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18 dicembre Tempo di Avvento Feria verso Natale

18 dicembre Tempo di Avvento Feria verso Natale
07/10/2019 elena

18 dicembre
Tempo di Avvento
Feria verso Natale

Prima lettura
(Ger 23,5-8)

   «Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra.
   Nei suoi giorni Giuda sarà salvato e Israele vivrà tranquillo, e lo chiameranno con questo nome: Signore-nostra-giustizia.
   Pertanto, ecco, verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali non si dirà più: “Per la vita del Signore che ha fatto uscire gli Israeliti dalla terra d’Egitto!”, ma piuttosto: “Per la vita del Signore che ha fatto uscire e ha ricondotto la discendenza della casa d’Israele dalla terra del settentrione e da tutte le regioni dove li aveva dispersi!”; costoro dimoreranno nella propria terra».

Il tempo della grazia

San Tommaso
(Su Geremia, c. 23)

   Nota sulle parole: Ecco, verranno giorni, ecc., che il tempo della grazia è detto propriamente giorno a motivo dell’apparizione della luce. Rm 13: «La notte è avanzata, il giorno è vicino: gettiamo via dunque le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce». Per il calore del sole. 2 Sam 11: «Domani vedrete la salvezza». Per la sicurezza del cammino. Gv 11: «Se uno cammina di giorno, non inciampa, poiché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, poiché la luce non è in lui». Per la vigilanza e la sobrietà. 1 Ts 5: «Infatti coloro che dormono, dormono di notte, e quelli che si ubriacano, si ubriacano di notte».

Testo latino di San Tommaso
(In Ieremiam, c. 23)

   Nota super illud, ecce dies veniunt etc., quod tempus gratiae dicitur dies propter luminis apparitionem. Rom. 13: nox praecessit, dies autem appropinquavit: abjiciamus ergo opera tenebrarum, et induamur arma lucis. Propter solis calorem. 2 Reg. 11: cras erit vobis salus. Propter itineris securitatem. Joan. 11: si quis ambulaverit in die, non offendit, quia lucem hujus mundi videt; si autem ambulaverit in nocte, offendit, quia lux non est in eo. Propter vigilantiam et sobrietatem. 1 Thess. 5: qui enim dormiunt, nocte dormiunt, et qui ebrii sunt, nocte ebrii sunt.

Vangelo (Mt 1,18-24)

   Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”.
   Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa; senza che egli la conoscesse, ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù.

Il matrimonio tra Maria e Giuseppe

San Tommaso
(S. Th. III, q. 29, a. 2, corpo)

   Il matrimonio o coniugio è detto vero quando raggiunge la sua perfezione. Ma una cosa può avere due perfezioni. La prima consiste nella forma che dà alla cosa la sua natura specifica, la seconda invece consiste nell’operazione per cui la cosa raggiunge il suo fine. Ora, la forma del matrimonio consiste nell’indivisibile unione degli animi, che obbliga ciascuno dei coniugi a mantenersi perpetuamente fedele all’altro. Il fine poi del matrimonio consiste nella generazione e nell’educazione della prole: la prima mediante l’atto coniugale, la seconda mediante le altre attività per mezzo delle quali il marito e la moglie si aiutano a vicenda per nutrire la prole. – Ora, rispetto alla prima perfezione il matrimonio tra la Vergine Madre di Dio e S. Giuseppe fu verissimo, poiché ambedue diedero il consenso all’unione coniugale; non invece espressamente all’atto coniugale se non sotto la condizione: «Se piacesse a Dio». Per cui anche l’angelo chiama Maria sposa di Giuseppe, dicendo a quest’ultimo: Non temere di prendere con te Maria, tua sposa (Mt 1,20). E S. Agostino commenta: «Per la fedeltà già promessa nel fidanzamento è chiamata sposa la donna che Giuseppe non aveva e non avrebbe sessualmente conosciuto». – Rispetto invece alla seconda perfezione, che dipende dagli atti propri del matrimonio, se ci riferiamo all’unione sessuale, attraverso la quale si genera la prole, quel matrimonio non fu consumato. Per cui osserva S. Ambrogio: «Non ti meravigliare che la Scrittura chiami sposa Maria: non è per toglierle la verginità, ma per attestare il legame del matrimonio e la celebrazione delle nozze». Tuttavia tale matrimonio ebbe anche questa seconda perfezione quanto all’educazione della prole. Scrive infatti S. Agostino: «Tutti i beni del matrimonio si ebbero nei genitori di Cristo: la prole, la fedeltà, il sacramento. La prole sappiamo che è lo stesso Signore Gesù; la fedeltà, poiché non vi fu adulterio; il sacramento, poiché non vi fu divorzio. Vi mancò soltanto l’unione carnale».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 29, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod matrimonium sive coniugium dicitur verum ex hoc quod suam perfectionem attingit. Duplex est autem rei perfectio, prima et secunda. Prima quidem perfectio in ipsa forma rei consistit, ex qua speciem sortitur, secunda vero perfectio consistit in operatione rei, per quam res aliqualiter suum finem attingit. Forma autem matrimonii consistit in quadam indivisibili coniunctione animorum, per quam unus coniugum indivisibiliter alteri fidem servare tenetur. Finis autem matrimonii est proles generanda et educanda, ad quorum primum pervenitur per concubitum coniugalem; ad secundum, per alia opera viri et uxoris, quibus sibi invicem obsequuntur ad prolem nutriendam. – Sic igitur dicendum est quod, quantum ad primam perfectionem, omnino verum fuit matrimonium virginis matris Dei et Ioseph, quia uterque consensit in copulam coniugalem; non autem expresse in copulam carnalem, nisi sub conditione, si Deo placeret. Unde et Angelus vocat Mariam coniugem Ioseph, dicens ad Ioseph, Matth. 1 [20], noli timere accipere Mariam coniugem tuam. Quod exponens Augustinus, in libro De nuptiis et concupiscentia, dicit, coniux vocatur ex prima desponsationis fide, quam concubitu nec cognoverat, nec fuerat cogniturus. Quantum vero ad secundam perfectionem, quae est per actum matrimonii, si hoc referatur ad carnalem concubitum, per quem proles generatur, non fuit illud matrimonium consummatum. Unde Ambrosius dicit, super Luc., non te moveat quod Mariam Scriptura coniugem vocat. Non enim virginitatis ereptio, sed coniugii testificatio nuptiarum celebratio declaratur. Habuit tamen illud matrimonium etiam secundam perfectionem quantum ad prolis educationem. Unde Augustinus dicit, in libro De nuptiis et concupiscentia, omne nuptiarum bonum impletum est in illis parentibus Christi, proles, fides et sacramentum. Prolem cognoscimus ipsum Dominum Iesum; fidem, quia nullum adulterium; sacramentum, quia nullum divortium. Solus ibi nuptialis concubitus non fuit.

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