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5 gennaio Seconda Domenica dopo Natale

5 gennaio Seconda Domenica dopo Natale
07/10/2019 elena

5 gennaio
Seconda Domenica dopo Natale

Prima lettura
(Sir 24,1-4.12-16)

   La sapienza fa il proprio elogio, in Dio trova il proprio vanto, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria. Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca, dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria, in mezzo al suo popolo viene esaltata, nella santa assemblea viene ammirata, nella moltitudine degli eletti trova la sua lode e tra i benedetti è benedetta, mentre dice: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti” . Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato, per tutta l’eternità non verrò meno. Nella tenda santa davanti a lui ho officiato e così mi sono stabilita in Sion. Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere. Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità, nell’assemblea dei santi ho preso dimora».

Il dono della sapienza

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 45, a. 1, corpo)

   Come dice il Filosofo, al sapiente appartiene considerare la causa più alta, in base alla quale si giudica con la massima certezza delle altre cose, e in rapporto alla quale si devono ordinare tutte le cose. Ma una causa può essere la più alta in due modi: in senso assoluto, o in un dato genere. Chi dunque conosce la causa più alta in un dato genere, e ha la capacità di giudicare partendo da essa tutto ciò che appartiene a tale genere, viene detto sapiente in quel genere, p. es. nella medicina o nell’architettura, secondo le parole di 1 Cor 3 [10]: Come un sapiente architetto io ho posto il fondamento. Chi invece conosce la causa più alta in senso assoluto, cioè Dio, è sapiente in senso assoluto, avendo la capacità di giudicare e di ordinare tutte le cose mediante le leggi divine. Ma l’uomo raggiunge questo giudizio per opera dello Spirito Santo, secondo 1 Cor 2 [15.10]: L’uomo spirituale giudica ogni cosa, poiché lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Per cui è evidente che la sapienza è un dono dello Spirito Santo.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 45, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod secundum philosophum, in principio Met., ad sapientem pertinet considerare causam altissimam, per quam de aliis certissime iudicatur, et secundum quam omnia ordinari oportet. Causa autem altissima dupliciter accipi potest, vel simpliciter, vel in aliquo genere. Ille igitur qui cognoscit causam altissimam in aliquo genere et per eam potest de omnibus quae sunt illius generis iudicare et ordinare, dicitur esse sapiens in illo genere, ut in medicina vel architectura, secundum illud 1 ad Cor. 3 [10], ut sapiens architectus fundamentum posui. Ille autem qui cognoscit causam altissimam simpliciter, quae est Deus, dicitur sapiens simpliciter, inquantum per regulas divinas omnia potest iudicare et ordinare. Huiusmodi autem iudicium consequitur homo per Spiritum Sanctum, secundum illud 1 ad Cor.2 [15], spiritualis iudicat omnia; quia, sicut ibidem dicitur, Spiritus omnia scrutatur, etiam profunda Dei. Unde manifestum est quod sapientia est donum Spiritus Sancti.

Seconda lettura
(Ef 1,3-6.15-18)

   Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. Perciò anch’io [Paolo], avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere, affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.

La grazia creata

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 110, a. 1, corpo)

  Secondo l’uso comune il termine grazia può avere tre significati. Primo, può indicare l’amore di qualcuno: come si dice, p. es., che un soldato ha la grazia del re, nel senso che il re lo gradisce. Secondo, può indicare un dono gratuito; come quando si dice: «Ti faccio questa grazia». Terzo, può avere il senso di riconoscenza per un beneficio gratuito: come quando si parla di rendimento di grazie. Di questi tre sensi il secondo dipende dal primo: infatti dall’amore per cui a uno è gradita una data persona, derivano le gratificazioni verso di essa. Il terzo poi dipende dal secondo: poiché il rendimento di grazie segue ai benefici offerti gratuitamente. – Ora, negli ultimi due casi è evidente che la grazia implica qualcosa in colui che la riceve: primo, lo stesso dono gratuito, secondo, la riconoscenza per esso. Nel primo caso invece bisogna notare la differenza esistente fra la grazia di Dio e la grazia degli uomini. Derivando infatti il bene delle creature dalla volontà di Dio, conseguentemente dall’amore con cui Dio vuole il bene della creatura profluisce qualche bene nella creatura stessa. Invece la volontà dell’uomo viene mossa dal bene preesistente nelle cose: e così l’amore dell’uomo non causa totalmente la bontà delle cose, ma la presuppone, o in parte o in tutto. È quindi evidente che ogni atto di amore da parte di Dio fa nascere nella creatura un bene che è causato, e non è mai coeterno all’eterno amore. E in base alla differenza di tale bene si può stabilire la differenza dell’amore di Dio verso la creatura. C’è infatti un amore universale, con il quale egli ama tutte le cose esistenti, come è detto in Sap 11 [25], e in forza del quale viene elargita l’esistenza naturale a tutte le realtà create. C’è poi un amore speciale, con cui Dio innalza la creatura razionale alla partecipazione del bene divino, sopra la condizione della natura. E in quest’ultimo caso si dice che Dio ama qualcuno in senso assoluto: poiché con questo amore Dio vuole in senso assoluto per la creatura quel bene eterno che è lui medesimo. – Così dunque quando si dice che uno ha la grazia di Dio, si vuole indicare un dono soprannaturale prodotto da Dio nell’uomo. Tuttavia talora si denomina grazia di Dio lo stesso amore eterno di Dio: si parla così anche della grazia della predestinazione, in quanto Dio non per i meriti, ma gratuitamente, ha scelto o predestinato alcuni; infatti in Ef 1 [6] è detto: Ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi, a lode e gloria della sua grazia.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 110, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod secundum communem modum loquendi, gratia tripliciter accipi consuevit. Uno modo, pro dilectione alicuius, sicut consuevimus dicere quod iste miles habet gratiam regis, idest, rex habet eum gratum. Secundo sumitur pro aliquo dono gratis dato, sicut consuevimus dicere, hanc gratiam facio tibi. Tertio modo sumitur pro recompensatione beneficii gratis dati, secundum quod dicimur agere gratias beneficiorum. Quorum trium secundum dependet ex primo, ex amore enim quo aliquis alium gratum habet, procedit quod aliquid ei gratis impendat. Ex secundo autem procedit tertium, quia ex beneficiis gratis exhibitis gratiarum actio consurgit. – Quantum igitur ad duo ultima, manifestum est quod gratia aliquid ponit in eo qui gratiam accipit, primo quidem, ipsum donum gratis datum; secundo, huius doni recognitionem. Sed quantum ad primum, est differentia attendenda circa gratiam Dei et gratiam hominis. Quia enim bonum creaturae provenit ex voluntate divina, ideo ex dilectione Dei qua vult creaturae bonum, profluit aliquod bonum in creatura. Voluntas autem hominis movetur ex bono praeexistente in rebus, et inde est quod dilectio hominis non causat totaliter rei bonitatem, sed praesupponit ipsam vel in parte vel in toto. Patet igitur quod quamlibet Dei dilectionem sequitur aliquod bonum in creatura causatum quandoque, non tamen dilectioni aeternae coaeternum. Et secundum huiusmodi boni differentiam, differens consideratur dilectio Dei ad creaturam. Una quidem communis, secundum quam diligit omnia quae sunt, ut dicitur Sap. 11 [25]; secundum quam esse naturale rebus creatis largitur. Alia autem est dilectio specialis, secundum quam trahit creaturam rationalem supra conditionem naturae, ad participationem divini boni. Et secundum hanc dilectionem dicitur aliquem diligere simpliciter, quia secundum hanc dilectionem vult Deus simpliciter creaturae bonum aeternum, quod est ipse. – Sic igitur per hoc quod dicitur homo gratiam Dei habere, significatur quiddam supernaturale in homine a Deo proveniens. Quandoque tamen gratia Dei dicitur ipsa aeterna Dei dilectio, secundum quod dicitur etiam gratia praedestinationis, inquantum Deus gratuito, et non ex meritis, aliquos praedestinavit sive elegit; dicitur enim ad Eph. 1 [5 sq.], praedestinavit nos in adoptionem filiorum, in laudem gloriae gratiae suae.

Vangelo
(Gv 1,1-5.9-14, forma breve)

   In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta.
   Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Convenienza dell’incarnazione
della seconda persona

San Tommaso
(S. Th. III, q. 3, a. 8, corpo)

   Era convenientissimo che s’incarnasse la persona del Figlio. Primo, dal punto di vista dell’unione. È conveniente infatti unire insieme cose simili. Ora, la persona del Figlio, che è il Verbo di Dio, ha innanzitutto una somiglianza con la totalità delle creature. Poiché il verbo o concetto dell’artefice è l’immagine esemplare di tutto ciò che egli produce. Quindi il Verbo di Dio, che è il suo concetto eterno, costituisce il modello esemplare di tutte le realtà create. Come dunque le creature grazie alla partecipazione a tale modello furono collocate nella loro specie, in modo però mutevole, così era conveniente che attraverso un’unione con il Verbo non partecipativa, ma personale, la creatura fosse risanata in ordine a una perfezione eterna e immutabile: infatti anche l’artefice, quando la sua opera ha subito dei danni, la ripara ricorrendo al modello mentale con cui la produsse. – In secondo luogo il Figlio di Dio ha una particolare somiglianza con la natura umana: poiché il Verbo è il concetto della sapienza eterna, da cui deriva tutta la sapienza umana. Perciò l’uomo, partecipando del Verbo di Dio, progredisce nella sapienza, che è la perfezione sua propria in quanto razionale: come un alunno si istruisce accogliendo il verbo del maestro. Per cui in Sir 1 [5] è detto: Fonte della sapienza è il Verbo di Dio nell’alto dei cieli. E così per il perfezionamento supremo dell’uomo era conveniente che lo stesso Verbo di Dio si unisse personalmente alla natura umana. –Una seconda ragione di convenienza può essere desunta dal fine dell’unione, che è il compimento della predestinazione, ossia la salvezza di coloro che sono stati preordinati all’eredità celeste, la quale non è dovuta se non ai figli, come è detto in Rm 8 [17]: Se siamo figli, siamo anche eredi. Fu perciò conveniente che per opera di colui che è il Figlio naturale gli uomini partecipassero per adozione alla somiglianza di tale filiazione, come è detto: «Quelli che da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a divenire conformi all’immagine del Figlio suo» [Rm 8,29]. – Un terzo motivo di convenienza può essere ancora desunto dal peccato del nostro primo padre, a cui l’incarnazione pone rimedio. Il primo uomo infatti peccò per cupidigia di scienza, come risulta dalle parole del serpente che promise all’uomo la conoscenza del bene e del male [Gen 3,5]. Era dunque opportuno che per mezzo del Verbo della vera sapienza fosse ricondotto a Dio quell’uomo che si era allontanato da lui per una disordinata brama di scienza.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 3, a. 8, corpus)

   Respondeo dicendum quod convenientissimum fuit personam Filii incarnari. Primo quidem, ex parte unionis. Convenienter enim ea quae sunt similia, uniuntur. Ipsius autem personae Filii, qui est Verbum Dei, attenditur, uno quidem modo, communis convenientia ad totam creaturam. Quia verbum artificis, idest conceptus eius, est similitudo exemplaris eorum quae ab artifice fiunt. Unde Verbum Dei, quod est aeternus conceptus eius, est similitudo exemplaris totius creaturae. Et ideo, sicut per participationem huius similitudinis creaturae sunt in propriis speciebus institutae, sed mobiliter; ita per unionem Verbi ad creaturam non participativam sed personalem, conveniens fuit reparari creaturam in ordine ad aeternam et immobilem perfectionem, nam et artifex per formam artis conceptam qua artificiatum condidit, ipsum, si collapsum fuerit, restaurat. – Alio modo, habet convenientiam specialiter cum humana natura, ex eo quod Verbum est conceptus aeternae sapientiae a qua omnis sapientia hominum derivatur. Et ideo homo per hoc in sapientia proficit, quae est propria eius perfectio prout est rationalis, quod participat Verbum Dei, sicut discipulus instruitur per hoc quod recipit verbum magistri. Unde et Eccli. 1 [5] dicitur, fons sapientiae verbum Dei in excelsis. Et ideo, ad consummatam hominis perfectionem, conveniens fuit ut ipsum Verbum Dei humanae naturae personaliter uniretur. – Secundo potest accipi ratio huius congruentiae ex fine unionis, qui est impletio praedestinationis, eorum scilicet qui praeordinati sunt ad hereditatem caelestem, quae non debetur nisi filiis, secundum illud Rom. 8 [17], filii et heredes. Et ideo congruum fuit ut per eum qui est Filius naturalis, homines participarent similitudinem huius filiationis secundum adoptionem, sicut Apostolus ibidem [29] dicit, quos praescivit et praedestinavit conformes fieri imagini Filii eius. – Tertio potest accipi ratio huius congruentiae ex peccato primi parentis, cui per incarnationem remedium adhibetur. Peccavit enim primus homo appetendo scientiam, ut patet ex verbis serpentis promittentis homini scientiam boni et mali [Gen 3,5]. Unde conveniens fuit ut per Verbum verae sapientiae homo reduceretur in Deum, qui per inordinatum appetitum scientiae recesserat a Deo.

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