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18 febbraio – martedì Tempo Ordinario – 6a Settimana

18 febbraio – martedì Tempo Ordinario – 6a Settimana
09/10/2019 elena

18 febbraio – martedì
Tempo Ordinario – 6a Settimana

Prima lettura
(Gc 1, 12-18)

   Beato l’uomo che resiste alla tentazione perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promesso a quelli che lo amano.
   Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono; poi le passioni concepiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte.
   Non ingannatevi, fratelli miei carissimi; ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento. Per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature.

Dio non tenta nessuno

San Tommaso
(S. Th. I, q. 114, a. 2, corpo)

   Tentare, propriamente, vuol dire sottoporre una cosa a esperimento. E tale esperimento ha lo scopo di meglio conoscere la cosa stessa: poiché lo scopo immediato di ogni tentazione è la conoscenza. Talvolta però, dopo l’acquisto della conoscenza, si mira a un altro scopo ancora, che può essere buono o cattivo: buono nel caso in cui uno intenda scoprire le qualità di una persona, sia nel campo del sapere che nel campo della virtù, per aiutarla ad avanzare ulteriormente; cattivo, invece, quando uno vuole scoprire tutto ciò per poterla ingannare e rovinare. Da tali premesse si può com-prendere come la tentazione venga attribuita a soggetti diversi in modo diverso. Prendiamo l’uomo: si dice che egli tenta talvolta con l’unico scopo di sapere; ed è per questo che si dice che è un peccato il tentare Dio, perché allora l’uomo, come dubitandone, presume di mettere alla prova la potenza di Dio. Altre volte, invece, l’uomo tenta con lo scopo o di giovare o di nuocere. – Al contrario il diavolo tenta sempre per nuocere, trascinando al peccato. Ed è appunto tentare in questo modo che è ufficio proprio del diavolo: poiché, sebbene talvolta tenti così anche l’uomo, in tal caso quest’ultimo agisce quale ministro del diavolo. – Dio invece tenta per conoscere, ma nel senso in cui si dice che viene a conoscere colui che produce in altri la conoscenza. Così infatti è detto in Dt: Il Signore vostro Dio vi mette alla prova, perché sia manifesto se lo amate o no. – La carne e il mondo, poi, tentano anch’essi, ma strumentalmente o materialmente: in quanto cioè si può conoscere quale sia una persona dal fatto che asseconda o respinge le voglie della carne, e dal fatto che disprezza le cose prospere e avverse del mondo; e di queste cose si serve anche il diavolo per tentare.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 114, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod tentare est proprie experimentum sumere de aliquo. Experimentum autem sumitur de aliquo, ut sciatur aliquid circa ipsum, et ideo proximus finis cuiuslibet tentantis est scientia. Sed quandoque ulterius ex scientia quaeritur aliquis alius finis, vel bonus vel malus, bonus quidem, sicut cum aliquis vult scire qualis aliquis sit, vel quantum ad scientiam vel quantum ad virtutem, ut eum promoveat; malus autem, quando hoc scire vult, ut eum decipiat vel subvertat. Et per hunc modum potest accipi quomodo tentare diversis diversimode attribuatur. Homo enim tentare dicitur, quandoque quidem ut sciat tantum, et propter hoc, tentare Deum dicitur esse pecca-tum; quia homo, quasi incertus, experiri praesumit Dei virtutem. Quandoque vero tentat ut iuvet, quandoque vero, ut noceat. diabolus autem semper tentat ut noceat, in peccatum praecipitando. Et secundum hoc, dicitur proprium officium eius tentare, nam etsi homo aliquando sic tentet, hoc agit inquantum est minister diaboli. Deus autem tentare dicitur ut sciat, eo modo loquendi quo dici-tur scire quod facit alios scire. Unde dicitur Deut. 13 [3], tentat vos Dominus Deus vester, ut palam fiat utrum diligatis eum. Caro autem et mundus dicuntur tentare instrumentaliter, seu materialiter, inquantum scilicet potest cognosci qualis sit homo, ex hoc quod sequitur vel repugnat concupis-centiis carnis, et ex hoc quod contemnit prospera mundi et adversa; quibus etiam diabolus utitur ad tentandum.

Vangelo (Mc 8,14-21)

   In quel tempo, i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un solo pane. Allora Gesù li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». Ma quelli discutevano fra loro perché non avevano pane.
   Si accorse di questo e disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». E disse loro: «Non comprendete ancora?».

Il lievito dei farisei

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Marco,
c. 8, lez. 2, v. 15)

   Segue: I discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani, e non avevano con sé sulla barca che un solo pane. BEDA: Ma qualcuno chiederà: come non avevano pani quelli che subito, riempite le sporte, salirono sulla barca? Eppure la Sacra Scrittura attesta che si erano dimenticati di prenderli con sé, il che è un indizio di quanta modica cura avessero nelle altre cose, dato che lo zelo nel seguire il Signore non aveva lasciato nelle loro anime alcun posto per le preoccupazioni corporali. TEOFILATTO: Fu anche qualcosa di provvidenziale il fatto che i discepoli dimenticarono di prendere con sé i pani, così che la correzione di Cristo li rendesse migliori e poté farli giungere alla nozione della sua potenza; segue infatti: Li ammoniva dicendo: Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode. CRISOSTOMO: Matteo dice (16,6): «Dal lievito dei farisei e dei sadducei»; Luca invece (12,1) solo dei farisei. I tre dunque nominano i farisei come i principali, mentre Matteo e Marco si sono divisi i secondari. Giustamente poi Marco ha posto Erode come supplemento della sua narrazione, essendo stati trascurati gli erodiani da parte di Matteo. Dicendo poi questo, a poco a poco conduce i discepoli alla comprensione e alla fede. TEOFILATTO: Chiama lievito dei farisei e degli erodiani la loro dottrina in quanto dannosa e corruttiva, e piena della vecchia malizia. Infatti gli erodiano erano dottori che dicevano che Erode era il Cristo. BEDA: Oppure il lievito dei farisei è l’anteporre le tradizioni umane alla legge divina, predicare la legge con le parole e combatterla con le azioni, tentare il Signore e rifiutare ogni credenza alle sue opere e alle sue parole. Il lievito di Erode è l’adulterio, l’omicidio, la temerarietà del giuramento, l’ipocrisia e l’odio contro Cristo e il suo precursore. TEOFILATTO: I discepoli credettero che il Signore parlasse del lievito ordinario, per cui segue: Ma quelli discutevano fra loro poiché non avevano pane. E dicevano questo in quanto non intendevano la virtù di Cristo, che poteva fare i pani dal nulla. Per cui il Signore li riprende. Segue infatti: Si accorse di questo e disse loro: Perché discutete che non avete pane? BEDA: In occasione del comando che il Signore aveva fatto, dicendo: Guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode, ricorda loro che cosa significano i cinque pani e i sette, su cui aggiunge: E non vi ricordate, quando spezzai i cinque pani, ecc. Se infatti il suddetto lievito significava le tradizioni perverse, perché i cibi di cui fu nutrito il popolo di Dio non dovrebbero significare la vera dottrina.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Marcum, c. 8, lect. 2, v. 15)

   Sequitur et obliti sunt panes sumere, et nisi unum panem non habebant secum in navi. Beda. Quaerit autem aliquis: quomodo panes non habebant qui statim impletis septem sportis ascenderunt in naviculam? Sed Scriptura testatur, quod obliti sunt eos secum tollere; quod indicium est quam modicam carnis curam haberent in reliquis, quibus ipsa reficiendi corporis necessitas intentione dominici comitatus mente excesserat. Theophylactus. Dispensative etiam panes sumere discipuli sunt obliti, ut reprehensi a Christo fierent meliores et ad virtutis Christi notitiam pervenirent; sequitur enim et praecipiebat eis, dicens: videte, et cavete a fermento Pharisaeorum, et fermento Herodis. Chrysostomus. Matthaeus dicit: a fermento Pharisaeorum et Sadducaeorum; Lucas vero Pharisaeorum solum. Tres ergo Pharisaeos nominant, quasi principales; Matthaeus vero et Marcus sibi secundarios diviserunt. Congrue autem Marcus posuit Herodis, quasi relictis a Matthaeo Herodianis in supplementum narrationis ipsius. Hoc autem dicens, paulatim inducit discipulos ad sensum et fidem. Theophylactus. Fermentum Pharisaeorum et Herodianorum vocat doctrinam eorum, quasi damnosam et corruptivam et malitia veteri plenam. Herodiani enim doctores erant, qui Herodem Christum esse dicebant. Beda. Vel fermentum Pharisaeorum est decreta legis divinae traditionibus hominum postponere; legem verbis praedicare, et factis impugnare; Dominum tentare, doctrinae eius, aut operibus non credere. Fermentum autem Herodis est adulterium, homicidium, temeritas iurandi, simulatio religionis, et odium in Christum et praecursorem eius. Theophylactus. Ipsi autem discipuli de fermento panum dixisse Dominum putaverunt; unde sequitur et cogitabant ad alterutrum, dicentes: quia panes non habemus. Hoc autem dicebant, quasi non intelligentes Christi virtutem, quod poterat panes facere ex non ente; unde Dominus eos reprehendit: sequitur enim quo cognito Iesus ait illis: quid cogitatis, quia panes non habetis? Beda. Per occasionem autem praecepti quod salvator iusserat, dicens cavete a fermento Pharisaeorum et fermento Herodis, docet eos quid significent quinque panes, et septem, de quibus subdit nec recordamini quando quinque panes fregi? et cetera. Si enim fermentum praedictum traditiones perversas significaret, quare cibi quibus nutritus est populus Dei, non veram doctrinam significent?

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