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16 febbraio 6a Domenica del Tempo Ordinario

16 febbraio 6a Domenica del Tempo Ordinario
09/10/2019 elena

16 febbraio
6a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura
(Sir 15,16-21)

   Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini. A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare.

Il libero arbitrio
appartiene all’essenza dell’uomo

San Tommaso
(S. Th. I, q. 83, a. 1,
in contrario e corpo)

   In Sir è detto: Egli da principio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. E la Glossa spiega: «cioè del suo libero arbitrio».
   L’uomo possiede il libero arbitrio: altrimenti sarebbero vani i consigli, le esortazioni, i precetti, le proibizioni, i premi e le pene. Per averne l’evidenza, dobbiamo osservare che alcuni esseri agiscono senza alcun discernimento o giudizio, come la pietra che si muove verso il basso; e così tutte le cose prive di conoscenza. – Altri esseri invece agiscono con un certo giudizio, che però non è libero, come gli animali bruti. Infatti la pecora, al vedere il lupo, giudica, con discernimento naturale e non libero, che è necessario fuggirlo: e tale giudizio non proviene da un confronto tra i vari oggetti, ma da un istinto naturale. E lo stesso si dica del discernimento di tutti gli animali. – L’uomo invece agisce in base a un vero giudizio, poiché giudica mediante la facoltà conoscitiva se una cosa vada fuggita o seguita. Ora, siccome un tale giudizio non mira per un istinto naturale a una cosa determinata da farsi, ma dipende da un raffronto della ragione, nelle realtà l’uomo agisce con giudizio libero, avendo di conseguenza il potere di portarsi su oggetti diversi. Infatti nelle realtà contingenti la ragione ha la via aperta verso termini opposti: come riscontriamo nei sillogismi di probabilità, o dialettici, e negli accorgimenti della retorica. Ora, le cose particolari da farsi sono contingenti: quindi il giudizio della ragione su di esse rimane aperto verso soluzioni opposte, e non è determinato a una sola. È necessario pertanto che l’uomo possieda il libero arbitrio, proprio perché egli è razionale.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 83, a. 1, sed contra e corpus)

   Sed contra est quod dicitur Eccli. 15 [14], Deus ab initio constituit hominem, et reliquit eum in manu consilii sui. Glossa, idest in libertate arbitrii.
   Respondeo dicendum quod homo est liberi arbitrii, alioquin frustra essent consilia, exhortationes, praecepta, prohibitiones, praemia et poenae. Ad cuius evidentiam, considerandum est quod quaedam agunt absque iudicio, sicut lapis movetur deorsum; et similiter omnia cognitione carentia. Quaedam autem agunt iudicio, sed non libero; sicut animalia bruta. Iudicat enim ovis videns lupum, eum esse fugiendum, naturali iudicio, et non libero, quia non ex collatione, sed ex naturali instinctu hoc iudicat. Et simile est de quolibet iudicio brutorum animalium. Sed homo agit iudicio, quia per vim cognoscitivam iudicat aliquid esse fugiendum vel prosequendum. Sed quia iudicium istud non est ex naturali instinctu in particulari operabili, sed ex collatione quadam rationis; ideo agit libero iudicio, potens in diversa ferri. Ratio enim circa contingentia habet viam ad opposita; ut patet in dialecticis syllogismis, et rhetoricis persuasionibus. Particularia autem operabilia sunt quaedam contingentia, et ideo circa ea iudicium rationis ad diversa se habet, et non est determinatum ad unum. Et pro tanto necesse est quod homo sit liberi arbitrii, ex hoc ipso quod rationalis est.

Seconda lettura
(1 Cor 2,6-10)

   Fratelli, tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Ma, come sta scritto: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano». Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio.

Caratteristiche
della sapienza che viene da Dio

San Tommaso
(Sulla prima lettera ai Corinzi,
c. 2, lez. 2, v. 9, nn. 96-98)

   v. 9 Sta scritto infatti: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano».
   Quando dice sta scritto, prova con l’autorità scritturale che i prìncipi di questo mondo non hanno conosciuto la sapienza di Dio in quanto è stata preordinata alla gloria dei fedeli; come sta scritto in Is 64,3, dove il nostro testo ha: «Occhio non vide, o Dio, fuori di te, che cosa hai preparato per coloro che ti amano».
   Quindi mostra che quella gloria della visione beatifica è chiaramente ignorata dagli uomini in due modi. In un primo modo poiché non sottostà ai sensi umani, dai quali ha inizio ogni umana conoscenza. E pone due sensi. Anzitutto il senso della vista, che serve alla scoperta, quando dice che occhio non vide. Gb 28,7: «L’uccello ne ignora il sentiero, non lo scorge neppure l’occhio dell’aquila». E questo poiché non è qualcosa di colorato e di visibile. In secondo luogo pone il senso dell’udito, che serve all’insegnamento, dicendo né orecchio udì, cioè la stessa gloria, poiché non è un suono o una voce sensibile. Gv 5,37: «Non avete visto il suo volto, né avete udito la sua voce».
   Quindi esclude la sua conoscenza intellettuale quando dice né mai ascesero in cuore di uomo. E ciò può essere inteso secondo un primo modo nel senso che l’ascendere al cuore dell’uomo viene detto di qualcosa che in qualsiasi maniera è conosciuto dall’uomo, secondo Ger 2,50: «Gerusalemme ascenda sopra il vostro cuore»; e così bisogna che il cuore dell’uomo venga inteso come il cuore dell’uomo carnale, secondo quanto viene detto sotto (3,3): «Dal momento che ci sono tra voi invidia e contese, non siete forse carnali, e non vi comportate in modo tutto umano?».
   C’è dunque un significato per cui quella gloria non solo non è percepita dal senso, ma neppure dal cuore dell’uomo carnale, secondo Gv 14,17: «Lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, poiché non lo vede e non lo conosce».
   Si può spiegare in un altro modo, secondo che si dice propriamente che ascende al cuore dell’uomo ciò che giunge all’intelletto umano dall’interno, per esempio dalla conoscenza delle realtà sensibili, di cui si è fatta menzione in precedenza.
   Infatti le cose si trovano nell’intelletto secondo il loro modo (di essere). Perciò le realtà inferiori si trovano nell’intelletto secondo un modo di essere superiore a quello loro proprio. Così dunque, quando vengono apprese dall’intelletto, in un certo senso salgono al cuore. Perciò in Is 65,17 si dice: «Poiché saranno dimenticate le cose di prima, né saliranno al cuore». Invece le realtà superiori che si trovano nell’intelletto hanno in se stesse un modo di essere più alto di quello che hanno nell’intelletto. Quindi, quando sono apprese dall’intelletto, in un certo modo discendono. Gc 1,17: «Ogni dono perfetto viene dall’alto, e discende dal Padre della luce».
   Poiché dunque la conoscenza di quella gloria non viene presa dalle realtà sensibili, ma dalla rivelazione divina, per questo dice espressamente né mai ascesero in cuore di uomo, ma discesero, quelle cose cioè che Dio ha preparate, cioè ha predestinato, per coloro che lo amano; infatti il premio essenziale della gloria eterna è dovuto alla carità, secondo Gv 14,21: «Se qualcuno mi ama, sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e mi manifesterò a lui», nel che consiste la perfezione della gloria eterna. E in Gb 36,33 si legge: «Dà annunzio di essa», ossia della luce della sua gloria, «al suo amico, così che diventi suo possesso». Le altre virtù poi ricevono l’efficacia di meritare la vita eterna in quanto sono informate dalla carità.

Testo latino di San Tommaso
(Super primam epistolam ad Corinthios,

c. 2, lect. 3, v. 9, nn. 96-98)

   Dicens: sed sicut scriptum est Is. 64,4, ubi littera nostra habet: oculus non vidit, Deus, absque te, quae praeparasti his qui diligunt te. Ostenditur autem illa gloria visionis aperte ab hominibus ignorari dupliciter. Primo quidem quod non subiacet humanis sensibus, a quibus omnis humana cognitio initium sumit. Et ponit duos sensus. Primo visionis quae deservit inventioni, cum dicit quod oculus non vidit, Iob 28,7: semitam eius ignoravit avis, nec intuitus est eam oculus vulturis. Et hoc ideo, quia non est aliquid coloratum et visibile. Secundo ponit sensum auditus, qui deservit disciplinae, dicens nec auris audivit, scilicet ipsam gloriam, quia non est sonus aut vox sensibilis. Io. 5, v. 37: neque speciem eius vidistis, neque vocem eius audistis. Deinde excludit notitiam eius intellectualem, cum dicit neque in cor hominis ascendit. Quod quidem potest intelligi: uno modo ut ascendere in cor hominis dicatur quidquid quocumque modo cognoscitur ab homine, secundum illud Ier. 2, v. 50: Ierusalem ascendat super cor vestrum: et sic oporteat, quod cor hominis accipiatur pro corde hominis carnalis, secundum illud quod dicitur infra 3,3: cum sint inter vos zelus et contentio, nonne carnales estis, et secundum hominem ambulatis? Est ergo sensus quod illa gloria non solum sensu non percipitur, sed nec corde hominis carnalis, secundum illud Io. 14,17: quem mundus non potest accipere, quia non videt eum, nec scit eum. Alio modo potest exponi secundum quod proprie dicitur in cor hominis ascendere id quod ab inferiori pervenit ad hominis intellectum, puta a sensibilibus, de quibus prius fecerat mentionem. Res enim sunt in intellectu secundum modum eius; res igitur inferiores sunt in intellectu altiori modo quam in seipsis. Et ideo quando ab intellectu capiuntur, quodammodo in cor ascendunt. Unde dicitur Is. 65,17: non erunt in memoria priora, nec ascendent super cor. Illa vero quae sunt in intellectu superiora, altiori modo sunt in seipsis quam in intellectu. Et ideo quando ab intellectu capiuntur, quodammodo descendunt. Iac. 1, v. 17: omne donum perfectum desursum est descendens a Patre luminum. Quia igitur illius gloriae notitia non accipitur a sensibilibus, sed ex revelatione divina, ideo signanter dicit nec in cor hominis ascendit, sed descendit, id scilicet quod praeparavit Deus, id est, praedestinavit, diligentibus se, quia essentiale praemium aeternae gloriae charitati debetur, secundum illud Io. c. 14,21: si quis diligit me diligetur a Patre meo, et ego diligam eum et manifestabo ei meipsum, in quo perfectio aeternae gloriae consistit; et Iob 36,33: annuntiat de ea, id est de luce gloriae, amico suo quod possessio eius sit. Caeterae autem virtutes accipiunt efficaciam merendi vitam aeternam, inquantum informantur charitate.

Vangelo (Mt 5,17-37)

   [In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:] «Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure un iota o un segno, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli. Poiché [io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non uccidere”; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio.] Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna. Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e và prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo! [Avete inteso che fu detto: “Non commettere adulterio”; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.] Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, càvalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tàgliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna. Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio”; ma io vi dico: chiunque ripudia sua moglie, eccetto il caso di concubinato, la espone all’adulterio e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.[Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti; ma io vi dico: non giurate affatto]: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. [Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno».]

Il pieno compimento della legge

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Matteo,
c. 5, lez. 6, v. 17, n. 467)

   Sono venuto … per dare compimento [alla legge].
   Ha dato compimento anzitutto ai precetti morali, condendoli con la dolcezza della carità, poiché «pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13,10). Gv 15,11: «Questo è il mio comandamento, che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi». Secondo, ai precetti cerimoniali, togliendo il velo delle figure; più avanti, 27,51: «Il velo del tempio si squarciò in due», ecc. Ap 5,9: «L’Agnello è degno di aprire il libro e di scioglierne i sigilli», cioè le osservanze delle figure nella legge. Terzo, mostrando in se stesso il pieno compimento delle profezie. Lc, ult. 25: «Bisogna che si adempiano le cose scritte su di me nei Profeti». Quarto, confermando le promesse. Gal 3,16: «Ad Abramo furono fatte le promesse». Quinto, temperando con la misericordia i precetti giudiziali. Gv 8,11, sull’adultera: «Neppure io ti condanno». Sesto, aggiungendo i consigli, più avanti, 19,21: «Và e vendi tutto», ecc. Settimo, adempiendo tutte le promesse loro fatte sulla missione dello Spirito Santo e l’incarnazione del Figlio, e altro. Eb 8,8: «Concluderò un’alleanza nuova». Gv 19,30: «Tutto è compiuto».

Testo latino di San Tommaso
(Super Matthaeum,

c. 5, lect. 6, I, v. 17, n. 467)

   Implevit autem primo moralia, caritatis dulcedine condiendo, quia plenitudo legis est dilectio, Rom. 13, 10. Io. 15,11: hoc est praeceptum meum ut diligatis invicem, sicut dilexi vos. Secundo caerimonialia, figurarum velamen detegendo; infra c. 27,51: velum templi scissum est; Apoc. c. 5,9: dignus est agnus aperire librum, et solvere signacula eius, idest observationes figurarum in lege. Tertio prophetias in se completas ostendendo; Lc. ult., 25: oportet impleri quae scripta sunt in prophetis de me. Quarto promissiones confirmando; ad Gal. 3,16: Abrahae dictae sunt promissiones. Quinto iudicialia per misericordiam temperando; Io. 8,11, de adultera: nec ego te condemnabo. Sexto consilia addendo; infra 19,21: vade, et vende omnia et cetera. Septimo promissiones omnes eis factas de Spiritus Sancti missione, et Filii incarnatione etc. persolvendo; ad Hebr. 8,8: consummabo testamentum novum; Io. 19,30: consummatum est.

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