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10 marzo – martedì Tempo di Quaresima – 2a Settimana

10 marzo – martedì Tempo di Quaresima – 2a Settimana
09/10/2019 elena

10 marzo – martedì
Tempo di Quaresima – 2a Settimana

Prima lettura
(Is 1,10.16-20)

   Ascoltate la parola del Signore, capi di Sòdoma; prestate orecchio all’insegnamento del nostro Dio, popolo di Gomorra! «Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova». «Su, venite e discutiamo – dice il Signore. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana. Se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra. Ma se vi ostinate e vi ribellate, sarete divorati dalla spada, perché la bocca del Signore ha parlato».

Il bene e il male

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 79, a. 1, corpo)

   Se parliamo del bene e del male in generale, allora fare il bene ed evitare il male appartiene a tutte le virtù. E in questo senso queste due cose non possono essere considerate come parti della giustizia, a meno che per giustizia non s’intenda la virtù in genere. Tuttavia, anche presa in questo senso, la giustizia riguarda una speciale ragione di bene: cioè il bene sotto l’aspetto di cosa dovuta rispetto alla legge divina o umana. – La giustizia invece in quanto virtù specificamente distinta ha per oggetto il bene sotto l’aspetto di cosa dovuta al prossimo. E in questo senso la giustizia speciale ha il compito di fare il bene sotto l’aspetto di cosa dovuta al prossimo, e di evitare il male contrario, cioè il male nocivo al prossimo. Invece la giustizia generale ha il compito di fare il bene dovuto in ordine alla collettività o a Dio, e di evitare il male contrario. – E queste due parti della giustizia generale, o speciale, sono parti quasi integranti della giustizia: poiché entrambe sono richieste per un perfetto atto di giustizia. Infatti quest’ultima ha il compito di stabilire l’uguaglianza nei nostri rapporti con gli altri, come sopra si è visto. Ora, spetta a una medesima virtù costituire una cosa e conservare ciò che viene così costituito. Ma uno costituisce l’uguaglianza della giustizia facendo il bene, cioè dando agli altri ciò che loro spetta, e ne conserva l’uguaglianza già costituita evitando il male, cioè non infliggendo alcun danno al prossimo.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 79, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod si loquamur de bono et malo in communi, facere bonum et vitare malum pertinet ad omnem virtutem. Et secundum hoc non possunt poni partes iustitiae, nisi forte iustitia accipiatur prout est omnis virtus. Quamvis etiam iustitia hoc modo accepta respiciat quandam rationem boni specialem, prout scilicet est debitum in ordine ad legem divinam vel humanam. – Sed iustitia secundum quod est specialis virtus, respicit bonum sub ratione debiti ad proximum. Et secundum hoc ad iustitiam specialem pertinet facere bonum sub ratione debiti in comparatione ad proximum, et vitare malum oppositum, scilicet quod est nocivum proximo. Ad iustitiam vero generalem pertinet facere bonum debitum in ordine ad communitatem vel ad Deum, et vitare malum oppositum. Dicuntur autem haec duo partes iustitiae generalis vel specialis quasi integrales, quia utrumque eorum requiritur ad perfectum actum iustitiae. Ad iustitiam enim pertinet aequalitatem constituere in his quae sunt ad alterum, ut ex supradictis [q. 58 a. 2] patet. Eiusdem autem est aliquid constituere, et constitutum conservare. Constituit autem aliquis aequalitatem iustitiae faciendo bonum, idest reddendo alteri quod ei debetur. Conservat autem aequalitatem iustitiae iam constitutae declinando a malo, idest nullum nocumentum proximo inferendo.

Vangelo (Mt 23,1-12)

   In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

I cattivi maestri

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Matteo,
c. 23, lez. 1, v. 3)

   CRISOSTOMO: Affinché poi uno non dica che è divenuto peggiore nell’operare poiché il maestro è cattivo, respinge questa ragione quando dice: Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono. Infatti non dicono cose loro, ma di Dio, che pubblicò la sua legge per mezzo di Mosè. E osserva con quanto onore parla di Mosè, manifestando l’unità che c’è fra quanto egli dice e l’Antico Testamento. ORIGENE: Ma se gli Scribi e i Farisei che si siedono sulla cattedra di Mosè sono i dottori dei Giudei, insegnando i precetti della legge secondo la lettera, come mai il Signore ci comanda di fare ciò che essi ci ordinano, mentre nel libro degli Atti gli Apostoli proibiscono ai fedeli di vivere secondo la lettera della legge? Ma bisogna tenere presente che quelli insegnano la legge secondo la lettera poiché non conoscono il suo spirito. Quanto ci dicono dunque a riguardo della legge, noi lo facciamo e osserviamo conoscendo il suo senso, e non operando come essi operano. Infatti essi non operano come la legge insegna, né comprendono che c’è un velo sopra la lettera della legge. E quando senti queste cose non pensare che siano tutte precetti della legge, poiché ve ne sono alcune che trattano dei cibi, dei sacrifici e di altre cose del genere; lo sono invece unicamente quelle che correggono i costumi. Ma come mai non diede questo stesso comando riguardo alla legge della grazia, ma lo diede unicamente riguardo alla legge di Mosè? Perché non era ancora il tempo di far conoscere i precetti della nuova legge, prima della sua passione. A me sembra però che disse questo prevedendo qualcosa di più. Dato infatti che doveva vituperare gli Scribi e i Farisei nelle parole seguenti, affinché non sembrasse presso gli stolti che desiderasse il loro principato, o facesse ciò per inimicizia, innanzitutto allontana da sé questo sospetto, e solo poi comincia a riprenderli, affinché le folle non cadessero negli stessi vizi. E inoltre affinché non pensino che, dovendo udirli, debbano anche imitarli nelle loro azioni, aggiunge: ma non agite secondo le loro opere. Ora, che cosa c’è di più miserevole di un dottore i cui discepoli non seguendo il suo esempio si salvano, e seguendolo si perdono? CRISOSTOMO [Ps.]: Come poi l’oro viene tratto dalla terra lasciando questa, così anche gli uditori ricevano l’ìnsegnamento e lascino il comportamento dei predicatori; spesso infatti uomini cattivi insegnano una dottrina buona. E così come i sacerdoti giudicano preferibile insegnare ai cattivi a motivo dei buoni piuttosto che trascurare i buoni a motivo dei cattivi, così anche i sudditi onorino i cattivi sacerdoti a motivo dei buoni, affinché a motivo dei cattivi non siano disprezzati anche i buoni. Infatti è meglio favorire, benché ingiustamente, i cattivi, piuttosto che sottrarre le cose giuste ai buoni.

Testo latino di San Tommaso
(Catena Super Matthaeum,

c. 23, lect. 1, v. 3)

   Chrysostomus in Matth. Ne autem aliquis dicat quoniam propter hoc desidior factus sum ad agendum quia malus est doctor, hanc destruit occasionem, cum subdit omnia ergo quaecumque dixerint vobis, servate et facite; non enim sua dicunt, sed quae Dei sunt, quae per Moysen Deus in legem deduxit. Et intuere quanto circa Moysen utitur honore, eam iterum quae ad vetus est testamentum concordiam ostendens. Origenes. Si autem Scribae et Pharisaei sedentes super cathedram Moysi, sunt Iudaeorum doctores, secundum litteram docentes legis mandata; quomodo iubet nos Dominus secundum omnia quae dicunt illi, facere, cum apostoli in Actibus vetent fideles vivere secundum litteram legis? Sed illi docent secundum litteram, legem spiritualiter non intelligentes. Quaecumque ergo dicunt nobis ex lege, intelligentes sensum legis facimus et servamus, nequaquam facientes secundum opera eorum; non enim sicut lex docet faciunt, nec intelligunt velamen esse super litteram legis. Vel cum omnia audieris, non omnia intelligas praecepta legis, puta multa quae de escis sunt et quae de hostiis et similia; sed ea quae corrigunt mores. Sed quare non de lege gratiae hoc mandavit, sed de doctrina Moysi? Quia scilicet nondum erat tempus praecepta novae legis ante tempus passionis manifestare. Mihi autem videtur quod et aliquid aliud praedispensans hoc dicit: quia enim accusaturus erat Scribas et Pharisaeos in sequentibus sermonibus, ne videretur apud stultos ex hoc eorum principatum cupere, vel propter inimicitiam hoc facere, primum a se hanc suspicionem removet, et tunc eos incipit reprehendere, ut turbae non in eadem vitia incidant; et ideo etiam ne existiment quod, quia debent eos audire, ideo eos debeant in operibus imitari: subditur enim secundum vero opera eorum nolite facere. Quid est autem doctore illo miserabilius cuius vitam discipuli cum non sequuntur salvantur, cum imitantur perduntur? Chrysostomus super Matth. Sicut autem aurum de terra eligitur, et terra relinquitur, sic et auditores doctrinam accipiant, et mores relinquant; frequenter enim de homine malo bona doctrina procedit. Sicut autem sacerdotes melius iudicant propter bonos malos docere, quam propter malos bonos negligere, sic et subditi propter bonos sacerdotes etiam malos honorent, ne propter malos boni etiam contemnantur: melius est enim malis iniusta praestare, quam bonis iusta subtrahere.

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