Please select a page for the Contact Slideout in Theme Options > Header Options

14 marzo – sabato Tempo di Quaresima – 2a Settimana

14 marzo – sabato Tempo di Quaresima – 2a Settimana
09/10/2019 elena

14 marzo – sabato
Tempo di Quaresima – 2a Settimana

Prima lettura
(Mi 7,14-15.18-20)

   Pasci il tuo popolo con la tua verga, il gregge della tua eredità, che sta solitario nella foresta tra fertili campagne; pascolino in Basan e in Gàlaad come nei tempi antichi. Come quando sei uscito dalla terra d’Egitto, mostraci cose prodigiose. Quale dio è come te, che toglie l’iniquità e perdona il peccato al resto della sua eredità? Egli non serba per sempre la sua ira, ma si compiace di manifestare il suo amore. Egli tornerà ad avere pietà di noi, calpesterà le nostre colpe. Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati. Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà, ad Abramo il tuo amore, come hai giurato ai nostri padri fin dai tempi antichi.

Chi è simile a te?

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 163, a. 2, corpo)

   Ci sono due tipi di somiglianza. Una di uguaglianza assoluta. E questa somiglianza non poté essere desiderata dai nostri progenitori: poiché tale somiglianza non è concepibile, specialmente in chi è dotato di sapienza. Il secondo tipo di somiglianza è invece per imitazione, secondo le possibilità della creatura rispetto a Dio: in quanto cioè essa partecipa qualcosa della sua somiglianza secondo la propria misura. Da cui le parole di Dionigi: «Una stessa cosa è simile e non è simile a Dio: gli è simile in quanto lo imita in modo contingente; gli è dissimile invece in quanto gli esseri causati sono inferiori alla loro causa». Ora, qualsiasi bene esistente nelle creature è una somiglianza partecipata del sommo bene. Di conseguenza per il fatto stesso che l’uomo desiderò, come si è detto, un bene spirituale superiore alla propria misura, desiderò la somiglianza con Dio in maniera peccaminosa. – Si deve però notare che l’oggetto del desiderio è propriamente ciò che non si possiede. Ora, il bene spirituale per cui l’uomo partecipa la somiglianza divina può essere di tre specie. Primo, quello dello stesso essere naturale. E questa somiglianza fu impressa all’inizio della creazione nell’uomo secondo le parole di Gen 1 [26]: Dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza, e nell’angelo, secondo le parole di Ez 28 [12]: Tu sei un segno di somiglianza. Secondo, nell’ordine della conoscenza. E anche questa somiglianza l’angelo la ricevette fin dalla sua creazione: da cui il seguito delle parole riferite di Ez [28,12]: Tu sei un contrassegno di somiglianza, pieno di sapienza. L’uomo invece al momento della creazione questa somiglianza non l’ebbe in atto, ma solo in potenza. Terzo, nella capacità di agire. E questa somiglianza all’inizio della loro creazione non l’ebbero né l’angelo né l’uomo: poiché all’uno e all’altro rimaneva da compiere qualcosa per raggiungere la beatitudine. – Poiché dunque il demonio e l’uomo peccarono desiderando disordinatamente una somiglianza con Dio, è certo che nessuno dei due peccò desiderando una somiglianza di natura, ma il primo uomo peccò principalmente desiderando una somiglianza nella «conoscenza del bene e del male», come gli suggerì il serpente: in modo cioè da poter determinare in forza della propria natura ciò che nel suo agire doveva essere il bene e il male; oppure in modo da poter conoscere da se stesso in precedenza il bene o il male che gli doveva accadere. Secondariamente poi l’uomo peccò desiderando la somiglianza con Dio nel potere di agire, cioè in modo da poter conseguire la beatitudine in virtù della propria natura: «L’animo della donna», scrive infatti S. Agostino, «fu attratto dall’amore del proprio potere». Il demonio invece peccò desiderando una certa somiglianza con Dio nel potere: infatti S. Agostino insegna che il demonio «preferì il godimento del suo potere a quello del potere di Dio». Entrambi comunque desiderarono una certa somiglianza con Dio: in quanto cioè entrambi vollero appoggiarsi sulle proprie forze disprezzando l’ordine della norma divina.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 163, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod duplex est similitudo. Una omnimodae aequiparantiae. Et hanc similitudinem ad Deum primi parentes non appetierunt, quia talis similitudo ad Deum non cadit in apprehensione, praecipue sapientis. Alia autem est similitudo imitationis, qualis possibilis est creaturae ad Deum, inquantum videlicet participat aliquid de similitudine ipsius secundum suum modum. Unde Dionysius dicit, in 9 cap. De div. nom., eadem similia sunt Deo, et dissimilia, hoc quidem secundum contingentem imitationem; hoc autem secundum quod causata minus habent a causa. Quodlibet autem bonum in creatura existens est quaedam participata similitudo primi boni. Et ideo ex hoc ipso quod homo appetiit aliquod spirituale bonum supra suam mensuram, ut dictum est [a. 1], consequens est quod appetierit divinam similitudinem inordinate. Considerandum tamen est quod appetitus proprie est rei non habitae. Bonum autem spirituale secundum quod creatura rationalis participat divinam similitudinem, potest secundum tria attendi. Primo quidem, secundum ipsum esse naturae. Et talis similitudo ab ipso creationis principio fuit impressa et homini, de quo dicitur, Gen. 1 [26-27], quod fecit Deus hominem ad imaginem et similitudinem suam; et Angelo, de quo dicitur, Ezech. 28 [12], tu signaculum similitudinis. Secundo vero, quantum ad cognitionem. Et hanc etiam similitudinem in sui creatione Angelus accepit, unde in praemissis verbis, cum dictum esset, tu signaculum similitudinis, statim subditur, plenus sapientia. Sed primus homo in sua creatione istam similitudinem nondum actu adeptus erat, sed solum in potentia. Tertio, quantum ad potestatem operandi. Et hanc similitudinem nondum erant in actu assecuti neque Angelus neque homo in ipso creationis principio, quia utrique restabat aliquid agendum quo ad beatitudinem perveniret. Et ideo cum uterque, scilicet diabolus et primus homo, inordinate divinam similitudinem appetierint, neuter eorum peccavit appetendo similitudinem naturae. Sed primus homo peccavit principaliter appetendo similitudinem Dei quantum ad scientiam boni et mali, sicut serpens ei suggessit, ut scilicet per virtutem propriae naturae determinaret sibi quid esset bonum et quid malum ad agendum; vel etiam ut per seipsum praecognosceret quid sibi boni vel mali esset futurum. Et secundario peccavit appetendo similitudinem Dei quantum ad propriam potestatem operandi, ut scilicet virtute propriae naturae operaretur ad beatitudinem consequendam, unde Augustinus dicit, 11 Super Gen. ad litt., quod menti mulieris inhaesit amor propriae potestatis. Sed diabolus peccavit appetendo similitudinem Dei quantum ad potestatem, unde Augustinus dicit, in libro de vera Relig., quod magis voluit sua potentia frui quam Dei. Veruntamen quantum ad aliquid uterque Deo aequiparari appetiit, inquantum scilicet uterque sibi inniti voluit, contempto divinae regulae ordine.

Vangelo
(Lc 15,1-3.11-32)

   In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Le doti dell’anima sono dono di Dio

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 15, lez. 3, v. 12)

   CIRILLO: Invece alcuni affermano che con il figlio maggiore viene indicato Israele secondo la carne, mentre con il figlio che si è allontanato dal padre si descrive la folla dei Gentili. S. AGOSTINO: Perciò, con questo uomo che ha due figli si intende Dio che ha due popoli, come le due razze del genere umano: una di coloro che restano fermi nel culto dell’unico Dio, l’altra di coloro che cancellarono Dio fino al punto di adorare gli idoli. Quindi sin dall’inizio della creatura dei mortali, il figlio maggiore resta fedele al culto dell’unico Dio, mentre il figlio minore chiede al padre che gli sia data la parte del patrimonio che gli spettava; quindi continua: Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”: come un’anima che si compiace del proprio potere, cioè di vivere, intendere, ricordare e di eccellere per un ingegno solerte, chiede cose che di fatto sono doni divini. Tuttavia egli riceve queste cose in suo potere mediante il libero arbitrio; perciò continua: Ed egli divise tra loro le sue sostanze.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 15, lect. 3, v. 12)

   Cyrillus. Quidam vero per seniorem filium dicunt significari Israel secundum carnem; per alium vero qui discessit a patre describitur multitudo Gentium. Augustinus De quaest. Evang. Hic ergo homo habens duos filios, Deus habens duos populos intelligitur, tamquam duas stirpes generis humani: unam eorum qui permanserunt in unius Dei cultu, alteram eorum qui usque ad colendum idola deseruerunt Deum. Ab ipso ergo exordio creaturae mortalium, maior filius ad cultum unius Dei pertinet, minor autem petit ut sibi pars substantiae quae eum tangeret, daretur a patre; unde sequitur et dixit adolescentior ex illis patri: pater, da mihi portionem substantiae quae me contingit; tamquam anima potestate sua delectata, id quod illi est vivere, intelligere, meminisse, vel ingenio alacri excellere, petit, quae divina sunt munera. Haec autem in potestate sua accepit per liberum arbitrium; unde sequitur et divisit illis substantiam.

CondividiShare on FacebookShare on Google+