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13 febbraio – giovedì Tempo Ordinario – 5a Settimana

13 febbraio – giovedì Tempo Ordinario – 5a Settimana
09/10/2019 elena

13 febbraio – giovedì
Tempo Ordinario – 5a Settimana

Prima lettura
(1 Re 11,4-13)

   Quando Salomone fu vecchio, le sue donne gli fecero deviare il cuore per seguire altri dèi e il suo cuore non restò integro con il Signore, suo Dio, come il cuore di Davide, suo padre. Salomone seguì Astarte, dea di quelli di Sidòne, e Milcom, obbrobrio degli Ammoniti. Salomone commise il male agli occhi del Signore e non seguì pienamente il Signore come Davide, suo padre. Salomone costruì un’altura per Camos, obbrobrio dei Moabiti, sul monte che è di fronte a Gerusalemme, e anche per Moloc, obbrobrio degli Ammoniti. Allo stesso modo fece per tutte le sue donne straniere, che offrivano incenso e sacrifici ai loro dèi. Il Signore, perciò, si sdegnò con Salomone, perché aveva deviato il suo cuore dal Signore, Dio d’Israele, che gli era apparso due volte e gli aveva comandato di non seguire altri dèi, ma Salomone non osservò quanto gli aveva comandato il Signore. Allora disse a Salomone: «Poiché ti sei comportato così e non hai osservato la mia alleanza né le leggi che ti avevo dato, ti strapperò via il regno e lo consegnerò a un tuo servo. Tuttavia non lo farò durante la tua vita, per amore di Davide, tuo padre; lo strapperò dalla mano di tuo figlio. Ma non gli strapperò tutto il regno; una tribù la darò a tuo figlio, per amore di Davide, mio servo, e per amore di Gerusalemme, che ho scelto».

Il peccato
come allontanamento volontario
da Dio

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 75, a. 2, corpo)

   Come si è detto, la causa del peccato è da ricercarsi nel peccato in quanto atto. Ora, l’atto umano può avere delle cause interiori mediate e immediate. Cause immediate sono la ragione e la volontà, che rendono l’uomo libero. Cause remote sono invece la conoscenza sensitiva e l’appetito sensitivo: come infatti in base al giudizio della ragione la volontà si muove a un bene di ordine razionale, così in base alla percezione dei sensi l’appetito sensitivo si inclina verso un oggetto. E questa inclinazione trascina talora la volontà e la ragione, come vedremo. Perciò si possono assegnare due cause interne del peccato: una prossima, legata alla volontà e alla ragione, e l’altra remota, connessa con l’immaginazione e con l’appetito sensitivo. – Ma sopra si è anche detto che la causa del peccato è un bene apparente che muove in assenza del giusto motivo, cioè della regola della ragione o della legge di Dio: perciò la causa motrice che è il bene apparente appartiene alla conoscenza dei sensi e all’appetito, mentre la mancanza della regola dovuta appartiene alla ragione, che è fatta per considerare tale regola. Ma il compimento dell’atto volontario del peccato appartiene alla volontà: per cui l’atto stesso della volontà, presupposte le cause suddette, costituisce già un certo peccato.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 75, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut iam [a. 1] dictum est, per se causam peccati oportet accipere ex parte ipsius actus. Actus autem humani potest accipi causa interior et mediata, et immediata. Immediata quidem causa humani actus est ratio et voluntas, secundum quam homo est liber arbitrio. Causa autem remota est apprehensio sensitivae partis, et etiam appetitus sensitivus, sicut enim ex iudicio rationis voluntas movetur ad aliquid secundum rationem, ita etiam ex apprehensione sensus appetitus sensitivus in aliquid inclinatur. Quae quidem inclinatio interdum trahit voluntatem et rationem, sicut infra [q. 77 a. 1] patebit. Sic igitur duplex causa peccati interior potest assignari, una proxima, ex parte rationis et voluntatis; alia vero remota, ex parte imaginationis vel appetitus sensitivi. – Sed quia supra [a. 1] dictum est quod causa peccati est aliquod bonum apparens motivum cum defectu debiti motivi, scilicet regulae rationis vel legis divinae; ipsum motivum quod est apparens bonum, pertinet ad apprehensionem sensus et appetitum. Ipsa autem absentia debitae regulae pertinet ad rationem, quae nata est huiusmodi regulam considerare. Sed ipsa perfectio voluntarii actus peccati pertinet ad voluntatem, ita quod ipse voluntatis actus, praemissis suppositis, iam est quoddam peccatum.

Vangelo (Mc 7,24-30)

   In quel tempo, Gesù andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. Una donna, la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua figlia. Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Ma lei gli replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli». Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito da tua figlia». Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

Non poté restare nascosto

San Tommaso
(S. Th. III, q. 13, a. 4, soluzione 1)

   1. Possiamo rispondere con S. Agostino che «in quel caso avvenne ciò che Cristo voleva. Si deve infatti notare che l’episodio si svolse nel territorio dei pagani, dove non era ancora giunto il tempo della predicazione. D’altra parte il non accogliere quanti venivano spontaneamente alla fede sarebbe stato odioso. Non voleva dunque che i suoi parlassero di lui: voleva però essere ricercato. E così avvenne». – Oppure si può dire che questa volontà di Cristo aveva per oggetto una cosa che doveva essere realizzata non da lui stesso, ma da altri, il che non cadeva sotto il potere della sua volontà umana. Ed è questo il pensiero espresso nell’Epistola di papa Agatone, accolta dal VI Concilio Ecumenico: «Com’era possibile che sulla terra il Creatore e Redentore di tutte le cose non riuscisse a nascondersi a suo piacere? A meno che ciò non si riferisca alla sua volontà umana, che egli si degnò di assumere».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 13, a. 4, ad primum)

   Ad primum ergo dicendum quod, sicut Augustinus dicit, in libro De quaest. Nov. et Vet. Test., quod factum est, hoc voluisse dicendus est Christus. Advertendum est enim quod illud in finibus gestum est gentilium, quibus adhuc tempus praedicandi non erat. Ultro tamen venientes ad fidem non suscipere invidiae erat. A suis ergo noluit praedicari, requiri autem se voluit. Et ita factum est. Vel potest dici quod haec voluntas Christi non fuit de eo quod per eum fiendum erat, sed de eo quod erat fiendum per alios, quod non subiacebat humanae voluntati ipsius. Unde in epistola Agathonis Papae, quae est recepta in sexta synodo, legitur, ergone ille omnium conditor ac redemptor, in terris latere volens, non potuit, nisi hoc ad humanam eius voluntatem, quam temporaliter dignatus est assumere, redigatur?

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