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4 febbraio – martedì Tempo Ordinario – 4a Settimana

4 febbraio – martedì Tempo Ordinario – 4a Settimana
08/10/2019 elena

4 febbraio – martedì
Tempo Ordinario – 4a Settimana

Prima lettura
(2 Sam 18,9-10.14.24-25a.30-19,4)

   In quei giorni, Assalonne s’imbatté nei servi di Davide. Assalonne cavalcava il mulo; il mulo entrò sotto il groviglio di una grande quercia e la testa di Assalonne rimase impigliata nella quercia e così egli restò sospeso fra cielo e terra, mentre il mulo che era sotto di lui passò oltre. Un uomo lo vide e venne a riferire a Ioab: «Ho visto Assalonne appeso a una quercia». Allora Ioab prese in mano tre dardi e li ficcò nel cuore di Assalonne, che era ancora vivo nel folto della quercia. Poi Ioab disse all’Etìope: «Va’ e riferisci al re quello che hai visto». Davide stava seduto fra le due porte; la sentinella salì sul tetto della porta sopra le mura, alzò gli occhi, guardò, ed ecco vide un uomo correre tutto solo. La sentinella gridò e l’annunciò al re. Il re disse: «Se è solo, ha in bocca una bella notizia». Il re gli disse: «Mettiti là, da parte». Quegli si mise da parte e aspettò. Ed ecco arrivare l’Etìope che disse: «Si rallegri per la notizia il re, mio signore! Il Signore ti ha liberato oggi da quanti erano insorti contro di te». Il re disse all’Etìope: «Il giovane Assalonne sta bene?». L’Etìope rispose: «Diventino come quel giovane i nemici del re, mio signore, e quanti insorgono contro di te per farti del male!». Allora il re fu scosso da un tremito, salì al piano di sopra della porta e pianse; diceva andandosene: «Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio!». Fu riferito a Ioab: «Ecco il re piange e fa lutto per Assalonne». La vittoria in quel giorno si cambiò in lutto per tutto il popolo, perché il popolo sentì dire in quel giorno: «Il re è desolato a causa del figlio».

Diventino come quel giovane

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 76, a. 1, corpo)

   Maledire equivale a dire male. Ora, una cosa può essere detta in tre modi. Primo, sotto forma di enunciato: come quando ci si esprime col modo indicativo. E allora maledire non è altro che riferire il male del prossimo: e ciò rientra nella detrazione. Infatti i detrattori sono anche denominati maldicenti. – Secondo, come causa determinante di quanto si dice. E ciò spetta in maniera primaria e principale a Dio, il quale produsse tutto con la sua parola, secondo l’espressione del Sal 32 [9]: Egli disse, e furono creati. Secondariamente però spetta anche agli uomini, i quali con i loro ordini muovono gli altri a compiere qualcosa. E a questo scopo furono stabiliti i verbi al modo imperativo. – Terzo, le parole possono esprimere il desiderio di quanto si dice. E a ciò servono i verbi di modo ottativo. – Lasciando quindi da parte il primo tipo di maledizione, che si limita all’enunciazione del male, vanno considerati gli altri due. E qui bisogna ricordare che il fare e il volere una data cosa vanno sempre insieme quanto a bontà e malizia, come sopra si è spiegato. Perciò in questi due tipi di maledizione, imperativo e ottativo, il lecito e l’illecito seguono la stessa sorte. Se uno infatti comanda o desidera il male altrui in quanto male, avendo di mira quasi il male stesso, allora la maledizione è illecita nell’uno e nell’altro senso. E questa propriamente parlando è la vera maledizione. – Se invece uno comanda o desidera il male altrui sotto l’aspetto di bene, allora la maledizione è lecita. E non avremo una maledizione in senso assoluto, ma relativo: poiché l’intenzione principale di chi la pronunzia non è il male, ma il bene. – Ora, si può proferire il male sotto l’aspetto di bene in modo imperativo od ottativo in due modi. Primo, sotto l’aspetto di cosa giusta. E in questo senso il giudice maledice lecitamente colui al quale comanda di subire la giusta pena. E così anche la Chiesa maledice coloro che meritano l’anatema; e anche i Profeti talora imprecano il male ai peccatori, quasi conformando la loro volontà alla divina giustizia (sebbene queste imprecazioni possano essere intese anche come predizioni). – Talora invece il male vien proferito sotto l’aspetto di bene utile: come quando uno desidera una malattia o una contrarietà a un peccatore perché si ravveda, o almeno perché cessi di nuocere.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 76, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod maledicere idem est quod malum dicere. Dicere autem tripliciter se habet ad id quod dicitur. Uno modo, per modum enuntiationis, sicut aliquis exprimitur modo indicativo. Et sic maledicere nihil est aliud quam malum alterius referre, quod pertinet ad detractionem. Unde quandoque maledici detractores dicuntur. Alio modo dicere se habet ad id quod dicitur per modum causae. Et hoc quidem primo et principaliter competit Deo, qui omnia suo Verbo fecit, secundum illud Ps. [32,9; 148,5], dixit, et facta sunt. Consequenter autem competit hominibus, qui verbo suo alios movent per imperium ad aliquid faciendum. Et ad hoc instituta sunt verba imperativi modi. – Tertio modo ipsum dicere se habet ad id quod dicitur quasi expressio quaedam affectus desiderantis id quod verbo exprimitur. Et ad hoc instituta sunt verba optativi modi. – Praetermisso igitur primo modo maledictionis, qui est per simplicem enuntiationem mali, considerandum est de aliis duobus. Ubi scire oportet quod facere aliquid et velle illud se consequuntur in bonitate et malitia, ut ex supradictis [I-II q. 20 a. 3] patet. Unde in istis duobus modis, quibus malum dicitur per modum imperantis vel per modum optantis, eadem ratione est aliquid licitum et illicitum. Si enim aliquis imperet vel optet malum alterius inquantum est malum, quasi ipsum malum intendens, sic maledicere utroque modo erit illicitum. Et hoc est maledicere per se loquendo. – Si autem aliquis imperet vel optet malum alterius sub ratione boni, sic est licitum. Nec erit maledictio per se loquendo, sed per accidens, quia principalis intentio dicentis non fertur ad malum, sed ad bonum. – Contingit autem malum aliquod dici imperando vel optando sub ratione duplicis boni. Quandoque quidem sub ratione iusti. Et sic iudex licite maledicit illum cui praecipit iustam poenam inferri. Et sic etiam Ecclesia maledicit anathematizando. Sic etiam prophetae quandoque imprecantur mala peccatoribus, quasi conformantes voluntatem suam divinae iustitiae (licet huiusmodi imprecationes possint etiam per modum praenuntiationis intelligi). – Quandoque vero dicitur aliquod malum sub ratione utilis, puta cum aliquis optat aliquem peccatorem pati aliquam aegritudinem, aut aliquod impedimentum, vel ut ipse melior efficiatur, vel ut saltem ab aliorum nocumento cesset.

Vangelo (Mc 5,21-43)

   In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo, e disse di darle da mangiare.

Il contatto salvifico
con l’umanità di Cristo

San Tommaso
(S. Th. III, q. 44, a. 3, soluzione 2)

   2. Cristo era venuto a salvare il mondo non con la virtù divina soltanto, ma mediante il mistero della sua incarnazione. Per questo spesso nel guarire gli infermi non usava soltanto la virtù divina comandando la guarigione, ma si serviva anche di cose appartenenti alla sua umanità: Per cui, commentando le parole: Imponendo le mani a ciascuno di loro, li guariva tutti (Lc 4,40), S. Cirillo scrive: «Benché come Dio avesse potuto eliminare tutte le malattie con una parola, tuttavia li tocca, per dimostrare che il suo corpo era atto a portare rimedio». – E a proposito del passo: Dopo avergli messo della saliva sugli occhi e imposto le mani… (Mc 8,23), il Crisostomo dice: «Sputò e impose le mani al cieco per indicare che la parola divina unita all’azione compie meraviglie: la mano infatti indica l’azione, e lo sputo indica la parola che proviene dalla bocca». – S. Agostino poi commentando il passo: Fece del fango con la saliva e ne spalmò gli occhi del cieco (Gv 9,6), afferma: «Fece del fango con la saliva perché il Verbo si è fatto carne». Oppure si può dire col Crisostomo che con quel gesto volle significare che egli era colui che aveva formato l’uomo «dal fango della terra». – Dei miracoli di Cristo bisogna notare poi che ordinariamente le opere che egli compiva erano perfettissime. Perciò il Crisostomo, nel commentare le parole: Tutti servono da principio il vino buono (Gv 2,10), scrive: «I miracoli di Cristo sono tali da superare di molto in bellezza e utilità le opere della natura». E così anche la guarigione degli infermi era perfetta e istantanea. Per cui S. Girolamo, commentando le parole: Si levò e si mise a servirli (Mt 8,15), afferma: «La salute conferita dal Signore ritorna tutta insieme». – Si comportò invece diversamente con quel cieco forse a causa della sua incredulità, come dice il Crisostomo. Oppure, come spiega S. Beda, «egli guarì gradualmente colui che avrebbe potuto curare tutto in una volta per dimostrare la grandezza della cecità umana, che ritorna alla luce con difficoltà e per gradi: o anche per indicare la sua grazia, con la quale aiuta ogni progresso nella nostra perfezione».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 44, a. 3, ad secundum)

   Ad secundum dicendum quod Christus venerat salvare mundum non solum virtute divina, sed per mysterium incarnationis ipsius. Et ideo frequenter in sanatione infirmorum non sola potestate divina utebatur, curando per modum imperii, sed etiam aliquid ad humanitatem ipsius pertinens apponendo. Unde super illud Luc. 4 [40], singulis manus imponens curabat omnes, dicit Cyrillus, quamvis, ut Deus, potuisset omnes verbo pellere morbos, tangit tamen eos, ostendens propriam carnem efficacem ad praestanda remedia. – Et super illud Marci 8 [23 sqq.], exspuens in oculos eius impositis manibus etc., dicit Chrysostomus, spuit quidem et manus imponit caeco, volens ostendere quod verbum divinum, operationi adiunctum, mirabilia perficit, manus enim operationis est ostensiva, sputum sermonis ex ore prolati. Et super illud Ioan. 9 [6], fecit lutum ex sputo et linivit lutum super oculos caeci, dicit Augustinus, de saliva sua lutum fecit, quia Verbum caro factum est. Vel etiam ad significandum quod ipse erat qui ex limo terrae hominem formaverat, ut Chrysostomus dicit. – Est etiam circa miracula Christi considerandum quod communiter perfectissima opera faciebat. Unde super illud Ioan. 2 [10], omnis homo primum bonum vinum ponit, dicit Chrysostomus, talia sunt Christi miracula ut multo his quae per naturam fiunt, speciosiora et utiliora fiant. Et similiter in instanti infirmis perfectam sanitatem conferebat. Unde super illud Matth. 8 [15], surrexit et ministrabat illis, dicit Hieronymus, sanitas quae confertur a Domino, tota simul redit. – Specialiter autem in illo caeco contrarium fuit propter infidelitatem ipsius, ut Chrysostomus dicit. Vel, sicut Beda dicit, quem uno verbo totum simul curare poterat, paulatim curat, ut magnitudinem humanae caecitatis ostendat, quae vix, et quasi per gradus ad lucem redeat, et gratiam suam nobis indicet, per quam singula perfectionis incrementa adiuvat.

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