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15 febbraio – sabato Tempo Ordinario – 5a Settimana

15 febbraio – sabato Tempo Ordinario – 5a Settimana
09/10/2019 elena

15 febbraio – sabato
Tempo Ordinario – 5a Settimana

Prima lettura
(1 Re 12,16-32.13,33-34)

   In quei giorni, Geroboàmo, [re d’Israele], pensò: «In questa situazione il regno potrà tornare alla casa di Davide. Se questo popolo continuerà a salire a Gerusalemme per compiervi sacrifici nel tempio del Signore, il cuore di questo popolo si rivolgerà verso il suo signore, verso Roboàmo, re di Giuda; mi uccideranno e ritorneranno da Roboàmo, re di Giuda». Consigliatosi, il re preparò due vitelli d’oro e disse al popolo: «Siete già saliti troppe volte a Gerusalemme! Ecco, Israele, i tuoi dèi che ti hanno fatto salire dalla terra d’Egitto». Ne collocò uno a Betel e l’altro lo mise a Dan. Questo fatto portò al peccato; il popolo, infatti, andava sino a Dan per prostrarsi davanti a uno di quelli. Egli edificò templi sulle alture e costituì sacerdoti, presi da tutto il popolo, i quali non erano discendenti di Levi. Geroboàmo istituì una festa nell’ottavo mese, il quindici del mese, simile alla festa che si celebrava in Giuda. Egli stesso salì all’altare; così fece a Betel per sacrificare ai vitelli che aveva eretto, e a Betel stabilì sacerdoti dei templi da lui eretti sulle alture. Geroboàmo non abbandonò la sua via cattiva. Egli continuò a prendere da tutto il popolo i sacerdoti delle alture e a chiunque lo desiderava conferiva l’incarico e quegli diveniva sacerdote delle alture. Tale condotta costituì, per la casa di Geroboàmo, il peccato che ne provocò la distruzione e lo sterminio dalla faccia della terra.

Le cause dell’idolatria

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 94, a. 4, corpo)

   Due sono le cause dell’idolatria. La prima è solo dispositiva. E questa è da ricercarsi nell’uomo per tre motivi. Primo, per il disordine dell’affetto: cioè per il fatto che gli uomini, amando o venerando troppo una persona umana, presero a tributarle onori divini. E questa causa è assegnata in Sap 14 [15]: Un padre, addolorato da un lutto prematuro, fece un’immagine di quel suo figlio così presto rapito; e iniziò a rendere culto come a un dio a chi poco prima era solo un defunto. E ancora [21]: Gli uomini, facendosi schiavi o delle passioni o dei re, imposero a legni o a pietre il nome incomunicabile, cioè il nome di Dio. – Secondo, per il fatto che l’uomo è portato naturalmente a gustare le rappresentazioni, come nota il Filosofo. E così gli uomini primitivi, vedendo delle immagini umane ben plasmate dall’abilità degli artisti, presero a farne degli oggetti di culto. Per cui in Sap 13 [11] è detto: Un abile falegname taglia dal bosco un tronco diritto e grazie alla sua arte gli dà una forma e lo rende simile a un’immagine umana, e poi lo prega per le sue ricchezze, i suoi figli e il suo matrimonio. – Terzo, per l’ignoranza del vero Dio: nel senso che gli uomini, misconoscendone la grandezza, attribuirono il culto divino a delle creature, a motivo della loro bellezza o potenza. Per cui in Sap 13 [1] è detto: Dai beni visibili non riconobbero colui che è: non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere. Ma il fuoco, o il vento, o l’aria sottile, o la volta stellata, o l’acqua impetuosa, o le luci del cielo considerarono come dèi, reggitori del mondo. – L’altra causa invece che dà all’idolatria il suo coronamento va cercata nei demoni, i quali negli idoli si rivelarono all’uomo immerso nell’errore per esservi adorati, dando responsi e facendo altre cose che agli uomini potevano sembrare miracoli. Da cui le parole del Sal 95 [5]: Tutti gli dèi delle nazioni sono demoni.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 94, a. 4, corpus)

   Respondeo dicendum quod idololatriae est duplex causa. Una quidem dispositiva. Et haec fuit ex parte hominum. Et hoc tripliciter. Primo quidem, ex inordinatione affectus, prout scilicet homines aliquem hominem vel nimis amantes vel nimis venerantes, honorem divinum ei impenderunt. Et haec causa assignatur Sap. 14 [15], acerbo luctu dolens pater cito sibi rapti filii fecit imaginem; et illum qui tunc, quasi homo, mortuus fuerat, tanquam Deum colere coepit. Et ibidem etiam subditur [21] quod homines, aut affectui aut regibus deservientes, incommunicabile nomen, scilicet divinitatis, lignis et lapidibus imposuerunt. – Secundo, propter hoc quod homo naturaliter de repraesentatione delectatur, ut philosophus dicit, in poetria sua. Et ideo homines rudes a principio videntes per diligentiam artificum imagines hominum expressive factas, divinitatis cultum eis impenderunt. Unde dicitur Sap. 13 [11.13.17], si quis artifex faber de silva lignum rectum secuerit; et per scientiam suae artis figuret illud et assimilet imagini hominis, de substantia sua, et filiis et nuptiis, votum faciens, inquirit. – Tertio, propter ignorantiam veri Dei, cuius excellentiam homines non considerantes, quibusdam creaturis, propter pulchritudinem seu virtutem, divinitatis cultum exhibuerunt. Unde dicitur Sap. 13 [1-2], neque, operibus attendentes, agnoverunt quis esset artifex. Sed aut ignem, aut spiritum, aut citatum aerem, aut gyrum stellarum, aut nimiam aquam, aut solem, aut lunam, rectores orbis terrarum, deos putaverunt. – Alia autem causa idololatriae fuit consummativa, ex parte daemonum, qui se colendos hominibus errantibus exhibuerunt in idolis, dando responsa et aliqua quae videbantur hominibus mirabilia faciendo. Unde et in Ps. [95,5] dicitur, omnes dii gentium daemonia.

Vangelo (Mc 8,1-10)

   In quei giorni, poiché vi era di nuovo molta folla e non avevano da mangiare, Gesù chiamò a sé i discepoli e disse loro: «Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti da lontano». Gli risposero i suoi discepoli: «Come riuscire a sfamarli di pane qui, in un deserto?». Domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero: «Sette». Ordinò alla folla di sedersi per terra. Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. Avevano anche pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece distribuire anche quelli. Mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi avanzati: sette sporte. Erano circa quattromila. E li congedò. Poi salì sulla barca con i suoi discepoli e subito andò dalle parti di Dalmanutà.

Sento compassione

San Tommaso
(S. Th. III, q. 21, a. 2, corpo)

   Pregare con la sensualità, o appetito sensitivo, può essere inteso in due modi. Primo, nel senso che la preghiera sia un atto delle facoltà sensitive. E in questo senso Cristo non pregava con la sua sensualità. Perché questa aveva la stessa natura specifica della nostra. Ora, in noi essa non è capace di pregare, per due ragioni. Primo, perché il moto della sensualità non può trascendere le realtà sensibili, e quindi non può elevarsi a Dio, come invece richiede la preghiera. Secondo, poiché la preghiera implica un coordinamento, in quanto uno desidera qualcosa come realizzabile da Dio, e tale coordinamento è proprio della ragione. Per cui la preghiera è un atto della ragione, come si è spiegato nella Seconda Parte. – Secondo, pregare con la sensualità può essere inteso nel senso che la ragione sottoponga a Dio nella preghiera ciò che la sensualità desidera. E in questo senso Cristo pregava con la sua sensualità, in quanto la sua preghiera, quasi facendosi avvocata della sensualità, ne interpretava gli affetti. E questo per darci un triplice insegnamento. Primo, per dimostrare che egli aveva assunto una vera natura umana con tutte le affezioni naturali. Secondo, per mostrare che è lecito avere secondo gli affetti naturali delle tendenze contrarie a ciò che Dio vuole. Terzo, per mostrare che l’uomo deve sottomettere la propria sensualità alla volontà divina. Per cui S. Agostino scrive: «Cristo vivendo da uomo manifesta la sua personale volontà umana con le parole: Passi da me questo calice. Si trattava infatti di una volontà umana con un suo desiderio particolare. Ma poiché egli vuole che l’uomo sia retto e tenda a Dio, soggiunge: Però non come voglio io, ma come vuoi tu, quasi dicesse: “Specchiati in me, poiché tu puoi volere per te una cosa anche quando Dio ne vuole un’altra”».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 21, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod orare secundum sensualitatem potest dupliciter intelligi. Uno modo, sic quod oratio sit actus sensualitatis. Et hoc modo Christus secundum sensualitatem non oravit. Quia eius sensualitas eiusdem naturae et speciei fuit in Christo et in nobis. In nobis autem non potest orare, duplici ratione. Primo quidem, quia motus sensualitatis non potest sensualia transcendere, et ideo non potest in Deum ascendere, quod requiritur ad orationem. Secundo, quia oratio importat quandam ordinationem, prout aliquis desiderat aliquid quasi a Deo implendum, et hoc est solius rationis. Unde oratio est actus rationis, ut in secunda parte [II-II q. 83 a. 1] habitum est. – Alio modo potest dici aliquis orare secundum sensualitatem, quia scilicet eius ratio orando Deo proposuit quod erat in appetitu sensualitatis ipsius. Et secundum hoc, Christus oravit secundum sensualitatem, inquantum scilicet eius oratio exprimebat sensualitatis affectum, tanquam sensualitatis advocata. Et hoc, ut nos de tribus instrueret. Primo, ut ostenderet se veram humanam naturam assumpsisse, cum omnibus naturalibus affectibus. Secundo, ut ostenderet quod homini licet, secundum naturalem affectum, aliquid velle quod Deus non vult. Tertio, ut ostendat quod proprium affectum debet homo divinae voluntati subiicere. Unde Augustinus dicit, in Enchirid., sic Christus, hominem gerens, ostendit privatam quandam hominis voluntatem, cum dicit, transeat a me calix iste. Haec enim erat humana voluntas, proprium aliquid, et tanquam privatum, volens. Sed quia rectum vult esse hominem, et ad Deum dirigi, subdit, veruntamen non sicut ego volo, sed sicut tu, ac si dicat, vide te in me, quia potes aliquid proprium velle, etsi Deus aliud velit.

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