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29 novembre – venerdì Tempo Ordinario – 34a Settimana

29 novembre – venerdì Tempo Ordinario – 34a Settimana
01/03/2019 elena

29 novembre – venerdì
Tempo Ordinario – 34a Settimana

Prima lettura (Dn 7,2-14)

   Io, Daniele, guardavo nella mia visione notturna ed ecco, i quattro venti del cielo si abbattevano impetuosamente sul Mare Grande e quattro grandi bestie, differenti l’una dall’altra, salivano dal mare. La prima era simile a un leone e aveva ali di aquila. Mentre io stavo guardando, le furono strappate le ali e fu sollevata da terra e fatta stare su due piedi come un uomo e le fu dato un cuore d’uomo. Poi ecco una seconda bestia, simile a un orso, la quale stava alzata da un lato e aveva tre costole in bocca, fra i denti, e le fu detto: «Su, divora molta carne». Dopo di questa, mentre stavo guardando, eccone un’altra simile a un leopardo, la quale aveva quattro ali d’uccello sul dorso; quella bestia aveva quattro teste e le fu dato il potere. Dopo di questa, stavo ancora guardando nelle visioni notturne ed ecco una quarta bestia, spaventosa, terribile, d’una forza straordinaria, con grandi denti di ferro; divorava, stritolava e il rimanente se lo metteva sotto i piedi e lo calpestava: era diversa da tutte le altre bestie precedenti e aveva dieci corna. Stavo osservando queste corna, quand’ecco spuntare in mezzo a quelle un altro corno più piccolo, davanti al quale tre delle prime corna furono divelte: vidi che quel corno aveva occhi simili a quelli di un uomo e una bocca che proferiva parole arroganti. Io continuavo a guardare, quand’ecco furono collocati troni e un vegliardo si assise. La sua veste era candida come la neve e i capelli del suo capo erano candidi come la lana; il suo trono era come vampe di fuoco con le ruote come fuoco ardente. Un fiume di fuoco scorreva e usciva dinanzi a lui, mille migliaia lo servivano e diecimila miriadi lo assistevano. La corte sedette e i libri furono aperti. Continuai a guardare a causa delle parole arroganti che quel corno proferiva, e vidi che la bestia fu uccisa e il suo corpo distrutto e gettato a bruciare nel fuoco. Alle altre bestie fu tolto il potere e la durata della loro vita fu fissata fino a un termine stabilito. Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto.

Un vegliardo si assise

San Tommaso
(S. Th. III, q. 59, a. 1, soluzione 2)

   2. Come dice S. Agostino, al Padre viene attribuita l’eternità per la sua affinità con il concetto di principio, che è implicito in quello di eternità. Però egli aggiunge che il Figlio è «l’arte del Padre». Perciò l’autorità di giudice è attribuita al Padre in quanto questi è il principio del Figlio, ma il giudizio come tale è attribuito al Figlio, che è l’arte e la sapienza del Padre: per cui, come il Padre ha fatto tutto per mezzo del Figlio in quanto questi è la sua arte, così giudica tutto per mezzo del Figlio in quanto questi è la sua sapienza e verità. E questo è appunto il senso di quel passo di Dn: L’Antico dei giorni sedette, seguito dall’altro [13]: Il Figlio dell’Uomo giunse fino all’Antico dei giorni, … e questi gli diede potere e gloria e regno. Dal che si capisce che l’autorità di giudicare è presso il Padre, dal quale il Figlio ha ricevuto il potere di giudicare.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 59, a. 1, ad secundum)

   Ad secundum dicendum quod, sicut Augustinus dicit, in 6 De Trin. [10], Patri attribuitur aeternitas propter commendationem principii, quod etiam importatur in ratione aeternitatis. Ibidem etiam Augustinus dicit [De Trin. 6,10] quod Filius est ars Patris. Sic igitur auctoritas iudicandi attribuitur Patri inquantum est principium Filii; sed ipsa ratio iudicii attribuitur Filio, qui est ars et sapientia Patris, ut scilicet, sicut Pater fecit omnia per Filium suum inquantum est ars eius, ita etiam iudicat omnia per Filium suum inquantum est sapientia et veritas eius. Et hoc significatur in Daniele [Dan. 7,9], ubi primo dicitur quod Antiquus dierum sedit, et postea subditur [13-14] quod Filius Hominis pervenit usque ad Antiquum dierum, et dedit ei potestatem et honorem et regnum, per quod datur intelligi quod auctoritas iudicandi est apud Patrem, a quo Filius accepit potestatem iudicandi.

Vangelo (Lc 21,29-33)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi: quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».

Le mie parole non passeranno

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,

c. 21, lez. 7, v. 33b)

   TEOFILATTO: Poiché il Signore aveva predetto che ci sarebbero stati disordini, guerre e cambiamenti sia degli elementi che delle altre cose, affinché a qualcuno non venisse in mente che la cristianità stessa si sarebbe estinta, soggiunge: Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno, come se dicesse: anche se tutte le cose saranno scosse, la mia fede tuttavia non verrà meno; dal che allude che la Chiesa viene preferita a tutte le creature: ossia le creature subiranno una trasformazione, mentre la Chiesa dei fedeli e le parole del Vangelo rimarranno. Gregorio: Oppure diversamente: Il cielo e la terra passeranno ecc., come se dicesse: tutto ciò che presso di noi è durevole, senza una trasformazione radicale non è durevole fino all’eternità; ma tutto ciò che con me sembra passare è tenuto fisso e immutabile, poiché la mia parola che passa proferisce sentenze che rimangono senza mutazione. BEDA: Ora, col cielo che passerà non dobbiamo intendere quello etereo, sia sidereo sia aereo, da cui sono denominati gli uccelli dell’aria. Ma se la terra passerà, in che modo l’Ecclesiaste dice (1,4): «La terra sussiste sempre»? Chiaramente il cielo e la terra cambieranno la figura che hanno attualmente, ma nella loro essenza sussisteranno senza fine.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam, c. 21, lect. 7, v. 33b)

   Theophylactus. Quia enim turbationes et bella et alterationes tam elementorum quam ceterarum rerum futurum esse praedixerat; ne quis suspicaretur quod et ipsa Christianitas peritura foret, subiungit caelum et terra transibunt, verba autem mea non transibunt; quasi dicat: etsi cuncta commoveantur, fides tamen mea non deficiet: ex quo innuit Ecclesiam praeferri toti creaturae: siquidem creatura patietur alterationem; fidelium vero Ecclesia et sermones Evangelii permanebunt. Gregorius. Vel aliter caelum et terra transibunt etc., quasi dicat: omne quod apud nos durabile est, sine mutatione durabile ad aeternitatem non est; et omne quod apud me transire cernitur, fixum et sine transitu tenetur: quia sine mutabilitate manentes sententias exprimit sermo meus, qui transit. Beda. Caelum autem quod transibit, non aethereum, sive sidereum, sive aereum, a quo aves caeli nominantur, intelligere debemus. Si autem terra transibit, quomodo Ecclesiastes dicit: terra in aeternum stat? Sed aperta ratione caelum et terra per eam quam nunc habent, imaginem transeunt, attamen per essentiam sine fine subsistunt.

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