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15 gennaio – mercoledì Tempo Ordinario – 1a Settimana

15 gennaio – mercoledì Tempo Ordinario – 1a Settimana
08/10/2019 elena

15 gennaio – mercoledì
Tempo Ordinario – 1a Settimana

Prima lettura
(1 Sam 3,1-10.19-20)

   In quei giorni, il giovane Samuèle serviva il Signore alla presenza di Eli. La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti. E quel giorno avvenne che Eli stava dormendo al suo posto, i suoi occhi cominciavano a indebolirsi e non riusciva più a vedere. La lampada di Dio non era ancora spenta e Samuèle dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. Allora il Signore chiamò: «Samuèle!» ed egli rispose: «Eccomi», poi corse da Eli e gli disse: «Mi hai chiamato, eccomi!». Egli rispose: «Non ti ho chiamato, torna a dormire!». Tornò e si mise a dormire. Ma il Signore chiamò di nuovo: «Samuèle!»; Samuèle si alzò e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Ma quello rispose di nuovo: «Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!». In realtà Samuèle fino ad allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: «Samuèle!» per la terza volta; questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. Eli disse a Samuèle: «Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”». Samuèle andò a dormire al suo posto. Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: «Samuèle, Samuèle!». Samuèle rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta». Samuèle crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole. Perciò tutto Israele, da Dan fino a Bersabea, seppe che Samuèle era stato costituito profeta del Signore.

La parola del Signore
era rara in quei giorni

Per questo il Signore chiamò Samuele, con cui ha inizio il tempo dei re.

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 174, a. 6, soluzione 2)

   2. Rispondiamo con S. Agostino, che «come all’inizio del regno degli Assiri sorse Abramo, al quale vennero fatte le più chiare promesse, così al sorgere della Babilonia d’occidente», cioè di Roma, «sotto il cui dominio doveva nascere il Cristo, nel quale si sarebbero adempiute quelle promesse e gli oracoli dei profeti, questi dovevano essere non solo pronunziati, ma scritti, quali testimonianze di un così grande avvenimento futuro. Sebbene infatti i profeti non siano quasi mai mancati al popolo d’Israele nel periodo dei re, tuttavia essi allora servirono soltanto a Israele, e non ai gentili. Ma quando venivano composti gli scritti profetici più importanti, che un giorno avrebbero giovato alle genti, allora veniva fondata questa città», cioè Roma, «che sulle genti avrebbe dominato». Ed era opportuno che i profeti in Israele abbondassero soprattutto nel tempo dei re, perché allora quel popolo non era oppresso dagli stranieri, ma aveva il proprio sovrano: per cui era necessario che fosse istruito dai profeti sulla condotta da tenere, in quanto godeva della sua libertà.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 174, a. 6, ad secundum)

   Ad secundum dicendum quod sicut Augustinus dicit, 18 De civ. Dei, quemadmodum regni Assyriorum primo tempore extitit Abraham, cui promissiones apertissimae fierent; ita in Occidentalis Babylonis, idest Romanae urbis, exordio qua imperante fuerat Christus venturus, in quo implerentur illa promissa, oracula prophetarum, non solum loquentium verum etiam scribentium, in tantae rei futurae testimonium, solverentur, scilicet promissiones Abrahae factae. Cum enim prophetae nunquam fere defuissent populo Israel ex quo ibi reges esse coeperunt, in usum tantummodo eorum fuere, non gentium. Quando autem Scriptura manifestius prophetica condebatur, quae gentibus quandoque prodesset, tunc condebatur haec civitas, scilicet Romana, quae gentibus imperaret. Ideo autem maxime tempore regum oportuit prophetas in illo populo abundare, quia tunc populus non opprimebatur ab alienigenis, sed proprium regem habebat, et ideo oportebat per prophetas eum instrui de agendis, quasi libertatem habentem.

Vangelo (Mc 1,29-39)

   In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui, si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

Il silenzio imposto ai demòni

Non permetteva ai demòni di parlare perché lo conoscevano, anche se non perfettamente, e come oggetto di terrore.

San Tommaso
(S. Th. I, q. 64, a. 1, soluzione 4)

   4. Il mistero del regno di Dio, che fu compiuto per mezzo di Cristo, fu conosciuto in qualche modo dagli angeli fin da principio, soprattutto da quando furono beati con la visione del Verbo, visione che però i demoni non ebbero mai. Tuttavia gli angeli non conobbero tutti perfettamente questo mistero, né tutti ugualmente. Molto meno perciò conobbero il mistero dell’Incarnazione i demoni nel tempo in cui Cristo si trovava nel mondo. Come infatti dice S. Agostino, «Cristo non fu conosciuto da loro come è conosciuto dagli angeli santi, i quali fruiscono dell’eternità del Verbo che ad essi è partecipata: lo conoscono invece soltanto come oggetto di terrore in base a certe sue azioni compiute nel tempo». Se al contrario avessero conosciuto perfettamente e con certezza che Cristo era il Figlio di Dio, e quale sarebbe stato l’effetto della sua passione, non avrebbero mai fatto crocifiggere il Signore della gloria.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I, q. 64, a. 1, ad quartum)

   Ad quartum dicendum quod mysterium regni Dei, quod est impletum per Christum, omnes quidem Angeli a principio aliquo modo cognoverunt; maxime ex quo beatificati sunt visione Verbi, quam daemones nunquam habuerunt. Non tamen omnes Angeli cognoverunt perfecte, neque aequaliter. Unde daemones multo minus, Christo existente in mundo, perfecte mysterium incarnationis cognoverunt. Non enim innotuit eis, ut Augustinus dicit sicut Angelis sanctis, qui verbi participata aeternitate perfruuntur, sed sicut eis terrendis innotescendum fuit per quaedam temporalia effecta. Si autem perfecte et per certitudinem cognovissent ipsum esse Filium Dei, et effectum passionis eius, nunquam Dominum gloriae crucifigi procurassent.

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