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23 gennaio – giovedì Tempo Ordinario – 2a Settimana

23 gennaio – giovedì Tempo Ordinario – 2a Settimana
08/10/2019 elena

23 gennaio – giovedì
Tempo Ordinario – 2a Settimana

Prima lettura
(1 Sam 18,6-9.19,1-7)

   In quei giorni, mentre Davide tornava dall’uccisione del Filisteo, uscirono le donne da tutte le città d’Israele a cantare e a danzare incontro al re Saul, accompagnandosi con i tamburelli, con grida di gioia e con sistri. Le donne cantavano danzando e dicevano: «Ha ucciso Saul i suoi mille e Davide i suoi diecimila». Saul ne fu molto irritato e gli parvero cattive quelle parole. Diceva: «Hanno dato a Davide diecimila, a me ne hanno dati mille. Non gli manca altro che il regno». Così da quel giorno in poi Saul guardava sospettoso Davide. Saul comunicò a Giònata, suo figlio, e ai suoi ministri di voler uccidere Davide. Ma Giònata, figlio di Saul, nutriva grande affetto per Davide. Giònata informò Davide dicendo: «Saul, mio padre, cerca di ucciderti. Sta’ in guardia domani, sta’ al riparo e nasconditi. Io uscirò e starò al fianco di mio padre nella campagna dove sarai tu e parlerò in tuo favore a mio padre. Ciò che vedrò te lo farò sapere». Giònata parlò dunque a Saul, suo padre, in favore di Davide e gli disse: «Non pecchi il re contro il suo servo, contro Davide, che non ha peccato contro di te, che anzi ha fatto cose belle per te. Egli ha esposto la vita, quando abbatté il Filisteo, e il Signore ha concesso una grande salvezza a tutto Israele. Hai visto e hai gioito. Dunque, perché pecchi contro un innocente, uccidendo Davide senza motivo?». Saul ascoltò la voce di Giònata e giurò: «Per la vita del Signore, non morirà!». Giònata chiamò Davide e gli riferì questo colloquio. Poi Giònata introdusse presso Saul Davide, che rimase alla sua presenza come prima.

Il peccato di invidia

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 36, a. 2, corpo)

   Come si è detto, l’invidia è «una tristezza per i beni altrui». Ora, tale tristezza può prodursi in quattro modi. Primo, quando uno si rattrista del bene di un altro nel timore di riceverne un danno per sé, o per i buoni. Tale tristezza però non è invidia, come si è già notato, e può essere senza peccato. Scrive perciò S. Gregorio: «Per lo più capita senza la perdita della carità che la rovina di un nemico ci rallegri, e senza un peccato di invidia che il suo successo ci addolori, poiché crediamo che con la sua caduta alcuni saranno giustamente risollevati, mentre temiamo che col suo successo molti saranno ingiustamente oppressi». – Secondo, si può essere addolorati del bene di un altro non perché costui ha tale bene, ma perché esso manca a noi. E ciò propriamente è zelo, o gelosia, come nota il Filosofo. E se questa gelosia riguarda i beni onesti, è una cosa lodevole, secondo le parole di 1 Cor 14 [1]: Gareggiate nelle cose spirituali. Se invece ha per oggetto i beni temporali, può essere o non essere peccaminosa. – Terzo, uno può rattristarsi dei beni altrui perché colui che ne gode ne è indegno. E tale tristezza non può nascere certo dal bene onesto, che rende giusta una persona, ma ha per oggetto, come dice il Filosofo, le ricchezze e gli altri beni che possono capitare sia agli onesti che ai disonesti. E questa tristezza è da lui denominata nemesi, e appartiene ai buoni costumi. Ma egli diceva così perché considerava i beni temporali in se stessi, in quanto possono sembrare di gran valore a chi non guarda ai beni eterni. Invece secondo l’insegnamento della fede i beni temporali che sono concessi agli indegni per un giusto disegno di Dio sono ordinati o al loro emendamento o alla loro dannazione; inoltre questi beni sono quasi un nulla in confronto con i beni futuri riservati ai buoni. E così questa tristezza è proibita dalla sacra Scrittura; nel Sal [36,1] infatti è detto: Non emulare i malfattori, e non invidiare chi agisce iniquamente. E altrove [72,2]: Per poco non inciampavano i miei piedi, perché ho invidiato gli iniqui, vedendo la prosperità dei peccatori. – Quarto, uno può rattristarsi dei beni di un altro per il fatto che costui ha dei beni più grandi dei suoi. E questa è propriamente l’invidia. Ed è sempre una cosa malvagia, come riconosce anche il Filosofo: poiché uno si rattrista di una cosa di cui dovrebbe godere, cioè del bene del prossimo.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 36, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut dictum est [arg. 2], invidia est tristitia de alienis bonis. Sed haec tristitia potest contingere quatuor modis. Uno quidem modo, quando aliquis dolet de bono alicuius inquantum ex eo timetur nocumentum vel sibi ipsi vel etiam aliis bonis. Et talis tristitia non est invidia, ut dictum est [a. 1]; et potest esse sine peccato. Unde Gregorius, 22 Moral., ait, evenire plerumque solet ut, non amissa caritate, et inimici nos ruina laetificet, et rursum eius gloria sine invidiae culpa contristet, cum et ruente eo quosdam bene erigi credimus, et proficiente illo plerosque iniuste opprimi formidamus. – Alio modo potest aliquis tristari de bono alterius, non ex eo quod ipse habet bonum, sed ex eo quod nobis deest bonum illud quod ipse habet. Et hoc proprie est zelus; ut philosophus dicit, in 2 Rhet. Et si iste zelus sit circa bona honesta, laudabilis est, secundum illud 1 ad Cor. 14 [1], aemulamini spiritualia. Si autem sit de bonis temporalibus, potest esse cum peccato, et sine peccato. – Tertio modo aliquis tristatur de bono alterius inquantum ille cui accidit bonum est eo indignus. Quae quidem tristitia non potest oriri ex bonis honestis, ex quibus aliquis iustus efficitur; sed sicut philosophus dicit, in 2 Rhet., est de divitiis et de talibus, quae possunt provenire dignis et indignis. Et haec tristitia, secundum ipsum, vocatur nemesis, et pertinet ad bonos mores. Sed hoc ideo dicit quia considerabat ipsa bona temporalia secundum se, prout possunt magna videri non respicientibus ad aeterna. Sed secundum doctrinam fidei, temporalia bona quae indignis proveniunt ex iusta Dei ordinatione disponuntur vel ad eorum correctionem vel ad eorum damnationem, et huiusmodi bona quasi nihil sunt in comparatione ad bona futura, quae servantur bonis. Et ideo huiusmodi tristitia prohibetur in Scriptura sacra, secundum illud Ps. [36,1], noli aemulari in malignantibus, neque zelaveris facientes iniquitatem. Et alibi [Ps. 72,2-3], pene effusi sunt gressus mei, quia zelavi super iniquos, pacem peccatorum videns. – Quarto aliquis tristatur de bonis alicuius inquantum alter excedit ipsum in bonis. Et hoc proprie est invidia. Et istud semper est pravum, ut etiam philosophus dicit, in 2 Rhet., quia dolet de eo de quo est gaudendum, scilicet de bono proximi.

Vangelo (Mc 3,7-12)

   In quel tempo, Gesù, con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme, dall’Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidòne, una grande folla, sentendo quanto faceva, andò da lui. Allora egli disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. Infatti aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo. Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.

Imponeva loro di non svelarlo

San Tommaso
(S. Th. III, q. 13, a. 4, soluzione 2)

   2. Con S. Gregorio Magno possiamo spiegare il silenzio imposto da Gesù sui suoi miracoli «come un esempio dato da lui ai suoi servi perché anch’essi desiderino che le loro virtù rimangano occulte, pur facendole risplendere involontariamente a profitto spirituale degli altri». Il suo divieto dunque indicava la sua volontà di fuggire la gloria umana, come è detto in Gv 8 [50]: Io non cerco la mia gloria. Voleva però di volontà assoluta, specialmente secondo la volontà divina, che il miracolo compiuto fosse divulgato per l’utilità degli altri.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 13, a. 4, ad secundum)

   Ad secundum dicendum quod, sicut dicit Gregorius, 19 Moral., per hoc quod Dominus praecepit taceri virtutes suas, servis suis se sequentibus exemplum dedit, ut ipsi quidem virtutes suas occultari desiderent, et tamen, ut alii eorum exemplo proficiant, prodantur inviti. Sic ergo praeceptum illud designabat voluntatem ipsius qua humanam gloriam refugiebat, secundum illud Ioan. 8 [50], ego gloriam meam non quaero. Volebat tamen absolute, praesertim secundum divinam voluntatem, ut publicaretur miraculum factum, propter aliorum utilitatem.

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