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23 febbraio Memoria di San Policarpo 7a Domenica del Tempo Ordinario

23 febbraio Memoria di San Policarpo 7a Domenica del Tempo Ordinario
09/10/2019 elena

23 febbraio
Memoria di San Policarpo
7a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura
(Lev 19,1-2.17-18)

   Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla a tutta la comunità degli Israeliti dicendo loro: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo. Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore”».

La santità e la perfezione

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 184, a. 1, corpo e soluzione 2)

   Ogni cosa è detta perfetta in quanto raggiunge il proprio fine, che è la sua ultima perfezione. Ora, è la carità che ci unisce a Dio, che è il fine ultimo dell’anima umana: poiché chi sta nell’amore dimora in Dio, e Dio dimora in lui (1 Gv 4,16). Perciò la perfezione della vita cristiana consiste specialmente nella carità.
   2. Uno può essere detto perfetto in due modi. Primo, in senso assoluto: e questa perfezione consiste in ciò che fa parte della natura stessa di una cosa, come quando si dice che è perfetto un animale al quale non manca nulla nella disposizione delle membra, o negli altri elementi propri della sua vita. Secondo, una cosa può dirsi perfetta in senso relativo; e tale perfezione è desunta da elementi estrinseci e accidentali, come ad es. dal colore bianco o nero, o da altre cose del genere. Ora, la vita cristiana consiste essenzialmente nella carità, e solo sotto un certo aspetto nelle altre virtù, poiché in 1 Gv 3 [14] è detto: Chi non ama rimane nella morte. Perciò la perfezione della vita cristiana in senso assoluto [simpliciter] va desunta dalla carità, e in senso relativo dalle altre virtù. E poiché ciò che è in senso assoluto è primo e principale rispetto agli altri elementi, è chiaro che la perfezione della carità è principale rispetto alla perfezione derivante dalle altre virtù.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 184, a. 1, corpus e ad secundum)

   Respondeo dicendum quod unumquodque dicitur esse perfectum inquantum attingit proprium finem, qui est ultima rei perfectio. Caritas autem est quae unit nos Deo, qui est ultimus finis humanae mentis, quia qui manet in caritate, in Deo manet, et Deus in eo, ut dicitur 1 Ioan. 4 [16]. Et ideo secundum caritatem specialiter attenditur perfectio vitae christianae.
   Ad secundum dicendum quod dupliciter potest dici aliquis perfectus. Uno modo, simpliciter, quae quidem perfectio attenditur secundum id quod pertinet ad ipsam rei naturam; puta si dicatur animal perfectum quando nihil ei deficit ex dispositione membrorum, et aliis huiusmodi quae requiruntur ad vitam animalis. Alio modo dicitur aliquid perfectum secundum quid, quae quidem perfectio attenditur secundum aliquid exterius adiacens, puta in albedine vel nigredine, vel aliquo huiusmodi. Vita autem christiana specialiter in caritate consistit, per quam anima Deo coniungitur, unde dicitur 1 Ioan. 3 [14], qui non diligit, manet in morte. Et ideo secundum caritatem simpliciter attenditur perfectio christianae vitae, sed secundum alias virtutes secundum quid. Et quia id quod est simpliciter est principium et maximum respectu aliorum, inde est quod perfectio caritatis est principium respectu perfectionis quae attenditur secundum alias virtutes.

Seconda lettura
(1 Cor 3,16-23)

   Fratelli, non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: «Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia». E ancora: «Il Signore sa che i progetti dei sapienti sono vani». Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.

I fedeli tempio di Dio

San Tommaso
(Sulla prima lettera ai Corinzi,
c. 3, lez. 3, v. 16, nn. 172-173)

   v. 16. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Qui dimostra che i fedeli sono tempio di Dio. Infatti rientra nel concetto di tempio che sia l’abitazione di Dio, secondo il Salmo 10,5: «Il Signore nel suo tempio santo». Quindi tutto ciò in cui abita Dio può essere detto tempio. Ora, Dio abita innanzitutto in se stesso, poiché egli solo si abbraccia. Per cui Dio stesso è detto tempio di Dio in Ap 21,22: «Il Signore Dio onnipotente è il suo tempio». Inoltre Dio abita in una casa consacrata mediante il culto spirituale che in essa gli viene offerto, per cui la casa consacrata viene detta tempio, secondo il Salmo 5,8: «Mi prostrerò con timore nel tuo tempio santo». Dio poi abita anche negli uomini attraverso «la fede che opera mediante la carità», secondo Ef 3,17: «Che il Cristo abiti mediante la fede nei vostri cuori».
   Quindi, per dimostrare che i fedeli sono tempio di Dio, aggiunge che sono inabitati da Dio, quando dice: e che lo Spirito di Dio abita in voi. E in Rm 8,11 è stato detto: «Lo Spirito che ha risuscitato Gesù Cristo abiterà in voi». Ez 36,27: «Porrò il mio spirito in mezzo a voi».
   Dal che risulta che lo Spirito Santo è Dio, dato che per la sua inabitazione i fedeli sono detti tempio di Dio. Infatti solo l’inabitazione di Dio realizza il tempio di Dio, come si è detto.
   Ma occorre considerare che Dio si trova in tutte le creature, nelle quali è per essenza, per potenza e per presenza, riempendo tutte le cose con i suoi beni, secondo il testo di Ger 23,24: «Io riempio il cielo e la terra». Si dice però che Dio inabita spiritualmente come nella sua casa di famiglia nei santi, la cui mente è capace di Dio mediante la conoscenza e l’amore, anche se essi non conoscono e amano in atto, purché abbiano attraverso la grazia l’abito della fede e della carità, come è chiaro nei bambini battezzati. E la conoscenza senza l’amore non basta per l’inabitazione di Dio, secondo quanto detto in 1 Gv 4,16: «Chi rimane nella carità, rimane in Dio, e Dio in lui». Per cui risulta che molti conoscono Dio, o per conoscenza naturale, o per la fede informe, senza tuttavia che lo Spirito di Dio inabiti in loro.

Testo latino di San Tommaso
(Super primam epistolam ad Corinthios,

c. 3, lect. 3, v. 16, nn. 172-173)

   Secundo probat quod fideles sint templum Dei. Est enim de ratione templi quod sit habitaculum Dei, secundum illud Ps. 10,5: Deus in templo sancto suo. Unde omne illud in quo Deus habitat, potest dici templum. Habitat autem Deus principaliter in seipso, quia ipse solus se comprehendit. Unde et ipse Deus templum Dei dicitur Apoc. 21,22: Dominus Deus omnipotens templum illius est. Habitat etiam Deus in domo sacrata per spiritualem cultum, qui in ea sibi exhibetur; et ideo domus sacrata dicitur templum, secundum illud Ps. 5,8: adorabo ad templum sanctum tuum, et cetera. Habitat etiam Deus in hominibus per fidem, quae per dilectionem operatur, secundum illud Eph. 3,17: habitare Christum per fidem in cordibus vestris. Unde et ad probandum quod fideles sint templum Dei, subiungit quod inhabitantur a Deo, cum dicit et Spiritus Dei habitat in vobis. Et Rom. 8,11 dictum est: Spiritus, qui suscitavit Iesum Christum habitabit in vobis. Ez. 36,27: spiritum meum ponam in medio vestri. Ex quo patet quod Spiritus Sanctus est Deus, per cuius inhabitationem fideles dicuntur templum Dei. Sola enim inhabitatio Dei templum Dei facit, ut dictum est. Est autem considerandum quod Deus est in omnibus creaturis, in quibus est per essentiam, potentiam et praesentiam, implens omnia bonitatibus suis, secundum illud Ier. 23,24: caelum et terram ego impleo. Sed spiritualiter dicitur Deus inhabitare tamquam in familiari domo in sanctis, quorum mens capax est Dei per cognitionem et amorem, etiam si ipsi in actu non cognoscant et diligant, dummodo habeant per gratiam habitum fidei et charitatis, sicut patet de pueris baptizatis. Et cognitio sine dilectione non sufficit ad inhabitationem Dei, secundum illud 1 Io. 4,16: qui manet in charitate, in Deo manet, et Deus in eo.

Vangelo (Mt 5,38-48)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

L’amore dei nemici

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 25, a. 8,
in contrario, corpo e soluzioni)

   Il Signore in Mt 5 [44] dice: Amate i vostri nemici.
   L’amore dei nemici può essere inteso in tre modi. Primo, quale amore verso i nemici in quanto nemici. E questa è una cosa perversa e contraria alla carità, poiché equivale ad amare il male altrui. – Secondo, può essere inteso come amore dei nemici rispetto alla loro natura, ma in generale. E questo amore dei nemici è imposto dalla carità, per cui uno che ama Dio e il prossimo non deve escludere dall’amore universale del prossimo i propri nemici. – Terzo, l’amore dei nemici può essere inteso come un amore in particolare: in modo cioè che uno abbia uno speciale affetto di carità verso il nemico. E questo la carità non lo richiede necessariamente: poiché la carità non esige neppure che uno ami singolarmente di un amore speciale tutti gli uomini, dato che sarebbe una cosa impossibile. Tuttavia la carità lo esige come predisposizione dell’animo: che cioè uno abbia l’animo disposto ad amare singolarmente il suo nemico se la necessità lo richiedesse. – Che invece uno ami attualmente per amore di Dio i propri nemici fuori dei casi di necessità appartiene alla perfezione della carità. Siccome infatti la carità ci porta ad amare il prossimo per Dio, quanto più uno ama Dio, tanto più mostra di amare il prossimo, nonostante qualsiasi inimicizia. Come se uno amasse molto un amico, per il suo amore ne amerebbe anche i figli, per quanto gli siano nemici. E in questo senso intende parlare S. Agostino.
   2. Ogni essere odia per natura le cose contrarie in quanto contrarie. Ora, i nemici ci sono contrari in quanto nemici. Per cui dobbiamo odiare in essi questo fatto: poiché ci deve dispiacere che ci siano nemici. Però essi non ci sono contrari in quanto uomini capaci della beatitudine. E così sotto questo aspetto dobbiamo amarli.
   3. Amare i nemici in quanto nemici è cosa riprovevole. E la carità non porta a questo, come si è spiegato.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 25, a. 8,

sed contra, corpus e ad objecta)

   Sed contra est quod Dominus dicit, Matth. 5 [44], diligite inimicos vestros.
   Respondeo dicendum quod dilectio inimicorum tripliciter potest considerari. Uno quidem modo, ut inimici diligantur inquantum sunt inimici. Et hoc est perversum et caritati repugnans, quia hoc est diligere malum alterius. – Alio modo potest accipi dilectio inimicorum quantum ad naturam, sed in universali. Et sic dilectio inimicorum est de necessitate caritatis, ut scilicet aliquis diligens Deum et proximum ab illa generalitate dilectionis proximi inimicos suos non excludat. – Tertio modo potest considerari dilectio inimicorum in speciali, ut scilicet aliquis in speciali moveatur motu dilectionis ad inimicum. Et istud non est de necessitate caritatis absolute, quia nec etiam moveri motu dilectionis in speciali ad quoslibet homines singulariter est de necessitate caritatis, quia hoc esset impossibile. Est tamen de necessitate caritatis secundum praeparationem animi, ut scilicet homo habeat animum paratum ad hoc quod in singulari inimicum diligeret si necessitas occurreret. – Sed quod absque articulo necessitatis homo etiam hoc actu impleat ut diligat inimicum propter Deum, hoc pertinet ad perfectionem caritatis. Cum enim ex caritate diligatur proximus propter Deum, quanto aliquis magis diligit Deum, tanto etiam magis ad proximum dilectionem ostendit, nulla inimicitia impediente. Sicut si aliquis multum diligeret aliquem hominem, amore ipsius filios eius amaret etiam sibi inimicos. Et secundum hunc modum loquitur Augustinus.
   Ad secundum dicendum quod unaquaeque res naturaliter odio habet id quod est sibi contrarium inquantum est sibi contrarium. Inimici autem sunt nobis contrarii inquantum sunt inimici. Unde hoc debemus in eis odio habere, debet enim nobis displicere quod nobis inimici sunt. Non autem sunt nobis contrarii inquantum homines sunt et beatitudinis capaces. Et secundum hoc debemus eos diligere.
   Ad tertium dicendum quod diligere inimicos inquantum sunt inimici, hoc est vituperabile. Et hoc non facit caritas, ut dictum est [in co.].

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