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8 marzo Seconda Domenica di Quaresima

8 marzo Seconda Domenica di Quaresima
09/10/2019 elena

8 marzo
Seconda Domenica di Quaresima

Prima lettura (Gn 12,1-4a)

   In quei giorni, il Signore disse ad Abram: «Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.

Benedizione e moltiplicazione

San Tommaso
(S. Th. I, q. 73, a. 3, corpo)

   Come si è già detto, il riposo di Dio nel settimo giorno viene preso in due sensi. Primo, per indicare che, pur conservando e governando il creato, Dio cessò allora dal fare opere nuove. Secondo, per significare che si riposò in se stesso, dopo le opere. – Nel primo senso compete al settimo giorno la benedizione perché questa, come si è visto, ha rapporto con la moltiplicazione [degli esseri]. E per tale ragione fu detto alle creature che benedisse: Crescete e moltiplicatevi. Ora, la moltiplicazione avviene mediante il governo delle creature, in quanto si ha la generazione di un essere dal proprio simile. – Quanto invece al secondo senso, compete al settimo giorno la santificazione. Infatti la santificazione per qualsiasi cosa consiste massimamente nel trovare riposo in Dio: per cui vengono dette sante le cose [totalmente] dedicate a Dio.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 73, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut supra [a. 2] dictum est, requies Dei in die septima dupliciter accipitur. Primo quidem, quantum ad hoc, quod cessavit a novis operibus condendis, ita tamen quod creaturam conditam conservat et administrat. Alio modo, secundum quod post opera requievit in seipso. Quantum ergo ad primum, competit septimae diei benedictio. Quia, sicut supra [q. 72 ad 4] dictum est, benedictio ad multiplicationem pertinet, unde dictum est creaturis quas benedixit, crescite et multiplicamini. Multiplicatio autem rerum fit per administrationem creaturae, secundum quam ex similibus similia generantur. Quantum vero ad secundum, competit septimae diei sanctificatio. Maxime enim sanctificatio cuiuslibet attenditur in hoc quod in Deo requiescit, unde et res Deo dedicatae sanctae dicuntur.

Seconda lettura
(2 Tm 1,8b-10)

   Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.

La predestinazione

San Tommaso
(S. Th. I, q. 23, a. 1, corpo)

   A Dio spetta predestinare gli uomini. Tutto infatti è sottoposto alla divina provvidenza, come si è dimostrato. Ora, appartiene alla provvidenza, come si è visto, indirizzare le cose al fine. Ma il fine a cui le cose sono ordinate da Dio, è duplice. Uno che sorpassa i limiti e la capacità di ogni natura creata, e tale fine è la vita eterna consistente nella visione di Dio, che trascende la natura di ogni essere creato, come fu già dimostrato. L’altro fine, invece, è proporzionato agli enti creati, cioè ogni cosa creata lo può raggiungere con le sue capacità naturali. Ora, quando [si tratta di un fine] che un essere non può raggiungere con le forze naturali, è necessario che un altro ve lo porti, come la freccia è lanciata verso il bersaglio dall’arciere. Per tale motivo, dunque, la creatura razionale, che è capace della vita eterna, strettamente parlando è condotta e come trasferita in essa da Dio. E il disegno di questo trasferimento preesiste in Dio, come in lui preesiste il piano che ordina tutti gli esseri al loro fine, piano che abbiamo detto essere la provvidenza. D’altra parte l’idea di una cosa da farsi, esistente nella mente del suo autore, è una certa preesistenza in lui della cosa stessa. Quindi il disegno della predetta trasmissione o trasferimento della creatura razionale al fine della vita eterna prende il nome di predestinazione: infatti destinare vuol dire mandare. E così è chiaro che la predestinazione, quanto al suo oggetto, è una parte della provvidenza.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 23, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod Deo conveniens est homines praedestinare. Omnia enim divinae providentiae subiacent, ut supra [q. 22 a. 2] ostensum est. Ad providentiam autem pertinet res in finem ordinare, ut dictum est [q. 22 a. 1]. Finis autem ad quem res creatae ordinantur a Deo, est duplex. Unus, qui excedit proportionem naturae creatae et facultatem, et hic finis est vita aeterna, quae in divina visione consistit, quae est supra naturam cuiuslibet creaturae, ut supra [q. 12 a. 4] habitum est. Alius autem finis est naturae creatae proportionatus, quem scilicet res creata potest attingere secundum virtutem suae naturae. Ad illud autem ad quod non potest aliquid virtute suae naturae pervenire, oportet quod ab alio transmittatur; sicut sagitta a sagittante mittitur ad signum. Unde, proprie loquendo, rationalis creatura, quae est capax vitae aeternae, perducitur in ipsam quasi a Deo transmissa. Cuius quidem transmissionis ratio in Deo praeexistit; sicut et in eo est ratio ordinis omnium in finem, quam diximus [q. 22 a. 1] esse providentiam. Ratio autem alicuius fiendi in mente actoris existens, est quaedam praeexistentia rei fiendae in eo. Unde ratio praedictae transmissionis creaturae rationalis in finem vitae aeternae, praedestinatio nominatur, nam destinare est mittere. Et sic patet quod praedestinatio, quantum ad obiecta, est quaedam pars providentiae.

Vangelo (Mt 17,1-9)

   In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Convenienza della trasfigurazione

San Tommaso
(S. Th. III, q. 45, a. 1, corpo)

   Il Signore, dopo aver predetto ai suoi discepoli la sua passione, li invitò a seguirlo. Ora, perché uno possa continuare diritto per la sua strada è necessario che in qualche modo ne conosca il fine in anticipo: come l’arciere non può lanciare bene la freccia se prima non guarda il bersaglio da colpire. Da cui le parole di S. Tommaso: Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo sapere la via? (Gv 14,5). E ciò è particolarmente necessario quando la via è difficile e ardua, il cammino faticoso, il fine invece attraente. Ora Cristo, per mezzo della sua passione, arrivò alla gloria non solo dell’anima, che già possedeva fin dal principio del suo concepimento, ma anche del corpo, secondo le parole: Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? (Lc 24,26). E a questa gloria egli conduce anche coloro che seguono le orme della sua passione, come è detto in At 14 [21]: È necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio. Era quindi opportuno che mostrasse ai suoi discepoli mediante la trasfigurazione la gloria del suo splendore al quale configurerà i suoi, secondo le parole di Fil 3 [21]: Trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso. Per cui S. Beda può affermare: «Cristo provvide pietosamente a che [i discepoli], dopo aver gustato per breve tempo la contemplazione della gioia eterna, fossero più forti nel sopportare le avversità».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 45, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod Dominus discipulos suos, praenuntiata sua passione, induxerat eos ad suae passionis sequelam. Oportet autem ad hoc quod aliquis directe procedat in via, quod finem aliqualiter praecognoscat, sicut sagittator non recte iaciet sagittam nisi prius signum prospexerit in quod iaciendum est. Unde et Thomas dixit, Ioan. 14 [5], Domine, nescimus quo vadis, et quomodo possumus viam scire? Et hoc praecipue necessarium est quando via est difficilis et aspera, et iter laboriosum, finis vero iucundus. Christus autem per passionem ad hoc pervenit ut gloriam obtineret, non solum animae, quam habuit a principio suae conceptionis, sed etiam corporis, secundum illud Luc. 24 [26], haec oportuit Christum pati, et ita intrare in gloriam suam. Ad quam etiam perducit eos qui vestigia suae passionis sequuntur, secundum illud Act. 14 [21], per multas tribulationes oportet nos intrare in regnum caelorum. Et ideo conveniens fuit ut discipulis suis gloriam suae claritatis ostenderet (quod est ipsum transfigurari), cui suos configurabit, secundum illud Phil. 3 [21], reformabit corpus humilitatis nostrae, configuratum corpori claritatis suae. Unde Beda dicit, super Marcum, pia provisione factum est ut, contemplatione semper manentis gaudii ad breve tempus delibata fortius adversa tolerarent.

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