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7 novembre – giovedì Tempo Ordinario – 31a Settimana

7 novembre – giovedì Tempo Ordinario – 31a Settimana
01/03/2019 elena

7 novembre – giovedì
Tempo Ordinario – 31a Settimana

Prima lettura (Rm 14,7-12)

   Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi. Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio, perché sta scritto: «Io vivo, dice il Signore: ogni ginocchio si piegherà davanti a me e ogni lingua renderà gloria a Dio». Quindi ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio.

Nessuno vive per se stesso,
nessuno muore per se stesso

San Tommaso
(Sulla lettera ai Romani,
c. 14, lez. 1, vv. 7-8a, nn. 1101-1102)

   1101. Quando dice «Nessuno di noi vive per se stesso», prende in considerazione innanzitutto l’intenzione dei fedeli.
   E, in primo luogo, esclude l’intenzione disordinata dicendo: dico giustamente che ciascuno sta o cade per il suo Signore, poiché «nessuno di noi vive per se stesso» sia la vita naturale che quella spirituale, della quale in Ab 2,4 viene detto: «Il mio giusto vivrà per la fede». «Per se stesso», cioè in vista di se stesso, perché ciò sarebbe godere di sé. 1 Cor 10,33 dice: «Senza cercare ciò che è utile per me». E Sal 113,9: «Non a noi Signore, non a noi…». Oppure «per se stesso», cioè secondo la propria regola, come quelli che in Sap 2,11 dicono: «La nostra forza sia la legge dell’ingiustizia». Oppure «per se stesso», cioè nel proprio giudizio, secondo 1 Cor 4,3: «Io non giudico me stesso».
   «E nessuno muore», della morte corporale o, peccando, della morte spirituale, o anche della morte spirituale per la quale si muore ai vizi, come nel battesimo, secondo quanto è stato detto in precedenza (Rm 6,7): «Chi è morto è ormai libero dal peccato». Oppure «per se stesso», cioè nel proprio giudizio, oppure in vista di se stesso, oppure sul proprio esempio; ma è sull’esempio di Cristo che si muore ai vizi. Rm 6,10: «Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte», e più avanti (6,11): «Così anche voi consideratevi morti al peccato».
   1102. In secondo luogo, mostra quale sia la retta intenzione dei fedeli, dicendo: «perché se noi viviamo», secondo la vita corporale, «viviamo per il Signore», ossia per la gloria del Signore; «se noi moriamo», secondo la morte corporale, «moriamo per il Signore», ossia per l’onore del Signore. Fil 1,20: «Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia».
   Oppure, se riferiamo «viviamo» e «moriamo» alla vita spirituale, allora «per il Signore», significa «davanti al giudizio del Signore», che è stato costituito da Dio giudice dei vivi e dei morti, come è detto in At 10,42.

Testo latino di San Tommaso
(Super epistolam ad Romanos,

c. 14, lect. 1, vv. 7-8a, nn. 1101-1102)

   Deinde cum dicit nemo enim vestrum sibi vivit, etc., probat idem ex intentione fidelium. Et, primo, excludit inordinatam intentionem, dicens: recte dico quod unusquisque Domino suo stat aut cadit, nemo nostrum sibi vivit vel naturali vita vel spirituali, de qua dicitur Hab. 2,4: iustus autem meus ex fide vivit. Sibi, id est propter seipsum, quia hoc esset frui seipso. 1 Cor. 10,33: non quaerens quod mihi utile est. Ps. 113,9: non nobis, Domine, non nobis, etc.; vel sibi, id est, secundum suam regulam, sicut qui dicunt Sap. 2,11: sit fortitudo nostra lex iniustitiae; vel sibi, id est suo iudicio, 1 Cor. c. 4,3: sed neque meipsum iudico. Et nemo moritur, scilicet morte corporali vel morte spirituali peccando, vel etiam morte spirituali qua quis moritur vitiis, puta in Baptismo, secundum illud supra 6,7: qui mortuus est iustificatus est a peccato; vel sibi, id est suo iudicio, vel propter seipsum aut suo exemplo; sed exemplo Christi moritur aliquis a vitiis. Rom. 6,10: quod enim mortuus est peccato, mortuus est semel; et infra: ita et vos existimate vos mortuos esse peccato. Secundo ostendit qualis sit recta intentio fidelium, dicens sive enim vivimus, vita corporali, Domino vivimus, id est ad gloriam Domini; sive morimur, morte corporali, Domino morimur, id est ad honorem Domini. Phil. 1,20: magnificabitur Christus in corpore meo sive per mortem sive per vitam. Vel sic exponatur quod dicit vivimus et morimur de vita et morte spirituali, exponendum est quod dicit Domino, id est iudicio Domini qui constitutus est a Deo iudex vivorum et mortuorum, ut dicitur Act. 10,42.

Vangelo (Lc 15,1-10)

   In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
   Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
   Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Ci sarà più gioia in cielo

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 15, lez. 1, v. 7)

   AMBROGIO: Ora gli Angeli, poiché sono razionali, non a torto si rallegrano della redenzione degli uomini; per cui segue: Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di penitenza. Che ciò serva come incentivo alla bontà, qualora si creda che la propria conversione è gradita all’assemblea degli Angeli, il cui favore si dovrebbe ricercare e l’offesa temere. GREGORIO: Si dice che in cielo ci sarà più gioia per un peccatore convertito che per i giusti perseveranti, poiché frequentemente quelli che sanno di non essere oppressi dalla mole dei peccati si trovano certamente sulla via della giustizia, ma non sono per nulla anelanti alla patria celeste, e per lo più rimangono pigri nel compiere opere buone, poiché sono sicuri di non aver commesso peccati gravi. Per contro, talora, quanti si ricordano di certe mancanze che hanno commesso, compunti da un sincero dolore, ardono di amore verso Dio, e poiché sanno di essersi allontanati da lui, riparano i danni precedenti con i guadagni successivi. Per questo c’è più gioia in cielo, poiché anche il condottiero di una battaglia ama maggiormente quel soldato che, dopo essersi dato alla fuga, tornato indietro combatte fortemente contro il nemico, piuttosto che colui che non ha mai voltato le spalle, e tuttavia non ha mai fatto nulla di valoroso. Così il contadino ama di più quella terra che dopo le spine produce frutti ubertosi, piuttosto che quella che non ha mai avuto spine, ma non produce mai un raccolto abbondante. Allo stesso tempo però, dobbiamo sapere che ci sono molti giusti nella cui vita c’è una gioia così grande che a loro non si può anteporre alcuna penitenza dei peccatori. Dal che posiamo dedurre quale grande gioia arrechi a Dio l’umile pianto di un giusto, se in cielo si produce gioia quando un peccatore condanna con la penitenza il male che ha fatto.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 15, lect. 1, v. 7)

   Ambrosius. Angeli autem, quoniam sunt rationales, non immerito hominum redemptione laetantur; unde sequitur dico vobis, quod ita gaudium erit in caelo super uno peccatore poenitentiam agente, quam supra nonaginta novem iustis, qui non indigent poenitentia. Hoc proficiat ad incentiva probitatis, si unusquisque conversionem suam gratam fore credat coetibus Angelorum, quorum aut affectare patrocinium, aut vereri debet offensam. Gregorius. Plus autem de conversis peccatoribus quam de stantibus iustis in caelo gaudium esse fatetur; quia plerumque hi qui nullis se oppressos peccatorum molibus sciunt, stant quidem in via iustitiae, sed tamen ad caelestem patriam anxie non anhelant, et plerumque pigri remanent ad exercenda bona praecipua, quia securi sibi sunt quod nulla commiserint mala graviora: at contra nonnunquam hi qui se aliqua illicita egisse meminerunt, ex ipso suo dolore compuncti, ad amorem Dei inardescunt, et quia errasse se a Deo considerant, damna praecedentia lucris sequentibus recompensant. Maius ergo gaudium fit in caelo, quia et dux in praelio plus eum militem diligit qui post fugam reversus hostem fortiter premit, quam eum qui numquam terga praebuit, et numquam aliquid fortiter fecit. Sic agricola illam amplius terram amat quae post spinas uberes fructus profert, quam eam quae numquam spinas habuit, et numquam fertilem messem producit. Sed inter haec sciendum est, quia sunt plerique iusti, in quorum vita tantum est gaudium, ut eis quaelibet peccatorum poenitentia praeponi nullatenus possit. Hinc ergo colligendum quantum Deo gaudium faciat quando humiliter plangit iustus, si facit in caelo gaudium quando hoc quod male gessit, per poenitentiam damnat iniustus.

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