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26 marzo – giovedì Tempo di Quaresima – 4a Settimana

26 marzo – giovedì Tempo di Quaresima – 4a Settimana
10/10/2019 elena

26 marzo – giovedì
Tempo di Quaresima – 4a Settimana

Prima lettura (Es 32,7-14)

   In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostràti dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”». Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervìce. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione». Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? Perché dovranno dire gli Egiziani: “Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra”? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo. Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”». Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.

Mutevolezza della volontà di Dio

San Tommaso
(S. Th. I, q. 19, a. 7,
corpo e soluzione 2)

   La volontà di Dio è assolutamente immutabile. Bisogna però osservare che altro è mutare volontà e altro è volere che alcune cose mutino. Infatti uno, pur rimanendo ferma e immobile la sua volontà, può volere che ora avvenga una cosa e in seguito avvenga il contrario. Si avrebbe invece cambiamento di volontà se uno cominciasse a volere ciò che prima non voleva, o se cessasse di volere ciò che voleva. Il che non può accadere se non viene presupposto un mutamento o nella conoscenza o nelle disposizioni intrinseche del soggetto volente. Dato infatti che la volontà ha per oggetto il bene, può avvenire in due modi che uno cominci a volere una cosa. Primo, perché quella tale cosa comincia a essere per lui un bene. E ciò non è senza una sua mutazione: come ad es. quando, al venire del freddo, comincia a essere un bene starsene accanto al fuoco, mentre prima non lo era. Secondo, perché uno viene a conoscere che quella data cosa è buona per lui mentre prima lo ignorava: se infatti deliberiamo è per sapere che cosa è bene per noi. Ora, sopra abbiamo dimostrato che tanto la sostanza di Dio quanto la sua scienza sono del tutto immutabili. Per cui è necessario che anche la sua volontà sia assolutamente immutabile.
   2. La volontà di Dio, causa prima e universale, non esclude le cause intermedie, che hanno il potere di produrre effetti determinati. Ma poiché tutte le cause seconde non adeguano la virtù della causa prima, vi sono molte cose, come la risurrezione di Lazzaro, ad es., che non sono sottoposte al dominio delle cause inferiori, ma rientrano nella potenza, nella scienza e nella volontà di Dio. Quindi, uno, guardando alle cause inferiori, poteva dire: Lazzaro non risorgerà; guardando invece alla prima causa divina, poteva dire: Lazzaro risorgerà. E Dio vuole l’una e l’altra cosa, cioè che un dato evento debba avvenire in forza di una causa superiore; oppure viceversa. Così dunque si deve dire che Dio talora annuncia un avvenimento che dovrebbe accadere secondo che è contenuto nell’ordine delle cause inferiori, per es., secondo le disposizioni della natura o del merito, e che tuttavia non si compie poiché è stato stabilito diversamente nella superiore causa divina. Così in Is Dio fece a Ezechia questa predizione: Disponi riguardo alle cose della tua casa, perché morirai e non guarirai; e tuttavia ciò non avvenne, perché fin dall’eternità era stato deciso altrimenti nella scienza e nella volontà divina, che è immutabile. Per tale motivo S. Gregorio dice «Dio muta sentenza, ma non muta consiglio», cioè [il consiglio] della sua volontà. – Perciò le parole di Dio, «io mi pentirò», vanno intese metaforicamente: infatti gli uomini, quando non attuano le loro minacce, sembrano pentirsi.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 19, a. 7, corpus e ad secundum)

   Respondeo dicendum quod voluntas Dei est omnino immutabilis. Sed circa hoc considerandum est, quod aliud est mutare voluntatem; et aliud est velle aliquarum rerum mutationem. Potest enim aliquis, eadem voluntate immobiliter permanente, velle quod nunc fiat hoc, et postea fiat contrarium. Sed tunc voluntas mutaretur, si aliquis inciperet velle quod prius non voluit, vel desineret velle quod voluit. Quod quidem accidere non potest, nisi praesupposita mutatione vel ex parte cognitionis, vel circa dispositionem substantiae ipsius volentis. Cum enim voluntas sit boni, aliquis de novo dupliciter potest incipere aliquid velle. Uno modo sic, quod de novo incipiat sibi illud esse bonum. Quod non est absque mutatione eius, sicut adveniente frigore, incipit esse bonum sedere ad ignem, quod prius non erat. Alio modo sic, quod de novo cognoscat illud esse sibi bonum, cum prius hoc ignorasset, ad hoc enim consiliamur, ut sciamus quid nobis sit bonum. Ostensum est autem supra quod tam substantia Dei quam eius scientia est omnino immutabilis. Unde oportet voluntatem eius omnino esse immutabilem.
   Ad secundum dicendum quod voluntas Dei, cum sit causa prima et universalis, non excludit causas medias, in quarum virtute est ut aliqui effectus producantur. Sed quia omnes causae mediae non adaequant virtutem causae primae, multa sunt in virtute et scientia et voluntate divina, quae non continentur sub ordine causarum inferiorum; sicut resuscitatio Lazari. Unde aliquis respiciens ad causas inferiores, dicere poterat, Lazarus non resurget, respiciens vero ad causam primam divinam, poterat dicere, Lazarus resurget. Et utrumque horum Deus vult, scilicet quod aliquid quandoque sit futurum secundum causam inferiorem, quod tamen futurum non sit secundum causam superiorem; vel e converso. Sic ergo dicendum est quod Deus aliquando pronuntiat aliquid futurum, secundum quod continetur in ordine causarum inferiorum, ut puta secundum dispositionem naturae vel meritorum; quod tamen non fit, quia aliter est in causa superiori divina. Sicut cum praedixit Ezechiae, dispone domui tuae, quia morieris et non vives, ut habetur Isaiae 38 [1]; neque tamen ita evenit, quia ab aeterno aliter fuit in scientia et voluntate divina, quae immutabilis est. Propter quod dicit Gregorius, quod Deus immutat sententiam, non tamen mutat consilium, scilicet voluntatis suae. Quod ergo dicit, poenitentiam agam ego, intelligitur metaphorice dictum, nam homines quando non implent quod comminati sunt, poenitere videntur.

Vangelo (Gv 5,31-47)

   In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: «Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. C’è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera. Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce. Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato. Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita. Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio? Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?».

La testimonianza delle opere

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 5, lez. 2, I, v. 9b, n. 721)

   817. Comincia dunque da quella prima frase: «Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni», riferendosi alle opere, ossia ai miracoli «che il Padre mi ha dato di compiere».
   Dobbiamo infatti ricordare che è naturale per l’uomo conoscere la virtù e la natura delle cose dalle loro operazioni. Perciò è ragionevole che il Signore affermi di poter essere conosciuto mediante le opere che compie. Quindi, poiché egli compiva le cose divine per virtù propria, era doveroso credere che in lui ci fosse la potenza di Dio. Di qui le sue parole (infra, 15,24): «Se non avessi fatto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai fatto, non avrebbero peccato», cioè di incredulità. Ecco perché egli tende a far conoscere se stesso mediante le sue opere (quelle «opere che il Padre ha dato a me di compiere» nel Verbo dandomi una virtù uguale alla sua con l’eterna generazione). Oppure: quelle opere che «ha dato di compiere a me» con la mia propria virtù, a cominciare dal mio concepimento, dandomi di essere un’unica persona divina e umana. E dice questo per distinguersi dagli altri che compiono miracoli, non per virtù propria, bensì impetrandoli da Dio. Infatti san Pietro così si esprimeva (At 3,6): «In nome di Gesù Cristo Nazareno, alzati». Quindi non erano essi che li compivano, ma Dio. Cristo invece li compiva per virtù propria, come vedremo in seguito (infra, 11,43): «Lazzaro, vieni fuori». Ecco perché «le opere che io sto facendo, testimoniano di me». E in seguito dirà (infra, 10,38): «Se non volete credere a me, credete almeno alle mie opere».
   Che poi il compimento dei miracoli sia una testimonianza di Dio, lo afferma quel testo evangelico (Mc 16,20): «Essi… predicarono dovunque, mentre il Signore operava con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano».

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem, c. 5, lect. 2, I, v. 9b, n. 721)

   Dicit ergo primo: habeo aliud testimonium maius Ioanne; et hoc quantum ad opera, quia opera miraculorum quae dedit mihi Pater ut perficiam ea. Sciendum est enim, quod naturale est homini virtutem et naturas rerum ex earum actionibus cognoscere: et ideo convenienter Dominus per opera quae ipse facit, dicit se posse cognosci qualis sit. Cum ergo ipse propria virtute divina faceret, credendum erat in eo esse virtutem divinam; infra 15,24: si opera non fecissem in eis quae nemo alius fecit, peccatum non haberent, scilicet infidelitatis. Et ideo ad sui cognitionem per opera sua ducit, dicens opera quae dedit mihi, in verbo, Pater, per aeternam generationem dando mihi virtutem sibi aequalem. Vel dedit mihi, in conceptione, dando ut sim una persona Dei et hominis, ut perficiam ea idest, ut propria virtute faciam: quod dicit ad differentiam aliorum qui miracula faciunt non propria virtute, sed impetrando a Deo. Unde Petrus dicebat Act. 3,6: in nomine Iesu Christi Nazareni surge. Et ideo ipsi non perficiunt, sed Deus; Christus vero propria virtute ea perficiebat; infra 11,43: Lazare, veni foras. Et ideo opera quae ego facio, testimonium perhibent de me; infra 10,38. Si mihi non creditis, saltem operibus credite. Quod autem opera miraculorum sint testimonia Dei, dicitur Mc. 16,20: Domino cooperante, et sermonem confirmante sequentibus signis.

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