Please select a page for the Contact Slideout in Theme Options > Header Options

15 marzo Terza Domenica di Quaresima

15 marzo Terza Domenica di Quaresima
10/10/2019 elena

15 marzo
Terza Domenica di Quaresima

Prima lettura (Es 17, 3-7)

   In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?». Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!». Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».

La definizione di peccato

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 71, a. 6, corpo)

   Sembra che la definizione di S. Agostino: «il peccato è una parola o un’azione o un desiderio contro la legge eterna», non sia esatta.
   Ma dalle cose dette in precedenza è evidente che il peccato non è altro che l’atto umano cattivo. E così pure è evidente in base a quanto detto che un atto è umano perché è volontario: sia esso volontario perché emesso dalla volontà, come la volizione e la scelta, sia perché comandato dalla volontà, come gli atti esterni del parlare o dell’agire. Ora, un atto umano deve la sua cattiveria al fatto che manca della debita misura. D’altra parte la misura per qualsiasi cosa viene desunta da una regola, scostandosi dalla quale la cosa diviene sregolata. Ora, ci sono due regole della volontà umana: una [è quella] prossima e omogenea, l’altra invece è la regola prima, cioè la legge eterna, che è come la ragione di Dio. Quindi S. Agostino nella definizione del peccato incluse due elementi: il primo, che costituisce la sostanza dell’atto umano, ed è come l’elemento materiale del peccato, quando dice: «una parola, un’azione o un desiderio»; il secondo invece che riguarda l’aspetto di male, ed è come l’elemento formale del peccato, quando dice: «contro la legge eterna».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 71, a. 6, corpus)

   Videtur quod inconvenienter definiatur peccatum, cum dicitur, peccatum est dictum vel factum vel concupitum contra legem aeternam.
   Respondeo dicendum quod, sicut ex dictis [a. 1] patet, peccatum nihil aliud est quam actus humanus malus. Quod autem aliquis actus sit humanus, habet ex hoc quod est voluntarius, sicut ex supradictis [q. 1 a. 1] patet, sive sit voluntarius quasi a voluntate elicitus, ut ipsum velle et eligere; sive quasi a voluntate imperatus, ut exteriores actus vel locutionis vel operationis. Habet autem actus humanus quod sit malus, ex eo quod caret debita commensuratione. Omnis autem commensuratio cuiuscumque rei attenditur per comparationem ad aliquam regulam, a qua si divertat, incommensurata erit. Regula autem voluntatis humanae est duplex, una propinqua et homogenea, scilicet ipsa humana ratio; alia vero est prima regula, scilicet lex aeterna, quae est quasi ratio Dei. Et ideo Augustinus in definitione peccati posuit duo, unum quod pertinet ad substantiam actus humani, quod est quasi materiale in peccato, cum dixit, dictum vel factum vel concupitum; aliud autem quod pertinet ad rationem mali, quod est quasi formale in peccato, cum dixit, contra legem aeternam.

Seconda lettura
(Rm 5,1-2.5-8)

   Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

La passione di Cristo
e la liberazione dal peccato

San Tommaso
(S. Th. III, q. 49, a. 1, corpo)

   La passione di Cristo è la causa propria della remissione dei peccati per tre motivi. Primo, quale incentivo della carità. Poiché S. Paolo dice: Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora nemici, Cristo è morto per noi (Rm 5,8). Ora, con la carità noi conseguiamo il perdono dei peccati, secondo le parole di Lc 7 [47]: Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. – Secondo, la passione di Cristo causa la remissione dei peccati sotto forma di redenzione. Essendo egli infatti il nostro capo, con la sua passione, accettata per amore e obbedienza, ha liberato dal peccato noi che siamo le sue membra, offrendo tale passione come prezzo del riscatto: come se uno riscattasse se stesso da un peccato commesso con i piedi mediante un’opera meritoria compiuta con le mani. Come infatti è unico il corpo fisico formato di membra diverse, così la Chiesa, che è il corpo mistico di Cristo, costituisce come un’unica persona insieme con il suo capo, che è Cristo. – Terzo, a modo di efficienza: poiché il corpo nel quale Cristo ha subito la passione, è «strumento della divinità», per cui i suoi patimenti e le sue azioni agiscono con la virtù di Dio nell’eliminazione del peccato.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 49, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod passio Christi est propria causa remissionis peccatorum, tripliciter. Primo quidem, per modum provocantis ad caritatem. Quia, ut apostolus dicit, Rom. 5 [8-9], commendat Deus suam caritatem in nobis, quoniam, cum inimici essemus, Christus pro nobis mortuus est. Per caritatem autem consequimur veniam peccatorum, secundum illud Luc. 7 [47], dimissa sunt ei peccata multa, quoniam dilexit multum. – Secundo, passio Christi causat remissionem peccatorum per modum redemptionis. Quia enim ipse est caput nostrum, per passionem suam, quam ex caritate et obedientia sustinuit, liberavit nos, tanquam membra sua, a peccatis, quasi per pretium suae passionis, sicut si homo per aliquod opus meritorium quod manu exerceret, redimeret se a peccato quod pedibus commisisset. Sicut enim naturale corpus est unum, ex membrorum diversitate consistens, ita tota Ecclesia, quae est mysticum corpus Christi, computatur quasi una persona cum suo capite, quod est Christus. – Tertio, per modum efficientiae, inquantum caro, secundum quam Christus passionem sustinuit, est instrumentum divinitatis, ex quo eius passiones et actiones operantur in virtute divina ad expellendum peccatum.

Vangelo
(Gv 4,5-15.19b-26.39a.40-42 forma breve)

   In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua».
   «(Signore), vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Gli risponde la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te».
   Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro, ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola, e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

La grazia è l’aiuto di Dio
che muove l’anima al bene

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 112, a. 2, corpo)

   Come sopra si è notato, col termine grazia si possono intendere due cose: talora si intende il dono abituale di Dio, ma spesso si intende lo stesso aiuto di Dio che muove l’anima al bene. Presa dunque nel primo senso la grazia esige una preparazione: poiché una forma non può trovarsi in una materia che non sia disposta. Se invece parliamo della grazia in quanto aiuto attuale di Dio che muove al bene, allora non si richiede alcuna preparazione da parte dell’uomo come precedente all’aiuto di Dio: anzi, qualunque possa essere la preparazione da parte dell’uomo, essa va attribuita all’aiuto di Dio che muove l’anima al bene. E in base a ciò lo stesso moto virtuoso del libero arbitrio con cui uno si prepara a ricevere il dono della grazia è un atto del libero arbitrio mosso da Dio: per cui si può dire che l’uomo si prepara, come in Pr: Sta all’uomo preparare l’animo. E tuttavia esso va attribuito principalmente alla mozione esercitata da Dio sul libero arbitrio: per cui è detto che spetta a Dio predisporre la volontà dell’uomo [Pr 8], e che il Signore dirige i suoi passi [Sal 36].

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 112, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut supra [q. 109 aa. 2-3.6-9; q. 110 a. 2; q. 111 a. 2] dictum est, gratia dupliciter dicitur, quandoque quidem ipsum habituale donum Dei; quandoque autem ipsum auxilium Dei moventis animam ad bonum. Primo igitur modo accipiendo gratiam, praeexigitur ad gratiam aliqua gratiae praeparatio, quia nulla forma potest esse nisi in materia disposita. Sed si loquamur de gratia secundum quod significat auxilium Dei moventis ad bonum, sic nulla praeparatio requiritur ex parte hominis quasi praeveniens divinum auxilium, sed potius quaecumque praeparatio in homine esse potest, est ex auxilio Dei moventis animam ad bonum. Et secundum hoc, ipse bonus motus liberi arbitrii quo quis praeparatur ad donum gratiae suscipiendum, est actus liberi arbitrii moti a Deo, et quantum ad hoc, dicitur homo se praeparare, secundum illud Prov. 16 [1], hominis est praeparare animum. Et est principaliter a Deo movente liberum arbitrium, et secundum hoc, dicitur a Deo voluntas hominis praeparari [Prov. 8,35], et a Domino gressus hominis dirigi [Ps. 36,23].

CondividiShare on FacebookShare on Google+