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26 gennaio Memoria dei Santi Timoteo e Tito 3a Domenica del Tempo Ordinario

26 gennaio Memoria dei Santi Timoteo e Tito 3a Domenica del Tempo Ordinario
08/10/2019 elena

26 gennaio
Memoria dei Santi Timoteo e Tito
3a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura
(Is 8,23b-9,3)

   In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti. Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda. Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Mádian.

La luce

San Tommaso
(S. Th. I, q. 67, a. 1, corpo)

   Trattando di un termine, possiamo parlarne in due modi: o risalendo alla sua accezione originaria, oppure attendendo al suo uso. Prendiamo il termine visione: esso fu usato dapprima per indicare l’atto della vista sensibile; ma per la dignità e certezza di questo senso fu esteso, nell’uso comune, a ogni atto conoscitivo degli altri sensi (diciamo infatti: Guarda che sapore ha, come odora, come è caldo), e infine alla conoscenza intellettuale, come in quel passo di Mt: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. E la stessa cosa va detta a proposito del termine luce. Da principio infatti la parola fu adottata per significare ciò che rende possibile la manifestazione nel campo visivo, ma in seguito fu estesa a qualunque mezzo manifestativo, in tutti i campi della conoscenza. – Se dunque prendiamo il termine luce nella sua accezione originaria, allora nel mondo spirituale ha un significato metaforico, come dice S. Ambrogio; se invece la prendiamo nel senso corrente, che lo estende a ogni manifestazione, allora ha un significato proprio anche nel mondo spirituale.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 67, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod de aliquo nomine dupliciter convenit loqui, uno modo, secundum primam eius impositionem; alio modo, secundum usum nominis. Sicut patet in nomine visionis, quod primo impositum est ad significandum actum sensus visus; sed propter dignitatem et certitudinem huius sensus, extensum est hoc nomen, secundum usum loquentium, ad omnem cognitionem aliorum sensuum (dicimus enim, vide quomodo sapit, vel quomodo redolet, vel quomodo est calidum); et ulterius etiam ad cognitionem intellectus, secundum illud Matth. 5 [8], beati mundo corde, quoniam ipsi Deum videbunt. Et similiter dicendum est de nomine lucis. Nam primo quidem est institutum ad significandum id quod facit manifestationem in sensu visus, postmodum autem extensum est ad significandum omne illud quod facit manifestationem secundum quamcumque cognitionem. Si ergo accipiatur nomen luminis secundum suam primam impositionem, metaphorice in spiritualibus dicitur, ut Ambrosius dicit. Si autem accipiatur secundum quod est in usu loquentium ad omnem manifestationem extensum, sic proprie in spiritualibus dicitur.

Seconda lettura
(1 Cor 1,10-13.17)

   Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo». È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo? Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.

Lo scisma e l’eresia

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 39, a. 1, corpo e soluzione 3)

   Come dice S. Isidoro, il nome di scisma «è derivato dalla scissura degli animi». Ora, la scissura si contrappone all’unità. Si chiama quindi peccato di scisma quello che direttamente e di per sé si contrappone all’unità: poiché in campo morale, come nel mondo fisico, ciò che è per accidens non costituisce la specie. Ora, in campo morale è per se l’atto intenzionale, mentre le cose preterintenzionali sono quasi per accidens. Quindi il peccato di scisma è un peccato speciale per il fatto che con esso uno intende separarsi dall’unità prodotta dalla carità. Quest’ultima però non solo unisce una persona con l’altra attraverso il vincolo dell’amore, ma unisce anche tutta la Chiesa nell’unità dello spirito. Perciò sono detti propriamente scismatici coloro che spontaneamente e intenzionalmente si separano dall’unità della Chiesa, che è l’unità principale: infatti le unioni particolari che alcuni stabiliscono tra loro sono ordinate all’unità della Chiesa, come la compagine delle singole membra è ordinata all’unità di tutto il corpo. – Ma l’unità della Chiesa comporta due aspetti: la connessione reciproca dei suoi membri e l’ordine di tutti i membri della Chiesa rispetto a un unico capo, come si rileva da Col 2 [18]: Gonfio di vano orgoglio nella sua mente carnale, senza essere stretto invece al capo, dal quale tutto il corpo riceve sostentamento e coesione per mezzo di giunture e legami, realizzando così la crescita secondo il volere di Dio. Ora, questo capo è Cristo medesimo, di cui fa le veci nella Chiesa il sommo pontefice. Si dicono quindi scismatici coloro che rifiutano di sottomettersi al Sommo Pontefice, e quanti ricusano di comunicare con i membri della Chiesa a lui soggetti.
   3. L’eresia e lo scisma si distinguono tra loro in base alle realtà a cui direttamente si contrappongono. Infatti l’eresia si contrappone alla fede, mentre lo scisma si contrappone all’unità della carità esistente nella Chiesa. Come quindi la fede e la carità sono virtù distinte sebbene chiunque è privo della fede sia privo anche della carità, così pure lo scisma e l’eresia sono due vizi distinti sebbene chi è eretico sia anche scismatico; non però viceversa, secondo le parole di S. Girolamo: «Penso che tra lo scisma e l’eresia ci sia questa differenza, che l’eresia implica un dogma sbagliato, mentre lo scisma si limita a separare dalla Chiesa». –Come tuttavia la perdita della carità è la via che conduce alla perdita della fede, secondo 1 Tm 1 [6]: Perdendo di vista tali cose, cioè la carità e le virtù connesse, alcuni si sono volti a fatue verbosità, così lo scisma è la via che conduce all’eresia. Perciò S. Girolamo aggiunge che «lo scisma all’inizio può essere diverso dall’eresia, ma non c’è scisma che non si costruisca un’eresia per giustificare la propria separazione dalla Chiesa».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 39, a. 1, corpus e ad tertium)

   Respondeo dicendum quod, sicut Isidorus dicit, in libro Etymol., nomen schismatis a scissura animorum vocatum est. Scissio autem unitati opponitur. Unde peccatum schismatis dicitur quod directe et per se opponitur unitati, sicut enim in rebus naturalibus id quod est per accidens non constituit speciem, ita etiam nec in rebus moralibus. In quibus id quod est intentum est per se, quod autem sequitur praeter intentionem est quasi per accidens. Et ideo peccatum schismatis proprie est speciale peccatum ex eo quod intendit se ab unitate separare quam caritas facit. Quae non solum alteram personam alteri unit spirituali dilectionis vinculo, sed etiam totam Ecclesiam in unitate Spiritus. Et ideo proprie schismatici dicuntur qui propria sponte et intentione se ab unitate Ecclesiae separant, quae est unitas principalis, nam unitas particularis aliquorum ad invicem ordinatur ad unitatem Ecclesiae, sicut compositio singulorum membrorum in corpore naturali ordinatur ad totius corporis unitatem. – Ecclesiae autem unitas in duobus attenditur, scilicet in connexione membrorum Ecclesiae ad invicem, seu communicatione; et iterum in ordine omnium membrorum Ecclesiae ad unum caput; secundum illud ad Col. 2 [18-19], inflatus sensu carnis suae, et non tenens caput, ex quo totum corpus, per nexus et coniunctiones subministratum et constructum, crescit in augmentum Dei. Hoc autem caput est ipse Christus, cuius vicem in Ecclesia gerit summus pontifex. Et ideo schismatici dicuntur qui subesse renuunt summo pontifici, et qui membris Ecclesiae ei subiectis communicare recusant.
   Ad tertium dicendum quod haeresis et schisma distinguuntur secundum ea quibus utrumque per se et directe opponitur. Nam haeresis per se opponitur fidei, schisma autem per se opponitur unitati ecclesiasticae caritatis. Et ideo sicut fides et caritas sunt diversae virtutes, quamvis quicumque careat fide careat caritate; ita etiam schisma et haeresis sunt diversa vitia, quamvis quicumque est haereticus sit etiam schismaticus, sed non convertitur. Et hoc est quod Hieronymus dicit, in Epist. ad Gal., inter schisma et haeresim hoc interesse arbitror, quod haeresis perversum dogma habet, schisma ab Ecclesia separat. – Et tamen sicut amissio caritatis est via ad amittendum fidem, secundum illud 1 ad Tim. 1 [6], a quibus quidam aberrantes, scilicet a caritate et aliis huiusmodi, conversi sunt in vaniloquium; ita etiam schisma est via ad haeresim. Unde Hieronymus ibidem subdit quod schisma a principio aliqua in parte potest intelligi diversum ab haeresi, ceterum nullum schisma est, nisi sibi aliquam haeresim confingat, ut recte ab Ecclesia recessisse videatur.

Vangelo
(Mt 4,12-17, forma breve)

   Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava (lat. camminava) nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».

La luce che è Gesù

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Matteo,
c. 4, lez. 2, I, v. 16, nn. 357-359)

   357. – Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che sedevano in regione e ombra di morte una luce è sorta. Dice due cose: che camminava e che sedeva. Infatti chi è sin dal principio in tenebre che non sono molto fitte e non si stupisce per esse, va avanti, soprattutto quando spera di trovare la luce; e quando si stupisce per le tenebre, sta fermo.
   Questa è la differenza fra i Giudei e i gentili: che i Giudei, sebbene fossero nelle tenebre, non ne erano tuttavia totalmente oppressi, poiché non tutti veneravano gli idoli, ma speravano nel Cristo venturo: per questo camminavano; Is 1,10: «Chi camminava nelle tenebre e non c’è luce per lui? Speri nel nome del Signore», ecc. I gentili invece non aspettavano, e quindi non c’era la speranza della luce. Inoltre erano oppressi dalle tenebre, poiché veneravano gli idoli; infatti secondo il Salmo 75 [2], «Dio è conosciuto in Giuda»; per questo stavano fermi. E per questo si dice che i Giudei videro una grande luce. La luce dei Giudei non era grande; 2 Pt 1,19: «Abbiamo la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione come a lampada che brilla in un luogo oscuro»; questa invece è grande come la luce del sole; Mal 4,2: «Ma per voi che temete il nome del Signore sorgerà il sole della giustizia».
   358. – Per quelli che sedevano, cioè le genti, in regione e ombra di morte. La morte è la dannazione dell’inferno; Sal 48,15: «Sarà loro pastore la morte». L’ombra di morte è una somiglianza della dannazione futura, che c’è nei peccatori. Infatti la grande pena di coloro che sono nell’inferno è la separazione da Dio, per questo hanno una somiglianza della dannazione futura, come anche i giusti hanno una somiglianza della futura beatitudine; 2 Cor 3,8: «Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria».
   359. – E nota che per le genti una luce è sorta, poiché non sono state loro ad andare alla luce, ma è la luce che è venuta per loro. E quella terra [la Galilea] è al confine fra i Giudei e le genti, per mostrare che li ha chiamati entrambi; Is 49,6: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti di Israele». E dopo: «Io ti renderò luce delle nazioni affinché tu porti la mia salvezza fino all’estremità della terra».

Testo latino di San Tommaso
(Super Matthaeum,

c. 4, lect. 2, I, v. 16, nn. 357-359)

   Populus qui ambulabat in tenebris vidit lucem magnam et cetera. Duo dicit qui ambulabat, et qui sedebat; qui enim est in tenebris a principio quae non sunt multum condensae, nec stupefit ab eis, vadit, maxime quando sperat invenire lucem: et dum stupefactus est a tenebris, stat. Ista est differentia inter Iudaeos et gentiles: quia Iudaei quamvis essent in tenebris, non tamen totaliter oppressi erant ab eis, quia non omnes colebant idola, sed sperabant Christum venturum, et ideo ambulabant; Is. 1,10: quis ambulavit in tenebris, et non est lumen ei? Speret in nomine Domini et cetera. Gentiles vero non expectabant; et ideo non erat spes de luce. Et iterum oppressi erant tenebris, quia idola colebant, quia secundum Ps. 75,2, notus in Iudaea Deus, et ideo stabant. Et hoc est quod dicitur populus qui ambulabat in tenebris, vidit lucem magnam. Lux Iudaeorum non magna, 2 Pet. 1,19: habemus propheticum sermonem, cui bene facitis attendentes sicut lucernae lucenti in caliginoso loco, sed ista magna sicut solis lux; Mal. 4,2: vobis autem timentibus nomen Domini orietur sol iustitiae. Et sedentibus, idest gentibus, in regione umbrae mortis. Mors est damnatio in inferno; Ps. 48,15: mors depascet eos. Umbra mortis est similitudo futurae damnationis, quae est in peccatoribus. Magna autem poena eorum qui in inferno sunt, est separatio a Deo. Et quia peccatores iam separati sunt a Deo, ideo similitudinem habent futurae damnationis, sicut et iusti similitudinem habent futurae beatitudinis; 2 Cor. 3,18: nos autem gloriam Domini speculantes in eamdem imaginem transformamur a claritate in claritatem. Et nota quod gentibus lux orta est, quia ipsi non iverunt ad lucem, sed lux venit ad eos; Io. 3,19: lux venit in mundum. Orta est eis. Et illa terra est in confinio Iudaeorum et gentium, ut ostenderet quod utrosque vocavit; Is. 49,6: parum est ut sis mihi servus ad suscitandas tribus Iacob, et faeces Israel convertendas. Et post: dedi te in lucem gentium, ut sis salus mea usque ad extremum terrae.

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