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11 febbraio – martedì Tempo Ordinario – 5a Settimana

11 febbraio – martedì Tempo Ordinario – 5a Settimana
08/10/2019 elena

11 febbraio – martedì
Tempo Ordinario – 5a Settimana

Prima lettura
(1 Re 8,22-23.27-30)

   In quei giorni, Salomone si pose davanti all’altare del Signore, di fronte a tutta l’assemblea d’Israele e, stese le mani verso il cielo, disse: «Signore, Dio d’Israele, non c’è un Dio come te, né lassù nei cieli né quaggiù sulla terra! Tu mantieni l’alleanza e la fedeltà verso i tuoi servi che camminano davanti a te con tutto il loro cuore. Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito! Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, Signore, mio Dio, per ascoltare il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza davanti a te! Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: “Lì porrò il mio nome!”. Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo. Ascolta la supplica del tuo servo e del tuo popolo Israele, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali nel luogo della tua dimora, in cielo; ascolta e perdona!».

La presenza di Dio

San Tommaso
(S. Th. I, q. 8, a. 2, corpo)

   Essendo il luogo una certa realtà, che qualcosa sia in un luogo può essere inteso in due maniere: o nel modo generico in cui una cosa potrebbe trovarsi comunque in qualsiasi altra realtà, come quando, p. es., diciamo che le qualità del luogo sono nel luogo; oppure nel modo proprio del luogo, come gli esseri localizzati sono in un luogo. Ora, in tutti e due i modi, in certo senso, Dio è in ogni luogo, ossia dappertutto. Primariamente, come è in tutte le cose in quanto dà loro l’essere, la potenza attiva e l’operazione, così è in ogni luogo in quanto dà ad esso l’essere e la capacità locativa. Parimenti, gli enti localizzati sono nel luogo in quanto lo riempiono: e Dio riempie ogni luogo. Non però come lo riempie un corpo, perché di un corpo si dice che riempie un luogo in quanto esclude [la presenza di] un altro corpo; invece per il fatto che Dio è in un luogo, non si esclude che vi si trovino pure altre cose: anzi, egli riempie tutti i luoghi in quanto dà l’essere a tutte le realtà localizzabili che li riempiono.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 8, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod, cum locus sit res quaedam, esse aliquid in loco potest intelligi dupliciter, vel per modum aliarum rerum, idest sicut dicitur aliquid esse in aliis rebus quocumque modo, sicut accidentia loci sunt in loco; vel per modum proprium loci, sicut locata sunt in loco. Utroque autem modo, secundum aliquid, Deus est in omni loco, quod est esse ubique. Primo quidem, sicut est in omnibus rebus, ut dans eis esse et virtutem et operationem, sic enim est in omni loco, ut dans ei esse et virtutem locativam. Item, locata sunt in loco inquantum replent locum, et Deus omnem locum replet. Non sicut corpus, corpus enim dicitur replere locum, inquantum non compatitur secum aliud corpus; sed per hoc quod Deus est in aliquo loco, non excluditur quin alia sint ibi, imo per hoc replet omnia loca, quod dat esse omnibus locatis, quae replent omnia loca.

Vangelo (Mc 7,1-13)

   In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». E diceva loro: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione. Mosè infatti disse: “Onora tuo padre e tua madre”, e: “Chi maledice il padre o la madre sia messo a morte”. Voi invece dite: “Se uno dichiara al padre o alla madre: Ciò con cui dovrei aiutarti è korbàn, cioè offerta a Dio”, non gli consentite di fare più nulla per il padre o la madre. Così annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi. E di cose simili ne fate molte».

Legge antica e legge nuova

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 107, a. 1, soluzione 2)

   2. Tutte le differenze che si è soliti stabilire fra l’antica e la nuova legge sono concepite in base ai rapporti fra una cosa imperfetta e la sua perfezione. Infatti i precetti di qualsiasi legge riguardano sempre gli atti delle virtù. Ma a compiere tali atti non sono spinti allo stesso modo gli uomini imperfetti, che non hanno ancora l’abito della virtù, e quelli già perfetti grazie ai loro abiti virtuosi. Poiché chi è privo dell’abito virtuoso è spinto ad agire virtuosamente da una causa estrinseca: p. es. dalla minaccia del castigo, o dalla promessa di un premio, come gli onori, le ricchezze, o altro del genere. E così la legge antica, che fu data a uomini imperfetti, cioè privi della grazia spirituale, veniva detta legge del timore, poiché induceva all’osservanza dei precetti con la minaccia di determinati castighi. E si dice che aveva delle promesse di beni temporali. Invece gli uomini provvisti di virtù sono spinti all’esercizio delle azioni virtuose dall’amore della virtù, e non da qualche castigo o premio estrinseco. E così la legge nuova, che consiste principalmente nella grazia divina infusa nei cuori, viene chiamata legge dell’amore. E si dice che ha promesse spirituali ed eterne, che sono l’oggetto stesso della virtù, specialmente della carità. Perciò a queste le persone virtuose sono portate per se stesse, non come verso cose estranee, ma come verso il proprio oggetto. E per questo stesso motivo si dice che l’antica legge «tratteneva la mano, ma non l’animo»: poiché quando uno si astiene dal peccato per paura del castigo, la sua volontà non desiste dalla colpa in senso assoluto, come fa invece la volontà di colui che se ne allontana per amore dell’onestà. Per cui si dice che la legge nuova, che è una legge di amore, «trattiene l’animo». – Tuttavia nell’Antico Testamento ci furono delle anime ripiene di carità e di grazia dello Spirito Santo, che guardavano principalmente alle promesse spirituali ed eterne. E sotto tale aspetto costoro appartenevano alla legge nuova. – E così pure nel nuovo Testamento ci sono degli uomini carnali che non hanno ancora raggiunto la perfezione della legge nuova, e che bisogna indurre alle azioni virtuose con la paura del castigo, o con la promessa di beni temporali. – In ogni caso però la legge antica, anche se dava i precetti della carità, non era tuttavia in grado di offrire lo Spirito Santo, per mezzo del quale l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori, come dice S. Paolo in Rm.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 107, a. 1, ad secundum)

   Ad secundum dicendum quod omnes differentiae quae assignantur inter novam legem et veterem, accipiuntur secundum perfectum et imperfectum. Praecepta enim legis cuiuslibet dantur de actibus virtutum. Ad operanda autem virtutum opera aliter inclinantur imperfecti, qui nondum habent virtutis habitum; et aliter illi qui sunt per habitum virtutis perfecti. Illi enim qui nondum habent habitum virtutis, inclinantur ad agendum virtutis opera ex aliqua causa extrinseca, puta ex comminatione poenarum, vel ex promissione aliquarum extrinsecarum remunerationum, puta honoris vel divitiarum vel alicuius huiusmodi. Et ideo lex vetus, quae dabatur imperfectis, idest nondum consecutis gratiam spiritualem, dicebatur lex timoris, inquantum inducebat ad observantiam praeceptorum per comminationem quarundam poenarum. Et dicitur habere temporalia quaedam promissa. Illi autem qui habent virtutem, inclinantur ad virtutis opera agenda propter amorem virtutis, non propter aliquam poenam aut remunerationem extrinsecam. Et ideo lex nova, cuius principalitas consistit in ipsa spirituali gratia indita cordibus, dicitur lex amoris. Et dicitur habere promissa spiritualia et aeterna, quae sunt obiecta virtutis, praecipue caritatis. Et ita per se in ea inclinantur, non quasi in extranea, sed quasi in propria. Et propter hoc etiam lex vetus dicitur cohibere manum, non animum, quia qui timore poenae ab aliquo peccato abstinet, non simpliciter eius voluntas a peccato recedit, sicut recedit voluntas eius qui amore iustitiae abstinet a peccato. Et propter hoc lex nova, quae est lex amoris, dicitur animum cohibere. – Fuerunt tamen aliqui in statu veteris testamenti habentes caritatem et gratiam Spiritus Sancti, qui principaliter expectabant promissiones spirituales et aeternas. Et secundum hoc pertinebant ad legem novam. – Similiter etiam in Novo Testamento sunt aliqui carnales nondum pertingentes ad perfectionem novae legis, quos oportuit etiam in novo testamento induci ad virtutis opera per timorem poenarum, et per aliqua temporalia promissa. – Lex autem vetus etsi praecepta caritatis daret, non tamen per eam dabatur Spiritus Sanctus, per quem diffunditur caritas in cordibus nostris, ut dicitur Rom. 5 [5].

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