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5 febbraio – lunedì Memoria di Sant’Agata Tempo Ordinario – 4a Settimana

5 febbraio – lunedì Memoria di Sant’Agata Tempo Ordinario – 4a Settimana
08/10/2019 elena

5 febbraio – lunedì
Memoria di Sant’Agata
Tempo Ordinario – 4a Settimana

Prima lettura
(2 Sam 24,2.9-17)

   In quei giorni, il re Davide disse a Ioab, capo dell’esercito a lui affidato: «Percorri tutte le tribù d’Israele, da Dan fino a Bersabea, e fate il censimento del popolo, perché io conosca il numero della popolazione». Ioab consegnò al re il totale del censimento del popolo: c’erano in Israele ottocentomila uomini abili in grado di maneggiare la spada; in Giuda cinquecentomila. Ma dopo che ebbe contato il popolo, il cuore di Davide gli fece sentire il rimorso ed egli disse al Signore: «Ho peccato molto per quanto ho fatto; ti prego, Signore, togli la colpa del tuo servo, poiché io ho commesso una grande stoltezza». Al mattino, quando Davide si alzò, fu rivolta questa parola del Signore al profeta Gad, veggente di Davide: «Va’ a riferire a Davide: Così dice il Signore: “Io ti propongo tre cose: scegline una e quella ti farò”». Gad venne dunque a Davide, gli riferì questo e disse: «Vuoi che vengano sette anni di carestia nella tua terra o tre mesi di fuga davanti al nemico che ti insegue o tre giorni di peste nella tua terra? Ora rifletti e vedi che cosa io debba riferire a chi mi ha mandato». Davide rispose a Gad: «Sono in grande angustia! Ebbene, cadiamo nelle mani del Signore, perché la sua misericordia è grande, ma che io non cada nelle mani degli uomini!». Così il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato; da Dan a Bersabea morirono tra il popolo settantamila persone. E quando l’angelo ebbe stesa la mano su Gerusalemme per devastarla, il Signore si pentì di quel male e disse all’angelo devastatore del popolo: «Ora basta! Ritira la mano!». L’angelo del Signore si trovava presso l’aia di Araunà, il Gebuseo. Davide, vedendo l’angelo che colpiva il popolo, disse al Signore: «Io ho peccato, io ho agito male; ma queste pecore che hanno fatto? La tua mano venga contro di me e contro la casa di mio padre!».

La punizione
per il peccato di Davide

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 108, a. 4, soluzione 1)

   1. Un uomo non è mai punito spiritualmente per il peccato di altri: poiché la punizione spirituale interessa l’anima, secondo la quale ciascuno è «libero di sé». Invece uno può essere punito per il peccato di altri con una pena temporale per tre motivi. Primo, perché nell’ordine temporale un uomo può appartenere a un altro, e quindi è coinvolto nel castigo di quello: come i figli, secondo il corpo, sono qualcosa del padre, e gli schiavi dei padroni. – Secondo, perché il peccato di una persona può influire su altri. O per imitazione: come i figli imitano i peccati dei genitori, e gli schiavi quelli dei padroni, per peccare con maggiore audacia. Oppure per un rapporto di meriti: come i peccati dei sudditi meritano un prelato iniquo, come è detto in Gb 34 [30]: [Dio] fa regnare il malvagio per i peccati del popolo; e come per il peccato di Davide, colpevole del censimento, fu punito tutto il popolo d’Israele (2 Sam 24). O anche per una certa condiscendenza o tolleranza: talora infatti i buoni, come dice S. Agostino, sono puniti temporalmente con i cattivi, perché non li hanno redarguiti dei loro peccati. – Terzo, per raccomandare l’unione dell’umana società, per cui l’uno deve preoccuparsi dell’altro affinché non cada nel peccato; e anche per far detestare la colpa, dal momento che il castigo di uno ricade su tutti, giacché tutti formano un corpo solo, come dice S. Agostino a proposito del peccato di Acar. – Il fatto poi che il Signore punisca la colpa dei genitori nei figli sino alla terza e alla quarta generazione è più un atto di misericordia che di severità: poiché, così facendo, egli non ricorre subito alla vendetta, ma attende che in seguito i posteri si correggano; se però la malizia di questi ultimi aumenta, è come costretto a punire.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 108, a. 4, ad primum)

   Ad primum ergo dicendum quod unus homo poena spirituali nunquam punitur pro peccato alterius, quia poena spiritualis pertinet ad animam, secundum quam quilibet est liber sui. Poena autem temporali quandoque unus punitur pro peccato alterius, triplici ratione. Primo quidem, quia unus homo temporaliter est res alterius, et ita in poenam eius etiam ipse punitur, sicut filii sunt secundum corpus quaedam res patris, et servi sunt quaedam res dominorum. – Alio modo, inquantum peccatum unius derivatur in alterum. Vel per imitationem, sicut filii imitantur peccata parentum, et servi peccata dominorum, ut audacius peccent. Vel per modum meriti, sicut peccata subditorum merentur peccatorem praelatum, secundum illud Iob 34 [30], qui regnare facit hominem hypocritam, propter peccata populi; unde et pro peccato David populum numerantis, populus Israel punitus est, ut habetur 2 Reg. 24. Sive etiam per aliqualem consensum seu dissimulationem, sicut etiam interdum boni simul puniuntur temporaliter cum malis, quia eorum peccata non redarguerunt, ut Augustinus dicit, in 1 De civ. Dei [9]. – Tertio, ad commendandum unitatem humanae societatis, ex qua unus debet pro alio sollicitus esse ne peccet, et ad detestationem peccati, dum poena unius redundat in omnes, quasi omnes essent unum corpus, ut Augustinus dicit de peccato Achar. – Quod autem Dominus dicit, visitans peccata parentum in filios, in tertiam et quartam generationem, magis videtur ad misericordiam quam ad severitatem pertinere, dum non statim vindictam adhibet, sed expectat in posterum, ut vel saltem posteri corrigantur; sed, crescente malitia posteriorum, quasi necesse est ultionem inferri.

Vangelo (Mc 6,1-6)

   In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

Non vi poté fare alcun prodigio

San Tommaso
(S. Th. III, q. 43, a. 2, soluzione 1)

   1. Le parole: Non vi poté fare alcun prodigio, non vanno riferite alla potenza di Dio assoluta, ma a quanto può essere fatto in maniera opportuna: non era infatti opportuno che egli facesse miracoli tra gente incredula. Da cui le parole successive [6]: E si meravigliava della loro incredulità. In senso analogo è detto in Gen 18 [17]: Non potrò tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare; e ancora [19,22] Io non posso fare nulla finché tu non sia arrivato là.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 43, a. 2, ad primum)

   Ad primum ergo dicendum quod hoc quod dicitur, non poterat ibi ullam virtutem facere, non est referendum ad potentiam absolutam, sed ad id quod potest fieri congruenter, non enim congruum erat ut inter incredulos operaretur miracula. Unde subditur [6], et mirabatur propter incredulitatem eorum. Secundum quem modum dicitur Gen. 18 [17], non celare potero Abraham quae gesturus sum; et 19 [22], non potero facere quidquam donec ingrediaris illuc.

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