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27 marzo – venerdì Tempo di Quaresima – 4a Settimana

27 marzo – venerdì Tempo di Quaresima – 4a Settimana
10/10/2019 elena

27 marzo – venerdì
Tempo di Quaresima – 4a Settimana

Prima lettura
(Sap 2,1a.12-22)

   Dicono [gli empi] fra loro sragionando: «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta. Proclama di possedere la conoscenza di Dio e chiama se stesso figlio del Signore. È diventato per noi una condanna dei nostri pensieri; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade. Siamo stati considerati da lui moneta falsa, e si tiene lontano dalle nostre vie come da cose impure. Proclama beata la sorte finale dei giusti e si vanta di avere Dio per padre. Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione. Condanniamolo a una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà». Hanno pensato così, ma si sono sbagliati; la loro malizia li ha accecati. Non conoscono i misteriosi segreti di Dio, non sperano ricompensa per la rettitudine né credono a un premio per una vita irreprensibile.

L’accecamento

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 79, a. 3, corpo)

   L’accecamento e l’indurimento implicano due cose. La prima è il moto di adesione dell’animo umano al male, e il suo scostarsi dalla luce di Dio. E da questo lato Dio non è causa dell’accecamento e dell’indurimento, come non è causa del peccato. La seconda è la sottrazione della grazia, dalla quale deriva che la mente non sia più illuminata da Dio a vedere rettamente, e il cuore dell’uomo non venga più plasmato a una vita onesta. E da questo lato Dio è causa dell’accecamento e dell’indurimento. – Si deve infatti osservare che Dio è la causa universale dell’illuminazione delle anime, come è detto in Gv: Era la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo; come il sole è la causa universale dell’illuminazione dei corpi. In modo diverso però: infatti il sole illumina per necessità di natura, mentre Dio agisce per volontà, seguendo l’ordine della sua sapienza. Ora, il sole, sebbene di per sé illumini tutti i corpi, tuttavia, se trova un ostacolo in qualche corpo, lo lascia nelle tenebre: come accade per una casa le cui finestre sono chiuse. Ma questo oscuramento in nessun modo è causato dal sole, il quale non agisce di suo arbitrio nel non mandare là dentro i suoi raggi, ma è causato soltanto da chi chiude le finestre. Dio invece per sua decisione non manda più la luce della grazia a coloro in cui trova un ostacolo. Perciò è causa della sottrazione della grazia non soltanto colui che pone l’ostacolo, ma anche Dio, il quale per sua decisione non offre la grazia. E in questo senso Dio è causa dell’accecamento, dell’insensibilità degli orecchi e dell’indurimento del cuore. – Effetti questi che si distinguono secondo le funzioni della grazia, la quale acuisce l’intelligenza col dono della sapienza e rende pieghevole l’affetto col fuoco della carità. E poiché alla conoscenza dell’intelletto giovano specialmente i due sensi della vista e dell’udito, uno dei quali, la vista, serve alla ricerca e l’altro, cioè l’udito, all’apprendimento, conseguentemente per la vista si parla di accecamento; per l’udito di insensibilità e per l’affetto di indurimento.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 79, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod excaecatio et obduratio duo important. Quorum unum est motus animi humani inhaerentis malo, et aversi a divino lumine. Et quantum ad hoc Deus non est causa excaecationis et obdurationis, sicut non est causa peccati. Aliud autem est subtractio gratiae, ex qua sequitur quod mens divinitus non illuminetur ad recte videndum, et cor hominis non emolliatur ad recte vivendum. Et quantum ad hoc Deus est causa excaecationis et obdurationis. – Est autem considerandum quod Deus est causa universalis illuminationis animarum, secundum illud Ioan. 1 [9], erat lux vera quae illuminat omnem hominem venientem in hunc mundum, sicut sol est universalis causa illuminationis corporum. Aliter tamen et aliter, nam sol agit illuminando per necessitatem naturae; Deus autem agit voluntarie, per ordinem suae sapientiae. Sol autem, licet quantum est de se omnia corpora illuminet, si quod tamen impedimentum inveniat in aliquo corpore, relinquit illud tenebrosum, sicut patet de domo cuius fenestrae sunt clausae. Sed tamen illius obscurationis nullo modo causa est sol, non enim suo iudicio agit ut lumen interius non immittat, sed causa eius est solum ille qui claudit fenestram. Deus autem proprio iudicio lumen gratiae non immittit illis in quibus obstaculum invenit. Unde causa subtractionis gratiae est non solum ille qui ponit obstaculum gratiae, sed etiam Deus, qui suo iudicio gratiam non apponit. Et per hunc modum Deus est causa excaecationis, et aggravationis aurium, et obdurationis cordis. Quae quidem distinguuntur secundum effectus gratiae, quae et perficit intellectum dono sapientiae, et affectum emollit igne caritatis. Et quia ad cognitionem intellectus maxime deserviunt duo sensus, scilicet visus et auditus, quorum unus deservit inventioni, scilicet visus, alius disciplinae, scilicet auditus, ideo quantum ad visum, ponitur excaecatio; quantum ad auditum, aurium aggravatio; quantum ad affectum, obduratio.

Vangelo
(Gv 7,1-2.10.25-30)

   In quel tempo, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo. Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. Quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi di nascosto. Alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia». Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato». Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora.

Colui che mi ha mandato…

San Tommaso
(S. Th. I, q. 43, a. 1, corpo)

   II concetto di missione include due elementi: il primo dei quali è il rapporto tra l’inviato e il mandante, il secondo è il rapporto tra l’inviato e la sua destinazione. Ora, per ciò stesso che uno è inviato, appare che egli procede in qualche modo dal mandante; o ne dipende per il comando, come un servo è inviato dal padrone, o per il consiglio, come si dice che il re è inviato a combattere dai suoi consiglieri, o per semplice origine, come si dice che i fiori sono emessi dalla pianta. E così pure è evidente che il rapporto [di chi è inviato] con il luogo al quale è destinato consiste nel fatto che egli comincia sotto un certo aspetto a essere in quel luogo, o perché prima non vi era in alcun modo, o perché non vi era in quel dato modo. Ciò posto, a una persona divina può convenire la missione in quanto questa, da un lato, comporta una processione di origine dal mittente, e dall’altro un nuovo modo di essere in qualche luogo. E così si dice che il Figlio fu mandato dal Padre nel mondo in quanto incominciò a essere nel mondo visibilmente mediante l’assunzione della natura umana: tuttavia già prima era nel mondo, come è detto in Gv.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 43, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod in ratione missionis duo importantur, quorum unum est habitudo missi ad eum a quo mittitur; aliud est habitudo missi ad terminum ad quem mittitur. Per hoc autem quod aliquis mittitur, ostenditur processio quaedam missi a mittente; vel secundum imperium, sicut dominus mittit servum; vel secundum consilium, ut si consiliarius mittere dicatur regem ad bellandum; vel secundum originem, ut si dicatur quod flos emittitur ab arbore. Ostenditur etiam habitudo ad terminum ad quem mittitur, ut aliquo modo ibi esse incipiat; vel quia prius ibi omnino non erat quo mittitur; vel quia incipit ibi aliquo modo esse, quo prius non erat. Missio igitur divinae personae convenire potest, secundum quod importat ex una parte processionem originis a mittente; et secundum quod importat ex alia parte novum modum existendi in aliquo. Sicut Filius dicitur esse missus a Patre in mundum [Ioan. 10,36], secundum quod incoepit esse in mundo visibiliter per carnem assumptam, et tamen ante in mundo erat, ut dicitur Ioan. 1 [10].

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