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15 dicembre Terza Domenica di Avvento

15 dicembre Terza Domenica di Avvento
07/10/2019 elena

15 dicembre
Terza Domenica di Avvento

Prima lettura
(Is 35,1-6; 8-10)

   Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come giglio fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi». Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa; nessun impuro la percorrerà. Sarà una via che il suo popolo potrà percorrere e gli ignoranti non si smarriranno. Non ci sarà più il leone, nessuna bestia feroce la percorrerà o vi sosterà. Vi cammineranno i redenti. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.

L’immagine del giglio

San Tommaso
(Su Isaia, c. 35)

   Si noti, a proposito delle parole: Come giglio fiorisca, che i santi vengono comparati ai gigli innanzitutto per l’altezza del gambo, da cui la costanza nelle avversità. Ct 2: «Come un giglio tra le spine, così la mia amica tra le figlie». In secondo luogo per la soavità del profumo, da cui la buona fama. Sir 39: «Mettete fiori, come un giglio, spandete profumo, frondeggiate nella grazia». In terzo luogo per la forza dell’umore, da cui la virtù della mente. Sir 50: «Come gigli lungo un corso d’acqua». In quarto luogo per l’unione, da cui la carità dei santi. Ct 7: «Il tuo ventre è come un mucchio di grano adorno di gigli».
   Parimenti si noti che Cristo vestì questi gigli quanto al dono delle virtù. Mt 6: «Considerate i gigli del campo, che non tessono e non filano, e il Padre vostro li riveste». In secondo luogo li raccoglie per i premi eterni. Ct 6: «Il mio diletto è sceso nel suo giardino fra le aiuole del balsamo, per pascersi nei giardini e raccogliervi gigli». In terzo luogo riposa in essi mediante la compiacenza. Ct 6: «Il mio diletto è per me e io per lui, che si pasce tra i gigli». In quarto luogo perché egli stesso è un giglio. Ct 2: «Io sono un fiore del campo, e un giglio delle convalli».

Testo latino di San Tommaso
(In Isaiam, c. 35)

   Sancti comparantur liliis: propter stipitis altitudinem, ex quo constantia in adversis. Cant. 2: sicut lilium inter spinas etc.; propter odoris suavitatem, ex quo bona fama. Eccl. 39: florete flores quasi lilium etc.; propter humoris virorem, ex quo virtus mentis. Eccl. 50: quasi lilia in transitu aquae. Propter connexionem, ex quo sanctorum caritas. Cant. 7: venter tuus quasi et cetera. Haec lilia Christus vestit quantum ad virtutum dona. Matth. 6: considerate lilia agri etc.; colligit ad aeterna praemia. Cant. 6: dilectus meus descendit in hortum etc.; in eis requiescit per complacentiam. Cant. 2: dilectus meus mihi etc.; et ideo ipse lilium. Cant. 2: ego flos campi etc.

Seconda lettura (Gc 5,7-10)

   Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, poiché la venuta del Signore è vicina. Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.

La virtù della costanza

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 137, a. 3, corpo)

   Costante è colui che «sta fermo in una cosa». Ora, «permanere in una cosa» appartiene alla perseveranza, com’è evidente dalla definizione di Andronico. Dunque la costanza rientra nella perseveranza.
   La perseveranza e la costanza concordano nel fine, poiché entrambe hanno il compito di persistere con fermezza nel bene: divergono invece rispetto alle difficoltà da affrontare per non scostarsi dal bene. Infatti la virtù della perseveranza a tutto rigore fa persistere fermamente l’uomo nel bene contro la difficoltà che nasce direttamente dal prolungarsi dell’atto virtuoso; invece la costanza fa persistere fermamente nel bene contro la difficoltà che nasce da altre circostanze esterne che lo impediscono. Quindi la perseveranza è una parte [potenziale] della fortezza più importante della costanza: poiché la difficoltà insita nella durata dell’atto è più essenziale all’atto virtuoso di quella proveniente da impedimenti esterni.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 137, a. 3, corpus)

   Sed contra est quod aliquis dicitur esse constans ex eo quod in aliquo stat. Sed immanere aliquibus pertinet ad perseverantiam, ut patet ex definitione quam Andronicus ponit. Ergo constantia pertinet ad perseverantiam.
   Respondeo dicendum quod perseverantia et constantia conveniunt quidem in fine, quia ad utramque pertinet firmiter persistere in aliquo bono, differunt autem secundum ea quae difficultatem afferunt ad persistendum in bono. Nam virtus perseverantiae proprie facit firmiter persistere hominem in bono contra difficultatem quae provenit ex ipsa diuturnitate actus, constantia autem facit firmiter persistere in bono contra difficultatem quae provenit ex quibuscumque aliis exterioribus impedimentis. Et ideo principalior pars fortitudinis est perseverantia quam constantia, quia difficultas quae est ex diuturnitate actus, est essentialior actui virtutis quam illa quae est ex exterioribus impedimentis.

Vangelo (Mt 11,2-11)

   In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro? ». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo! ».
   Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

Il processo
della santificazione dell’uomo

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Matteo, c. 11, lez. 1, v. 5)

   [Quanto è detto nel v. 5, I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo, e beato è colui che non trova in me motivo di scandalo,] se è inteso moralmente indica tutto il processo della santificazione dell’uomo. Per prima cosa infatti nel peccatore si verifica la cecità, quando la ragione viene ottenebrata; Sal 57,9: «Sopraggiunse il fuoco, e non videro il sole», e Is 43,8: «Fa’ uscire il popolo che è cieco, pur avendo gli occhi». Si dice poi che uno è zoppo quando la mente è tratta a cose diverse, come si dice in 1 Re 18,21: «Fino a quando zoppicherete fra due contrari? ». Così diventa ulceroso nelle insidie, e anche lebbroso, poiché non può ritrarsi, e contagia gli altri. E poi diventa sordo, poiché non ode il castigo che gli è inflitto. Inoltre muore; Ef 5,14: «Svegliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti». E tutti costoro il Signore li risana. Da ultimo poi diventa povero nello spirito, così che non c’è in lui nulla di sano; Sal 37,8: «Poiché i miei fianchi sono oggetto di scherno, e non c’è sanità nella mia carne, ecc.». Anche questi il Signore risana, e risanati salgono a una certa solidità della mente, dove sta la vera pace: «Grande pace a coloro che amano la tua legge, e in essi non c’è scandalo», Sal 118,65.

Testo latino di San Tommaso
(Super Matthaeum, c. 11, lect. 1, v. 5)

   Et si moraliter loquamur, per hoc significatur totus processus sanctificationis hominis. Primo enim peccatori accidit caecitas, quando ratio obtenebratur; Ps. 57,9: supercecidit ignis, et non viderunt solem; et Is. 43,8: educ foras populum caecum, et oculos habentem. Claudus dicitur quando ad diversa mens trahitur, ut dicitur 3 Reg. cap. 18,21: ut quid claudicatis in duas partes? Item fit ulcerosus in insidiis, et leprosus, quia tunc retrahi non potest, et alios inficit. Et post surdus efficitur, quia castigatio non auditur. Ulterius moritur; Ephes. c. 5,14: surge qui dormis, et exurge a mortuis. Et omnes istos sanat Dominus. Ultimo fit pauper spiritu, ita quod non est in eo sanitas; Ps. 37,8: quoniam lumbi mei impleti sunt illusionibus, et non est sanitas in carne mea et cetera. Et istos Dominus sanat, et sanati in quamdam soliditatem mentis conscendunt, ubi est vera pax: pax multa diligentibus legem tuam, et non est illis scandalum, Ps. 118,165.

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