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14 gennaio – martedì Tempo Ordinario – 1a Settimana

14 gennaio – martedì Tempo Ordinario – 1a Settimana
08/10/2019 elena

14 gennaio – martedì
Tempo Ordinario – 1a Settimana

Prima lettura
(1 Sam 1,9-20)

   In quei giorni Anna si alzò, dopo aver mangiato e bevuto a Silo; in quel momento il sacerdote Eli stava seduto sul suo seggio davanti a uno stipite del tempio del Signore. Ella aveva l’animo amareggiato e si mise a pregare il Signore, piangendo dirottamente. Poi fece questo voto: «Signore degli eserciti, se vorrai considerare la miseria della tua schiava e ricordarti di me, se non dimenticherai la tua schiava e darai alla tua schiava un figlio maschio, io lo offrirò al Signore per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo». Mentre ella prolungava la preghiera davanti al Signore, Eli stava osservando la sua bocca. Anna pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra, ma la voce non si udiva; perciò Eli la ritenne ubriaca. Le disse Eli: «Fino a quando rimarrai ubriaca? Smaltisci il tuo vino!». Anna rispose: «No, mio signore; io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore. Non considerare la tua schiava una donna perversa, poiché finora mi ha fatto parlare l’eccesso del mio dolore e della mia angoscia». Allora Eli le rispose: «Va’ in pace e il Dio d’Israele ti conceda quello che gli hai chiesto». Ella replicò: «Possa la tua serva trovare grazia ai tuoi occhi». Poi la donna se ne andò per la sua via, mangiò e il suo volto non fu più come prima. Il mattino dopo si alzarono e dopo essersi prostrati davanti al Signore, tornarono a casa a Rama. Elkanà si unì a sua moglie e il Signore si ricordò di lei. Così al finir dell’anno Anna concepì e partorì un figlio e lo chiamò Samuèle, «perché – diceva – al Signore l’ho richiesto».

La preghiera vocale

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 83, a. 12, corpo)

   La preghiera può essere di due specie: comune e individuale. La preghiera comune è quella che è fatta dai ministri della Chiesa ed è presentata a Dio a nome di tutto il popolo fedele. Ora, questa preghiera deve essere conosciuta da tutto il popolo per il quale viene fatta. Il che non sarebbe possibile se non fosse vocale. Per cui fu stabilito giustamente che queste preghiere vengano pronunziate a voce alta, in modo che siano conosciute da tutti. È individuale invece la preghiera che è presentata da ciascuno in particolare, sia per sé che per altri. E tale preghiera non è necessario che sia vocale. Tuttavia ad essa si può aggiungere utilmente la parola esterna per tre motivi. Primo, per eccitare la devozione interiore, con la quale la mente di chi prega si eleva a Dio. E questo perché la mente umana mediante i segni esterni, come le parole o anche i gesti, viene predisposta alla conoscenza e quindi all’affetto. Per cui S. Agostino insegna che «noi possiamo eccitare noi stessi ad accrescere il santo desiderio con la parola e con altri segni». Così nella preghiera individuale dobbiamo servirci della parola e degli altri segni nella misura in cui servono a eccitare i sentimenti interni. Se invece lo spirito ne viene distratto, o comunque ostacolato, allora allora essi vanno tralasciati. E ciò avviene specialmente in coloro il cui spirito è già efficacemente predisposto alla devozione senza tali segni. Per cui nel Sal 26 [8] è detto: Di te ha detto il mio cuore: “il mio volto ti ha cercato”; e si legge di Anna in 1 Sam 1 [13] che pregava in cuor suo. – Secondo, alla preghiera si può aggiungere la parola come per soddisfare il nostro debito, cioè per far sì che l’uomo serva al Signore con tutto ciò che ha ricevuto da Dio, e quindi non solo con lo spirito, ma anche con il corpo. Il che si addice alla preghiera specialmente in quanto satisfattoria. Da cui le parole di Os 14 [3]: Togli via ogni colpa, accetta ciò che è bene e ti offriremo il sacrificio delle nostre labbra. – Terzo, alla preghiera si può aggiungere la parola per la ridondanza dell’anima sul corpo sotto la veemenza degli affetti, secondo le parole del Sal 15 [9]: Ha gioito il mio cuore e ha esultato la mia lingua.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 83, a. 12, corpus)

   Respondeo dicendum quod duplex est oratio, communis, et singularis. Communis quidem oratio est quae per ministros Ecclesiae in persona totius fidelis populi Deo offertur. Et ideo oportet quod talis oratio innotescat toti populo, pro quo profertur. Quod non posset fieri nisi esset vocalis. Et ideo rationabiliter institutum est ut ministri Ecclesiae huiusmodi orationes etiam alta voce pronuntient, ut ad notitiam omnium possit pervenire. Oratio vero singularis est quae offertur a singulari persona cuiuscumque sive pro se sive pro aliis orantis. Et de huiusmodi orationis necessitate non est quod sit vocalis. Adiungitur tamen vox tali orationi triplici ratione. Primo quidem, ad excitandum interiorem devotionem, qua mens orantis elevetur in Deum. Quia per exteriora signa, sive vocum sive etiam aliquorum factorum, movetur mens hominis et secundum apprehensionem, et per consequens secundum affectionem. Unde Augustinus dicit, ad Probam, quod verbis et aliis signis ad augendum sanctum desiderium nosipsos acrius excitamus. Et ideo in singulari oratione tantum est vocibus et huiusmodi signis utendum quantum proficit ad excitandum interius mentem. Si vero mens per hoc distrahatur, vel qualitercumque impediatur, est a talibus cessandum. Quod praecipue contingit in illis quorum mens sine huiusmodi signis est sufficienter ad devotionem parata. Unde Psalmo [26,8] dicebat: Tibi dixit cor meum, exquisivit te facies mea; et de Anna legitur, 1 Reg. 1 [13], quod loquebatur in corde suo. – Secundo, adiungitur vocalis oratio quasi ad redditionem debiti, ut scilicet homo Deo serviat secundum totum illud quod ex Deo habet, idest non solum mente, sed etiam corpore. Quod praecipue competit orationi secundum quod est satisfactoria. Unde dicitur Osee 14 [3], omnem aufer iniquitatem, et accipe bonum, et reddemus vitulos labiorum nostrorum. – Tertio, adiungitur vocalis oratio ex quadam redundantia ab anima in corpus ex vehementi affectione, secundum illud Ps. [15,9], laetatum est cor meum, et exultavit lingua mea.

Vangelo (Mc 1,21-28)

   In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafarnao,] insegnava. Ed erano stupìti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

La predicazione ai Giudei

San Tommaso
(S. Th. III, q. 42, a. 1, corpo)

   Era conveniente che la predicazione di Cristo, come anche quella degli apostoli, da principio fosse rivolta ai soli Giudei. Primo, per mostrare che con la sua venuta si attuavano le promesse fatte dall’antichità ai Giudei, e non ai gentili. Per cui S. Paolo scrive: Dico che Cristo si è fatto servitore dei circoncisi, cioè apostolo e predicatore dei Giudei, in favore della veracità di Dio nel compiere le promesse fatte ai Padri (Rm 15,8). – Secondo, per dimostrare che egli veniva da Dio. Infatti tutto ciò che viene da Dio, è bene ordinato (Rm 13,1). Ora, il retto ordine esigeva che l’insegnamento di Cristo fosse proposto prima ai Giudei, data la loro maggiore vicinanza a Dio nella fede e nel culto dell’unico Dio, e per mezzo di essi fosse trasmesso alle genti: come anche nella gerarchia celeste le illuminazioni divine giungono agli angeli inferiori per mezzo di quelli superiori. Per questo S. Girolamo, commentando il passo di Mt 15 [24]: Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele, afferma: «Non dice che non è stato inviato ai Pagani, ma che prima è stato inviato a Israele». Per cui in Is 66 [19] è detto: Manderò i loro superstiti, cioè dei Giudei, verso le genti, e annunzieranno loro la mia gloria. – Terzo, per togliere ai Giudei il pretesto di infamarlo. Per cui S. Girolamo, commentando le parole di Mt 10 [5], Non andate fra le genti, spiega: «Era necessario che la venuta di Cristo fosse manifestata prima di tutto ai Giudei, affinché essi non avessero scuse dicendo che avevano respinto il Signore perché aveva inviato gli apostoli alle genti e ai samaritani». – Quarto, perché Cristo volle meritare il potere e il dominio su tutte le genti vincendo mediante la croce. Per cui in Ap 2 [26.28] è detto: Al vincitore darò l’autorità sopra le genti, come anch’io l’ho ricevuta dal Padre mio. E in Fil 2 [8] è detto che, essendosi [Cristo] fatto ubbidiente fino alla morte di croce, per questo Dio lo ha esaltato, affinché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi e ogni lingua lo riconosca. E così prima della sua passione non volle che la sua dottrina fosse predicata alle genti, ma dopo la passione disse ai discepoli: Andate e ammaestrate tutte le genti (Mt 28,19). Per questo motivo, come si legge in Gv 12 [20], all’avvicinarsi della sua passione, volendo alcuni Pagani vedere Gesù, egli rispose: Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. E S. Agostino spiega: «Era egli stesso il grano chiamato a morire per l’infedeltà dei Giudei, e a moltiplicarsi per la fede dei popoli».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 42, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod conveniens fuit praedicationem Christi, tam per ipsum quam per apostolos, a principio solis Iudaeis exhiberi. Primo quidem, ut ostenderet per suum adventum impleri promissiones antiquitus factas Iudaeis, non autem gentilibus. Unde apostolus dicit, Rom. 15 [8], dico Christum ministrum fuisse circumcisionis, idest apostolum et praedicatorem Iudaeorum, propter veritatem Dei, ad confirmandas promissiones patrum. – Secundo, ut eius adventus ostenderetur esse a Deo. Quae enim a Deo sunt, ordinata sunt, ut dicitur Rom. 13 [1]. Hoc autem debitus ordo exigebat, ut Iudaeis, qui Deo erant propinquiores per fidem et cultum unius Dei, prius quidem doctrina Christi proponeretur, et per eos transmitteretur ad gentes, sicut etiam et in caelesti hierarchia per superiores Angelos ad inferiores divinae illuminationes deveniunt. Unde super illud Matth. 15, non sum missus nisi ad oves quae perierunt domus Israel, dicit Hieronymus, non hoc dicit quin ad gentes missus sit, sed quod primum ad Israel missus est. Unde et Isaiae 66 [19] dicitur, mittam ex eis qui salvati fuerint, scilicet ex Iudaeis, ad gentes, et annuntiabunt gloriam meam gentibus. – Tertio, ut Iudaeis auferret calumniandi materiam. Unde super illud Matth. 10 [5], in viam gentium ne abieritis, dicit Hieronymus, oportebat primum adventum Christi nuntiari Iudaeis, ne iustam haberent excusationem, dicentes ideo se dominum reiecisse, quia ad gentes et Samaritanos apostolos miserit. Quarto, quia Christus per crucis victoriam meruit potestatem et dominium super gentes. Unde dicitur Apoc. 2 [26.28], qui vicerit, dabo ei potestatem super gentes, sicut et ego accepi a Patre meo. Et Phil. 2 [8 sqq.], quod, quia factus est obediens usque ad mortem crucis, Deus exaltavit illum, ut in nomine Iesu omne genu flectatur, et omnis lingua ei confiteatur. Et ideo ante passionem suam noluit gentibus praedicari suam doctrinam, sed post passionem suam dixit discipulis, Matth. 28 [19], euntes, docete omnes gentes. Propter quod, ut legitur Ioan. 12 [20 sqq.], cum, imminente passione, quidam gentiles vellent videre Iesum, respondit, nisi granum frumenti cadens in terram mortuum fuerit, ipsum solum manet, si autem mortuum fuerit, multum fructum affert. Et, sicut Augustinus dicit ibidem, se dicebat granum mortificandum in infidelitate Iudaeorum, multiplicandum in fide populorum.

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