezia quando Esdra riferì l’avvenimento nel tempo in cui si compì [1 Esd 1,3]. Se dunque Dio o gli angeli o i beati conoscono e annunziano avvenimenti lontani dalle nostre conoscenze non c’è profezia, poiché essi non si trovano in alcun modo nelle nostre condizioni. Cristo invece prima della sua morte partecipava del nostro stato, essendo non solo comprensore, ma anche viatore. Quindi faceva delle profezie quando conosceva e manifestava cose lontane dalla conoscenza degli altri viatori. Per questo motivo dunque si dice che egli aveva la profezia.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 7, a. 8, sed contra e corpus)

   Sed contra est quod de eo dicitur, Deut. 18 [15], prophetam suscitabit vobis Deus de fratribus vestris. Et ipse de se dicit, Matth. 13 [57] et Ioan. 4 [44], non est propheta sine honore nisi in patria sua.
   Respondeo dicendum quod propheta dicitur quasi procul fans, vel procul videns, inquantum scilicet cognoscit et loquitur ea quae sunt procul ab hominum sensibus; sicut etiam Augustinus dicit, 16 contra Faustum. Est autem considerandum quod non potest dici aliquis propheta ex hoc quod cognoscit et annuntiat ea quae sunt aliis procul, cum quibus ipse non est. Et hoc manifestum est secundum locum et secundum tempus. Si enim aliquis in Gallia existens cognosceret et annuntiaret aliis in Gallia existentibus ea quae tunc in Syria agerentur, propheticum esset, sicut Elisaeus ad Giezi dixit 4 Reg. 5 [26], quomodo vir descenderat de curru et occurrerat ei. Si vero aliquis in Syria existens ea quae sunt ibi annuntiaret non esset hoc propheticum. Et idem apparet secundum tempus. Propheticum enim fuit quod Isaias praenuntiavit quod Cyrus, Persarum rex, templum Dei esset reaedificaturus, ut patet Isaiae 44 [28], non autem fuit propheticum quod Esdras hoc scripsit [1 Esd 1,3], cuius tempore factum est. Si igitur Deus aut Angeli, vel etiam beati, cognoscunt et annuntiant ea quae sunt procul a nostra notitia, non pertinet ad prophetiam, quia in nullo nostrum statum attingunt. Christus autem ante passionem nostrum statum attingebat, inquantum non solum erat comprehensor, sed etiam viator. Et ideo propheticum erat quod ea quae erant procul ab aliorum viatorum notitia, et cognoscebat et annuntiabat. Et hac ratione dicitur in eo fuisse prophetia.

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