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24 novembre Memoria dei Santi Andrea Dung-Lac e compagni martiri 33a Domenica del Tempo Ordinario

24 novembre Memoria dei Santi Andrea Dung-Lac e compagni martiri 33a Domenica del Tempo Ordinario
01/03/2019 elena

24 novembre
Memoria dei Santi Andrea Dung-Lac
e compagni martiri
33a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura
(Ml 3,19-20a)

   Ecco: sta per venire il giorno rovente come un forno.
   Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia; quel giorno, venendo, li brucerà – dice il Signore degli eserciti – fino a non lasciar loro né radice né germoglio.
   Per voi, che avete timore del mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia.

Il timore del giudizio

San Tommaso
(Simbolo degli Apostoli,
art. 7 B-C, nn. 953-957)

I motivi
   Dobbiamo avere timore di questo giudizio per quattro motivi:
   Primo. Per la conoscenza del giudice.
   Egli, infatti, di noi conosce tutto: e anche se «tutte le vie dell’uomo sembrano pure ai propri occhi, chi scruta gli spiriti è il Signore» (Pr 16,2). Il quale conosce le nostre parole, perché «un orecchio geloso ascolta ogni cosa, perfino il sussurro delle mormorazioni non gli resta segreto» (Sap 1,10); conosce anche i nostri pensieri, perché al dire di Geremia, «Io, il Signore, scruto la mente e saggio i cuori, per rendere a ciascuno secondo la sua condotta, secondo il frutto delle sue azioni» (Ger 17,10) e nella Lettera agli Ebrei si dice che «tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi, e a lui noi dobbiamo rendere conto» (Eb 4,13).
   E vi saranno testimoni infallibili, cioè le coscienze di ciascun uomo, perché, come dice l’Apostolo: «Quanto la legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano, ora li difendono. Così avverrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo» (Rm 2,15-16).
   Secondo. Per la potenza del giudice.
   Egli, infatti, è per sua natura onnipotente, e di lui dice Isaia: «Ecco, il Signore Dio viene con potenza» (Is 40,10). Ma è onnipotente anche nei riguardi degli altri, perché allora con lui sarà ogni creatura e «il mondo combatterà con lui contro gli insensati» (Sap 5,20); e Giobbe diceva: «Nessuno mi può liberare dalla tua mano» (Gb 10,7), perché «se salgo in cielo là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti» (Sal 139 [138],8).
   Terzo. Per l’inflessibilità del giudice.
   Il tempo presente è il tempo della misericordia, ma quello futuro sarà solo il tempo della giustizia. Quello attuale è quindi il nostro tempo, mentre quello futuro sarà solo di Dio. Alludendo ad esso il salmista diceva: «Nel tempo che avrò stabilito io giudicherò con giustizia» (Sal 74,3); e il Libro dei Proverbi diceva a proposito di un marito tradito: «Non avrà pietà nel giorno della vendetta, non vorrà accettare alcun compenso» (Pr 6,34-35).
   Quarto. Per l’ira del giudice.
   Egli apparirà in maniera diversa ai giusti e ai cattivi. Ai primi apparirà dolce e affettuoso, e «lo vedranno nel suo splendore» (Is 33,17); ai secondi adirato e terribile, tanto che essi – come si legge nell’Apocalisse – diranno ai monti: «Cadete sopra di noi, e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello» (Ap 6,16). Parlando di questa ira non si intende però dire che in Dio ci sia un eccitamento d’animo, ma solo indicarne l’effetto, cioè la pena inflitta ai peccatori, che sarà eterna. Parlando di essa Origene scriveva: «Quanto anguste saranno in quel giudizio le vie dei peccatori! Lo presiederà un giudice adirato».
I rimedi
   Per eliminare questo timore abbiamo quattro rimedi, il primo dei quali è l’agire bene. Dice infatti l’Apostolo: «Vuoi non avere da temere l’autorità? Fa’ il bene e ne avrai lode» (Rm 13,3) e Giobbe avverte: «Temete per voi la spada, poiché punitrice di iniquità è la spada, affinché sappiate che c’è un giudice» (Gb 19,29). Il secondo rimedio è la confessione e la penitenza dei propri peccati. E ciò comporta tre cose: il dolore nell’esaminarli, la vergogna nel confessarli, la severità nel ripararli. Cose queste che espiano la pena eterna. Il terzo rimedio è l’elemosina: «Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne» (Lc 16,9). Il quarto rimedio è la carità, la quale, come dice S. Pietro, «copre una moltitudine di peccati» (1 Pt 4,8) e il Libro dei Proverbi conferma che «l’amore ricopre ogni colpa» (Pr 10,12).

Testo latino di San Tommaso
(In Symbolum Apostolorum,

art. 7 B-C, nn. 953-957)

   Est autem iudicium illud timendum propter quatuor. Primo propter iudicis sapientiam. Scit enim omnia, et cogitationes et locutiones et operationes: quoniam omnia nuda et aperta sunt oculis eius, ut dicitur Hebr. 4,13. Prov. 16,2: omnes viae hominum patent oculis eius. Ipse etiam scit verba nostra: Sap. 1,10: auris zeli audit omnia. Item cogitationes nostras: Ierem. 17,9: pravum est cor hominis et inscrutabile: quis cognoscet illud? Ego Dominus scrutans corda et probans renes, qui do unicuique iuxta viam suam, et iuxta fructum adinventionum suarum. Ibi erunt testes infallibiles, scilicet propriae hominum conscientiae: apostolus, Rom. 2,15-16: testimonium reddente illis conscientia ipsorum, et inter se invicem cogitationum accusantium, aut etiam defendentium in die cum iudicabit Deus occulta hominum. Secundo propter iudicis potentiam, quia omnipotens est in se. Isai. 40,10: ecce Dominus Deus in fortitudine veniet. Item omnipotens est in aliis, quia omnis creatura erit cum eo. Sap. 5,21: pugnabit cum illo orbis terrarum contra insensatos; et ideo dicebat Iob 10,7: cum sit nemo qui de manu tua possit eruere. Psal. 138,8: si ascendero in caelum, tu illic es; si descendero in infernum, ades. Tertio propter iudicis inflexibilem iustitiam. Nunc enim est tempus misericordiae; sed tempus futurum erit solum tempus iustitiae: et ideo nunc est tempus nostrum, sed tunc erit solum tempus Dei. Psal. 74,3: cum accepero tempus, ego iustitias iudicabo. Prov. 6,34: zelus et furor viri non parcet in die vindictae, nec acquiescet cuiusquam precibus, nec suscipiet pro redemptione dona plurima. Quarto propter iudicis iram. Aliter enim apparebit iustis, quia dulcis et delectabilis: Isai. 33,17: regem in decore suo videbunt; aliter malis, quia iratus et crudelis, intantum ut dicant montibus: cadite super nos, et abscondite nos ab ira agni, ut dicitur Apoc. 6,16. Haec autem ira non dicit in Deo commotionem animi, sed effectum irae, poenam scilicet peccatoribus inflictam, scilicet aeternalem. Origenes: quam angustae erunt peccatoribus viae in iudicio. Desuper erit iudex iratus, et cetera. Contra autem hunc timorem debemus quatuor habere remedia. Primum est bona operatio. Apostolus, Rom. 13,3: vis non timere potestatem? Bonum fac, et habebis laudem ex illa. Secundum est confessio et poenitentia de commissis: in qua tria debent esse: scilicet dolor in cogitatione, pudor in confessione, et acerbitas in satisfactione: quae quidem expiant poenam aeternam. Tertium est eleemosyna, quae omnia mundat. Luc. 16,9: facite vobis amicos de mammona iniquitatis, ut, cum defeceritis, recipiant vos in aeterna tabernacula. Quartum est caritas, scilicet amor Dei et proximi: quae quidem caritas operit multitudinem peccatorum, ut dicitur 1 Petr. 4, et Prov. 10.

Seconda lettura
(2 Ts 3,7-12)

   Fratelli, sapete in che modo dovete prenderci a modello: noi infatti non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi.
   Non che non ne avessimo diritto, ma per darci a voi come modello da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi abbiamo sempre dato questa regola: chi non vuole lavorare, neppure mangi.
   Sentiamo infatti che alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità.

L’esempio di S. Paolo

San Tommaso
(Sulla seconda lettera ai Tessalonicesi,
c. 3, lez. 1, v. 8, nn. 73-75)

   73. Inoltre: «né abbiamo mangiato gratuitamente il pane…», poiché lavorava con le proprie mani. In At 20,34 si dice: «Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani». Pr 31,27: «Il pane che mangia non è frutto di pigrizia». Nm 16,25: «Tu sai che non ho mai preso da loro neppure un asinello». «Ma abbiamo lavorato duramente». Non poco, ma «notte e giorno», cioè continuamente, poiché talvolta doveva predicare e insegnare; ma il resto del tempo lo dedicava al lavoro, «per non essere di peso ad alcuno di voi». 2 Cor 12,13: «In che cosa infatti siete stati inferiori alle altre Chiese se non in questo, che io non vi sono stato d’aggravio?».
   74. Poi, quando dice «Non che non ne avessimo diritto…», stabilisce la causa del suo lavoro manuale. E qui esclude, primo, la causa falsa; secondo, indica quella vera [75].
   Infatti sarebbe una causa falsa se qualcuno dicesse che non gli era lecito ricevere da loro le proprie spese. Per cui dice: «non che non ne avessimo diritto», ché anzi avevamo il diritto di vivere a carico dei fedeli. 1 Cor 9,13: «Coloro che attendono all’altare hanno parte dell’altare». Mt 10,10: «L’operaio ha diritto al suo nutrimento». 1 Cor 9,14: «Così anche il Signore ha disposto che quanti annunziano il vangelo vivano del vangelo». E così, in base al vangelo, ci sono due specie di uomini che hanno il diritto di vivere a carico degli altri, cioè coloro che servono all’altare e i predicatori.
   75. Poi, quando dice «ma per darci a voi…», indica la vera causa. Infatti troviamo due cause per cui l’Apostolo lavorava con le proprie mani: una si trova in 2 Cor (n. 214); l’altra qui. Infatti quelli erano avari e avrebbero sopportato ciò mal volentieri, come si dice là. Invece la causa per cui lavora qui è il loro ozio. Per questo dice: «per darci a voi come modello da imitare», cioè lavorando. 1 Tm 4,12: «Ma sii di esempio ai fedeli nelle parole, nel comportamento, nella carità, nella fede e nella purezza». 1 Pt 5,3: «Facendovi modelli del gregge».
   Un’altra causa viene indicata nella Glossa (1 Cor 4), cioè quando non troviamo chi ci dia da mangiare, e allora si lavora.
   Una quarta causa era perché, come i monaci dell’Egitto, non fossero oziosi. Sir 33,28: «L’ozio insegna molte malizie». Pertanto chi non esercita l’ufficio dello studio, o dell’insegnamento, vive pericolosamente nell’ozio.

Testo latino di San Tommaso
(Super secundam epistolam ad Tessalonicenses,
c. 3, lect. 1, v. 8, nn. 73-75)

   Item neque gratis panem manducavimus, etc., quia operibus manuum operabatur. Act. 20,34 dicitur: ipsi scitis quoniam ad ea quae mihi opus erant, et his qui mecum sunt, ministraverunt manus istae. Et Prov. ult.: panem otiosa non comedit. Num. 16,15: tu scis, quia nec asellum quidem unquam acceperim ab eis, et cetera. Sed in labore et fatigatione. Non parum, sed nocte et die, id est, continue, quia aliquando oportebat eum praedicare et docere, et residuum ponebat in labore, ne quem vestrum gravaremus. 2 Cor. 12,13: quid est quod prae caeteris minus habuistis, nisi quod non gravavi vos? Deinde cum dicit non quasi, etc., assignat causam sui operis manualis. Ubi excludit primo causam falsam, secundo ponit veram. Falsa quidem causa esset si quis diceret quod ei non liceret accipere ab eis sumptus. Et ideo dicit non quasi non habuerimus, immo habuimus potestatem vivendi de sumptibus fidelium. 1 Cor. 9,13: qui altari deserviunt, cum altari participant. Matth. 10, v. 10: dignus est operarius cibo suo. 1 Cor. c. 9,14: sic et Dominus ordinavit his qui Evangelium annuntiant, de Evangelio vivere. Et sic ex Evangelio sunt duo genera hominum potestatem habentium vivere ex aliorum sumptibus, qui scilicet altari deserviunt, et praedicatores. Deinde cum dicit sed ut vos, etc., ponit veram causam. Nam duplicem causam invenimus, quare apostolus manibus laboravit: una apud Corinthios; alia hic. Illi enim erant avari, et graviter tulissent, sicut ibi dicitur. Causa autem quare laboravit hic fuit horum otium. Et ideo dicit ut nos formam daremus, etc., scilicet laborandi. 1 Tim. 4,12: exemplum esto fidelium in verbo, in conversatione, in charitate, in fide, in castitate. 1 Petr. 5,3: forma facti gregis. Alia causa ponitur in Glossa, 1 Cor. 4, scilicet quando non invenimus qui det nobis, et tunc laborabat. Quarta causa erat, ut sicut monachi Aegypti non essent otiosi. Eccli. 33,29: multam malitiam docuit otiositas. Unde qui non habent exercitium officii, vel studii, vel lectionis, periculose vivunt otiosi.

Vangelo (Lc 21,5-19)

   In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta».
   Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine».
   Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
   Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

La distruzione del tempio

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 21, lez. 2, vv. 5-6)

   EUSEBIO: Quanto fosse bello tutto ciò che apparteneva alla struttura del tempio, ci viene narrato dalla storia, e ci sono stati conservati dei resti fino ad oggi, dai quali si possono tuttora cogliere le tracce dell’antica costruzione. Ma a coloro che ammiravano la costruzione del tempio il Signore rende noto che di esso non resterà pietra su pietra; infatti si dice: Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». Era infatti conveniente che quel luogo, a causa dell’orgoglio dei suoi adoratori, subisse una devastazione totale. BEDA: Anche l’economia divina fece sì che la città stessa e il tempio fossero distrutti, affinché qualcuno forse, debole nella fede, vedendoli esistere e restando attonito di fronte al rito dei sacrifici, non venisse preso dalla vista della loro bellezza. AMBROGIO: Pertanto si dice con verità, riguardo al tempio fatto dalle mani dell’uomo, che sarebbe stato demolito. Infatti non c’è nulla di fatto da mani d’uomo che l’età non consumi, o la violenza non rovesci, o il fuoco non distrugga. Ma c’è anche un altro tempio, ossia la Sinagoga, la cui vecchia struttura con la nascita della Chiesa si dissolve. E c’è anche il tempio in ciascuno di noi, che cade quando viene meno la fede, soprattutto se uno si copre falsamente con il nome di Cristo, con cui cancella il suo affetto interiore.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 21, lect. 2, vv. 5-6)

   Eusebius. Quod spectanda forent quae pertinebant ad templi structuram, manifestant historiae; et hucusque quaedam conservantur reliquiae, quibus percipiuntur quae dudum erant fabricarum vestigia. Sed Dominus mirantibus templi fabricas, promulgavit quod in eo lapis super lapidem non maneret; dicitur enim et quibusdam dicentibus de templo, quod lapidibus bonis et donis exornatum esset, dixit: haec quae videtis, venient dies in quibus non relinquetur lapis super lapidem qui non destruatur. Decebat enim locum illum, propter cultorum audaciam, omnimodam desolationem pati. Beda. Divina etiam dispensatio procuravit ut civitas ipsa et templum subverteretur, ne quis forte adhuc parvulus in fide, videns illa constare, dum sacrificiorum ritum attonitus stuperet, raperetur intuitu. Ambrosius. Verum igitur dictum est de templo manufacto, quod esset subvertendum: nihil enim est manufactum quod non aut vetustas conficiat, aut vis subruat, aut ignis exurat. Tamen est et aliud templum, scilicet synagoga, cuius structura vetus, Ecclesia surgente, dissolvitur. Est etiam templum in unoquoque, quod deficiente fide labitur, et maxime si quis falso Christi nomen obtendat, quo interiorem expugnet affectum.

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