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17 marzo – martedì Tempo di Quaresima – 3a Settimana

17 marzo – martedì Tempo di Quaresima – 3a Settimana
10/10/2019 elena

17 marzo – martedì
Tempo di Quaresima – 3a Settimana

Prima lettura
(Dn 3,25.34-43)

   In quei giorni, Azarìa si alzò e fece questa preghiera in mezzo al fuoco e aprendo la bocca disse: «Non ci abbandonare fino in fondo, per amore del tuo nome, non infrangere la tua alleanza; non ritirare da noi la tua misericordia, per amore di Abramo, tuo amico, di Isacco, tuo servo, di Israele, tuo santo, ai quali hai parlato, promettendo di moltiplicare la loro stirpe come le stelle del cielo, come la sabbia sulla spiaggia del mare. Ora invece, Signore, noi siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione, oggi siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati. Ora non abbiamo più né principe né profeta né capo né olocàusto né sacrificio né oblazione né incenso né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia. Potessimo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocàusti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli. Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito, perché non c’è delusione per coloro che confidano in te. Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto, non coprirci di vergogna. Fa’ con noi secondo la tua clemenza, secondo la tua grande misericordia. Salvaci con i tuoi prodigi, da’ gloria al tuo nome, Signore».

Siamo umiliati

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 161, a. 1, soluzione 1)

   1. Come dice S. Isidoro, «umile suona humi acclinis [giacente per terra]», ossia aderente alle cose basse. Ma ciò può avvenire in due modi. Primo, per una causa estrinseca: come quando uno è gettato a terra da un altro. E allora l’umiltà è una sofferenza. Secondo, da un principio intrinseco. E ciò può essere un bene, se uno nel considerare la propria miseria si abbassa nei limiti del suo grado; come fece Abramo il quale disse al Signore: Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere (Gen 18,27). E in questo caso l’umiltà è una virtù. Talvolta però ciò può essere un male: come quando l’uomo, misconoscendo il proprio onore, si mette alla pari degli animali irragionevoli e diviene simile ad essi [Sal 48,13].

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 161, a. 1, ad primum)

   Ad primum ergo dicendum quod, sicut Isidorus dicit, in libro Etymol., humilis dicitur quasi humi acclinis, idest, imis inhaerens. Quod quidem contingit dupliciter. Uno modo, ex principio extrinseco, puta cum aliquis ab alio deiicitur. Et sic humilitas est poena. Alio modo, a principio intrinseco. Et hoc potest fieri quandoque quidem bene, puta cum aliquis, considerans suum defectum, tenet se in infimis secundum suum modum; sicut Abraham dixit ad Dominum, Gen. 18 [27], loquar ad Dominum meum, cum sim pulvis et cinis. Et hoc modo humilitas ponitur virtus. Quandoque autem potest fieri male, puta cum homo, honorem suum non intelligens, comparat se iumentis insipientibus, et fit similis illis.

Vangelo (Mt 18,21-35)

   In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

Perdonare sempre

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Matteo,
c. 18, lez. 2, vv. 21-22, nn. 1529-1530)

   1529. – Dice dunque, Pietro si avvicinò a Gesù, cioè, udite le parole: «Se il tuo fratello ha peccato contro di te», allora, ecc.; allora Pietro fu mosso a chiedere se doveva perdonare una volta sola o più volte, e disse: se il mio fratello commette colpe contro di me, ecc., dovrò perdonargli? Fino a sette volte?, come se dicesse: Fino a sette appartiene alla debolezza, ma di più alla malizia. Così conosceva quanto è detto in 2 Sam, v. 10, che Eliseo comandò a Naaman di lavarsi sette volte nel Giordano; per cui pensò di dover perdonare fino a sette volte.
   1530. – E Gesù gli rispose: Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. In un modo sette volte può essere inteso aggregativamente, così che il senso sarebbe: non sette volte, ma settanta volte. Oppure moltiplicativamente, nel senso di sette volte settanta: e così interpreta S. Girolamo.
   Secondo una prima spiegazione, che è di S. Agostino, bisogna intendere che dobbiamo perdonare tutto, come Cristo ci ha condonato tutto. Col 3,13: «Perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi». Oppure si può dire che viene posto un numero finito per l’infinito, come nel Sal 104,8: «Parola data per mille generazioni».
   Secondo S. Girolamo il motivo è lo stesso, però si aggiunge la ragione del numero. Infatti con il sei si indica la perfezione, con il cento, che viene moltiplicato per dieci, si indica il decalogo; il primo numero dopo il dieci è l’undici. E poiché con il sei si indica l’universalità, con esso si indica l’universalità dei peccati, come per dire: Perdona qualsiasi peccato che il tuo fratello ha fatto contro di te. Per cui secondo S. Girolamo sembra che voglia dire che può perdonare più di quanto l’altro possa offendere.

Testo latino di San Tommaso
(Super Matthaeum,

c. 18, lect. 2, vv. 21-22, nn. 1529-1530)

   Primo ergo ponitur Petri interrogatio; secundo Christi responsio; tertio adhibetur similitudo. Secunda ibi dicit illi Iesus etc.; tertia ibi assimilatum est regnum caelorum. Dicit ergo tunc accedens. Tunc, scilicet audito hoc verbo si peccaverit in te frater tuus etc., tunc motus fuit Petrus an semel, an pluries dimitteret, et dixit quoties peccaverit in me frater meus etc., nonne dimittam usque septies quasi dicat: usque septies, infirmitatis est, sed plus malitiae. Ideo petiit si dimitteret usque septies. Item sciebat illud, quod dictum est 4 Reg. 5,10, quod Eliseus praecepit Naaman, quod septies lavaret se in Iordane; ideo cogitavit quod septies dimittere deberet. Dicit ei Iesus: non dico tibi septies, sed septuagies septies. Uno modo potest teneri hoc, quod dicit septies, aggregative, ut sit sensus: non septies, sed septuaginta vicibus. Vel potest teneri multiplicative, ita quod septem vicibus septuaginta: et sic exponit Hieronymus. Secundum primam expositionem, quae est Augustini, datur intelligi quod totum debemus condonare, sicut Christus omnia condonavit. Ad Col. 3,13: donantes vobismetipsis, si quis adversus aliquem habet querelam, sicut et Dominus donavit nobis, ita et vos. Vel potest dici, quod ponitur numerus finitus pro infinito, sicut in Psalmis: verbum quod mandavit in mille generationes. Secundum Hieronymum, eadem est causa; tamen additur ratio numeri. Per sex enim perfectio significatur, per centenarium, qui multiplicatur per denarium, Decalogus significatur. Primus numerus, qui a denario recedit, est undecimus. Et quia per sex universitas significatur, ideo universitas peccatorum significatur; quasi dicat: omnia quaecumque frater tuus peccaverit contra te, dimitte ei. Unde secundum Hieronymum videtur, quod velit dicere, quod plus remittere potest, quam ipse possit offendere.

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