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26 novembre – martedì Tempo Ordinario – 33a Settimana

26 novembre – martedì Tempo Ordinario – 33a Settimana
01/03/2019 elena

26 novembre – martedì
Tempo Ordinario – 33a Settimana

Prima lettura
(2 Mac 6,18-31)

   In quei giorni, un tale Eleàzaro, uno degli scribi più stimati, uomo già avanti negli anni e molto dignitoso nell’aspetto della persona, veniva costretto ad aprire la bocca e a ingoiare carne suina. Ma egli, preferendo una morte gloriosa a una vita ignominiosa, s’incamminò volontariamente al supplizio, sputando il boccone e comportandosi come conviene a coloro che sono pronti ad allontanarsi da quanto non è lecito gustare per attaccamento alla vita. Quelli che erano incaricati dell’illecito banchetto sacrificale, in nome della familiarità di antica data che avevano con quest’uomo, lo tirarono in disparte e lo pregarono di prendere la carne di cui era lecito cibarsi, preparata da lui stesso, e fingere di mangiare le carni sacrificate imposte dal re, perché, agendo a questo modo, sarebbe sfuggito alla morte e avrebbe trovato umanità in nome dell’antica amicizia che aveva con loro. Ma egli, facendo un nobile ragionamento, degno della sua età e del prestigio della vecchiaia, della raggiunta veneranda canizie e della condotta irreprensibile tenuta fin da fanciullo, ma specialmente delle sante leggi stabilite da Dio, rispose subito dicendo che lo mandassero pure alla morte. «Poiché – egli diceva – non è affatto degno della nostra età fingere, con il pericolo che molti giovani, pensando che a novant’anni Eleàzaro sia passato alle usanze straniere, a loro volta, per colpa della mia finzione, per una piccola e brevissima esistenza, si perdano per causa mia e io procuri così disonore e macchia alla mia vecchiaia. Infatti, anche se ora mi sottraessi al castigo degli uomini, non potrei sfuggire, né da vivo né da morto, alle mani dell’Onnipotente. Perciò, abbandonando ora da forte questa vita, mi mostrerò degno della mia età e lascerò ai giovani un nobile esempio, perché sappiano affrontare la morte prontamente e nobilmente per le sante e venerande leggi». Dette queste parole, si avviò prontamente al supplizio. Quelli che ve lo trascinavano, cambiarono la benevolenza di poco prima in avversione, ritenendo che le parole da lui pronunciate fossero una pazzia. Mentre stava per morire sotto i colpi, disse tra i gemiti: «Il Signore, che possiede una santa scienza, sa bene che, potendo sfuggire alla morte, soffro nel corpo atroci dolori sotto i flagelli, ma nell’anima sopporto volentieri tutto questo per il timore di lui». In tal modo egli morì, lasciando la sua morte come esempio di nobiltà e ricordo di virtù non solo ai giovani, ma anche alla grande maggioranza della nazione.

Non è degno della nostra età
fingere

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 111, a. 1, corpo)

   Come si è detto, la virtù della veracità esige che uno si mostri all’esterno con segni sensibili quale è realmente. Ma sono segni esterni non soltanto le parole, bensì anche i fatti. Come quindi è contro la veracità che uno esprima con le parole ciò che non pensa, cadendo nella menzogna, così è contro la veracità che uno esprima con segni consistenti in opere o cose il contrario di ciò che egli è in se stesso, nel che consiste propriamente il peccato di simulazione. Quindi la simulazione è una certa menzogna attuata mediante il segno dell’azione esteriore. Ora, poco importa che uno menta con le parole o con altre opere, come sopra si è detto. Quindi, avendo noi già dimostrato che qualsiasi menzogna è peccaminosa, ne segue pure che qualsiasi simulazione è un peccato.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 111, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut dictum est [q. 109 a. 3 ad 3], ad virtutem veritatis pertinet ut aliquis talem se exhibeat exterius per signa exteriora qualis est. Signa autem exteriora non solum sunt verba, sed etiam facta. Sicut ergo veritati opponitur quod aliquis per verba exteriora aliud significet quam quod habet apud se, quod ad mendacium pertinet; ita etiam veritati opponitur quod aliquis per aliqua signa factorum vel rerum aliquid de se significet contrarium eius quod in eo est, quod proprie simulatio dicitur. Unde simulatio proprie est mendacium quoddam in exteriorum signis factorum consistens. Non refert autem utrum aliquis mentiatur verbo, vel quocumque alio facto, ut supra [q. 110 a. 1 ad 2] dictum est. Unde, cum omne mendacium sit peccatum, ut supra [q. 110 a. 3] habitum est, consequens est etiam quod omnis simulatio est peccatum.

Vangelo (Lc 19,1-10)

   In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
   Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».
   Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
   Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Zaccheo

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 19, lez. 1, vv. 5-7)

   AMBROGIO: Senza essere invitato, invita se stesso a casa sua. Quindi segue: e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Sapeva infatti che era traboccante la ricompensa della sua ospitalità; e tuttavia, anche se non la voce, aveva avvertito l’affetto di chi invitava. BEDA: Pertanto ecco il cammello che, deposto il suo carico, passa attraverso la cruna dell’ago, cioè il ricco e il pubblicano, abbandonato l’amore delle ricchezze, disprezzato il sistema delle frodi, accoglie la benedizione dell’accoglienza di Dio.
   Segue: Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. AMBROGIO: Imparino i ricchi che i beni in se stessi non costituiscono un crimine, se non in coloro che non sanno usarli: infatti come le ricchezze sono un ostacolo per i cattivi, così per i buoni sono un mezzo per progredire nella virtù. CRISOSTOMO: Ma considera la grande bontà del Salvatore. L’innocente si intrattiene con i colpevoli; la sorgente della giustizia con l’avarizia, che è la fonte della malvagità: entrato nella casa del pubblicano, non patisce alcun oltraggio dalla foschia dell’avarizia, ma con lo splendore della giustizia la distrugge. Gli insolenti e i calunniatori cercano però di contestare ciò che egli faceva; infatti segue: Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma egli, benché accusato di essere un beone e un amico dei pubblicani, non ci fece caso, per raggiungere il suo scopo; come il medico talora non può guarire un ammalato dalla sua malattia senza sporcarsi con il suo sangue; ora, ciò accadde anche qui, poiché il pubblicano si convertì e divenne migliore.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 19, lect. 1, vv. 6-7)

   Ambrosius. Apud eum se non invitatus invitat; unde sequitur et dixit ad eum: Zachaee, festinans descende, quia hodie in domo tua oportet me manere: sciebat enim uberem hospitii sui esse mercedem; sed tamen etsi non vocem, invitantis audierat affectum. Beda. Ecce autem camelus, deposita ibi sarcina, per foramen acus transit: hoc est, dives et publicanus, relicto amore divitiarum, contempto censu fraudum, benedictionem dominicae susceptionis accipit. Sequitur et festinans descendit, et excepit illum gaudens. Ambrosius. Discant divites non in facultatibus crimen haberi, sed in his qui uti nesciunt facultatibus: nam divitiae sicut impedimenta sunt improbis, ita bonis sunt adiumenta virtutis. Chrysostomus. Sed considera nimiam Salvatoris bonitatem. Insons cum sontibus conversatur; fons iustitiae cum avaritia, quae est materia pravitatis: ingressus domum publicani, nullam ex avaritiae nebula iniuriam patitur, sed fulgore iustitiae avaritiam delet. Sed mordaces et criminationis amatores invehi tentant in his quae ab eo fiebant; sequitur enim et cum viderent omnes, murmurabant, dicentes quod ad hominem peccatorem divertisset. Ipse vero incusatus ut epulo et publicanorum amicus, spernebat haec, ut consummaret propositum: quia et medicus nisi patiatur saniem aegrotorum, non liberat a morbo; quod et tunc contigit, quoniam conversus est publicanus, et factus est melior.

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