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14 febbraio – venerdì Santi Cirillo e Metodio Patroni d’Europa Tempo Ordinario – 5a Settimana

14 febbraio – venerdì Santi Cirillo e Metodio Patroni d’Europa Tempo Ordinario – 5a Settimana
09/10/2019 elena

14 febbraio – venerdì
Santi Cirillo e Metodio
Patroni d’Europa

Tempo Ordinario – 5a Settimana

Prima lettura
(1 Re 11,29-32; 12.19)

   In quel tempo Geroboàmo, uscito da Gerusalemme, incontrò per strada il profeta Achìa di Silo, che era coperto con un mantello nuovo; erano loro due soli, in campagna. Achìa afferrò il mantello nuovo che indossava e lo lacerò in dodici pezzi. Quindi disse a Geroboàmo: «Prenditi dieci pezzi, poiché dice il Signore, Dio d’Israele: “Ecco, strapperò il regno dalla mano di Salomone e ne darò a te dieci tribù. A lui rimarrà una tribù a causa di Davide, mio servo, e a causa di Gerusalemme, la città che ho scelto fra tutte le tribù d’Israele”». Israele si ribellò alla casa di Davide fino ad oggi.

Gerusalemme

San Tommaso
(S. Th. III, q. 46, a. 10, soluzione 1)

   1. Fu sommamente conveniente che Cristo patisse in Gerusalemme. Primo, perché Gerusalemme era il luogo prescelto da Dio per l’offerta dei sacrifici; i quali prefiguravano la passione di Cristo, che è il vero sacrificio, secondo le parole di Ef 5 [2]: Ha consegnato se stesso come sacrificio e oblazione di soave odore. E S. Beda afferma che «il Signore, all’avvicinarsi dell’ora della passione, volle avvicinarsi al luogo di essa», cioè a Gerusalemme, dove giunse cinque giorni prima della Pasqua, come cinque giorni prima della Pasqua, ossia alla decima luna, l’agnello pasquale veniva condotto secondo la legge sul luogo dell’immolazione. – Secondo, volle patire nel centro di una terra abitata, cioè a Gerusalemme, poiché gli effetti della sua passione dovevano estendersi a tutto il mondo. Nel Sal 73 [12] infatti si legge: Dio, che è nostro re dai tempi antichi, ha operato la salvezza al centro della terra, cioè a Gerusalemme, che è il centro del mondo. – Terzo, poiché era il luogo più adatto all’umiltà di Cristo: avendo egli scelto infatti per umiltà il supplizio più infamante, così per umiltà non ricusò di subire il disonore in un luogo tanto rinomato. Da cui le parole del Papa S. Leone: «Colui che aveva rivestito la forma di schiavo, scelse Betlemme per la nascita e Gerusalemme per la passione». – Quarto, per mostrare che la responsabilità della sua uccisione risaliva ai principi del popolo. Perciò volle morire in Gerusalemme, dove essi dimoravano. Per cui in At 4 [27] è detto: Contro il tuo santo servo Gesù, che hai unto, si sono coalizzati in questa città Erode e Ponzio Pilato, con le genti e i popoli d’Israele.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 46, a. 10, ad primum)

   Ad primum ergo dicendum quod Christus convenientissime in Ierusalem passus est. Primo quidem, quia Ierusalem erat locus a Deo electus ad sacrificia sibi offerenda. Quae quidem figuralia sacrificia figurabant Christi passionem, quod est verum sacrificium, secundum illud Eph. 5 [2], tradidit semetipsum hostiam et oblationem in odorem suavitatis. Unde Beda dicit, in quadam homilia, quod appropinquante hora passionis, Dominus appropinquare voluit loco passionis, scilicet in Ierusalem, quo pervenit ante quinque dies Paschae, sicut agnus paschalis ante quinque dies Paschae, idest decima luna, secundum praeceptum legis, ad locum immolationis ducebatur. – Secundo, quia virtus passionis eius ad totum mundum diffundenda erat, in medio terrae habitabilis pati voluit, idest in Ierusalem. Unde dicitur in Psalmo [73,12], Deus autem, rex noster ante saecula, operatus est salutem in medio terrae, idest in Ierusalem, quae dicitur esse terrae umbilicus. – Tertio, quia hoc maxime conveniebat humilitati eius, ut scilicet, sicut turpissimum genus mortis elegit, ita etiam ad eius humilitatem pertinuit quod in loco tam celebri confusionem pati non recusavit. Unde Leo Papa dicit, in sermone quodam Epiphaniae, qui servi susceperat formam, Bethlehem praeelegit nativitati, Ierusalem passioni. – Quarto, ut ostenderet a principibus populi exortam esse iniquitatem occidentium ipsum. Et ideo in Ierusalem, ubi principes morabantur, voluit pati. Unde dicitur Act. 4 [27], convenerunt in ista civitate adversus puerum sanctum tuum Iesum, quem unxisti, Herodes et Pontius Pilatus, cum gentibus et populis Israel.

Vangelo (Mc 7,31-37)

   In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.  Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

La preghiera di Gesù

San Tommaso
(S. Th. III, q. 21, a. 1,
corpo e soluzione 1)

   Come si è detto nella Seconda Parte, la preghiera è una certa manifestazione della nostra volontà a Dio, perché egli la adempia. Se dunque in Cristo ci fosse un’unica volontà, cioè quella divina, in nessun modo gli si potrebbe attribuire la preghiera, poiché la volontà divina è da sola capace di attuare ciò che vuole, secondo le parole del Sal 134 [6]: Tutto ciò che vuole, il Signore lo compie. Ma poiché in lui ci sono due volontà, la divina e l’umana, e la volontà umana non è capace di realizzare da sé ciò che vuole senza il ricorso alla potenza divina, ne segue che Cristo, in quanto uomo dotato di volontà umana, può pregare.
   1. Cristo poteva fare tutto ciò che voleva in quanto Dio, ma non in quanto uomo, poiché in quanto uomo non aveva l’onnipotenza, come si è detto. Tuttavia, essendo insieme Dio e uomo, volle rivolgere la preghiera al Padre non per una sua impotenza, ma per nostra istruzione. Primo, per farci capire che egli procede dal Padre. Per cui egli stesso dichiara: Ho detto queste cose, cioè le parole della preghiera, per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato (Gv 11,42). E S. Ilario commenta: «Non aveva bisogno di pregare, ma lo fece per noi, perché non ignorassimo il Figlio». Secondo, per darci l’esempio. Per cui scrive S. Ambrogio: «Cerca di non fraintendere, pensando che il Figlio di Dio preghi come un debole per impetrare ciò che non può fare. Essendo infatti autore del potere e maestro di obbedienza, ci forma con il suo esempio ai precetti della virtù». E S. Agostino: «Il Signore nella sua forma di servo avrebbe potuto pregare in silenzio, se fosse stato necessario. Invece volle mostrare apertamente che pregava il Padre, per ricordare in tal modo che era nostro maestro».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 21, a. 1, corpus e ad primum)

   Respondeo dicendum quod, sicut dictum est in secunda parte [II-II q. 83 aa. 1-2], oratio est quaedam explicatio propriae voluntatis apud Deum, ut eam impleat. Si igitur in Christo esset una tantum voluntas, scilicet divina, nullo modo sibi competeret orare, quia voluntas divina per seipsam est effectiva eorum quae vult, secundum illud Psalmi [134,6], omnia quaecumque voluit Dominus fecit. Sed quia in Christo est alia voluntas divina et alia humana; et voluntas humana non est per seipsam efficax ad implendum ea quae vult, nisi per virtutem divinam, inde est quod Christo, secundum quod est homo et humanam voluntatem habens, competit orare.
   Ad primum ergo dicendum quod Christus poterat perficere omnia quae volebat secundum quod Deus, non autem secundum quod homo, quia, secundum quod homo, non habuit omnipotentiam, ut supra [q.13 a. 1] habitum est. Nihilominus tamen, idem ipse Deus existens et homo, voluit ad Patrem orationem porrigere, non quasi ipse esset impotens, sed propter nostram instructionem. Primo quidem, ut ostenderet se esse a Patre. Unde ipse dicit, Ioan. 11 [42], propter populum qui circumstat dixi, scilicet verba orationis, ut credant quia tu me misisti. Unde Hilarius, in 10 De Trin., dicit, non prece eguit, nobis oravit, ne Filius ignoraretur. Secundo, ut nobis exemplum daret. Unde Ambrosius dicit, Super Luc., noli insidiatrices aperire aures, ut putes Filium Dei quasi infirmum rogare, ut impetret quod implere non possit. Potestatis enim auctor, obedientiae magister, ad praecepta virtutis suo nos informat exemplo. Unde et Augustinus dicit, Super Ioan., poterat Dominus in forma servi, si hoc opus esset, orare silentio. Sed ita se Patri voluit exhibere precatorem, ut meminisset nostrum se esse doctorem.

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