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6 novembre – mercoledì Tempo Ordinario – 31a Settimana

6 novembre – mercoledì Tempo Ordinario – 31a Settimana
01/03/2019 elena

6 novembre – mercoledì
Tempo Ordinario – 31a Settimana

Prima lettura (Rm 13,8-10)

   Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Infatti: «Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai», e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.

Il precetto dell’amore del prossimo

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 44, a. 7, in contrario e corpo)

   In Mt 22 [39] è detto: Il secondo comandamento è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.
   Questo comandamento è formulato in modo perfetto: infatti in esso vengono ricordati sia il motivo che il modo dell’amare. Il motivo viene accennato col termine prossimo: dobbiamo infatti amare gli altri con la carità proprio perché ci sono prossimi per la naturale immagine di Dio e per la predisposizione alla gloria. E non importa che si parli di prossimo o di fratello, come si ha in 1 Gv 4 [20-21], o anche di amico, come in Lc 19 [18]: poiché con tutte queste voci si indica la medesima affinità. – Si accenna invece al modo di questo amore con l’espressione «come te stesso». Il che però non va inteso nel senso che uno debba amare il prossimo nella misura in cui ama se stesso, ma in modo analogo a come ama se stesso. E ciò in tre modi. Primo, per quanto riguarda il fine: uno cioè deve amare il prossimo per Dio, come per Dio deve amare se stesso, affinché l’amore del prossimo sia santo. – Secondo, per quanto riguarda la regola dell’amore: in modo cioè da non accondiscendere al prossimo nel male, ma solo nel bene, come uno deve assecondare la propria volontà solo nel bene, affinché così l’amore del prossimo sia giusto. – Terzo, per quanto riguarda il motivo dell’amore: cioè in modo che uno non ami il prossimo per il proprio vantaggio o piacere, ma volendo il bene del prossimo come il bene di se stesso, affinché in tal modo l’amore del prossimo sia vero. Infatti, quando uno ama il prossimo per il proprio vantaggio o piacere, non ama veramente il prossimo, ma se stesso.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 44, a. 7, sed contra e corpus)

   Sed contra est quod dicitur Matth. 22 [39], secundum praeceptum est simile huic, diliges proximum tuum sicut teipsum.
   Respondeo dicendum quod hoc praeceptum convenienter traditur, tangitur enim in eo et diligendi ratio et dilectionis modus. Ratio quidem diligendi tangitur ex eo quod proximus nominatur, propter hoc enim ex caritate debemus alios diligere, quia sunt nobis proximi et secundum naturalem Dei imaginem et secundum capacitatem gloriae. Nec refert utrum dicatur proximus vel frater, ut habetur 1 Ioan. 4 [20-21]; vel amicus, ut habetur Lev. 19 [18], quia per omnia haec eadem affinitas designatur. – Modus autem dilectionis tangitur cum dicitur, sicut teipsum. Quod non est intelligendum quantum ad hoc quod aliquis proximum aequaliter sibi diligat; sed similiter sibi. Et hoc tripliciter. Primo quidem, ex parte finis, ut scilicet aliquis diligat proximum propter Deum, sicut et seipsum propter Deum debet diligere; ut sic sit dilectio proximi sancta. – Secundo, ex parte regulae dilectionis, ut scilicet aliquis non condescendat proximo in aliquo malo, sed solum in bonis, sicut et suae voluntati satisfacere debet homo solum in bonis; ut sic sit dilectio proximi iusta. – Tertio, ex parte rationis dilectionis, ut scilicet non diligat aliquis proximum propter propriam utilitatem vel delectationem, sed ea ratione quod velit proximo bonum, sicut vult bonum sibi ipsi; ut sic dilectio proximi sit vera. Nam cum quis diligit proximum propter suam utilitatem vel delectationem, non vere diligit proximum, sed seipsum.

Vangelo (Lc 14,25-33)

   In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
   Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
   Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
   Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
   Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

La libertà in Dio

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 14, lez. 6, v. 33)

   AGOSTINO: Ora, in che modo queste similitudini siano pertinenti, lo mostra in modo assai chiaro dicendo: Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo. Così le spese per la costruzione della torre e il valore di diecimila uomini contro un re che ne ha ventimila non sono altro che il rinunciare da parte di ciascuno a tutto ciò che gli appartiene. E il discorso precedente concorda con quest’ultimo, poiché nel fatto che uno rinunzia a tutto ciò che gli appartiene è anche compreso che egli odi il padre, la madre, i figli, i fratelli, le sorelle, e persino la propria vita. Infatti per qualcuno tutte queste cose che gli sono proprie per lo più implicano l’impedimento di ottenere non queste cose proprie passeggere, ma quelle comuni, che durano eternamente. BASILIO: Ora, negli esempi suddetti l’intenzione del Signore non è certo quella di dare il potere di diventare o non diventare suoi discepoli, come è lecito non dare inizio al fondamento o trattare la pace, ma quella di mostrare l’impossibilità di osservare il divino beneplacito in mezzo a cose che distraggono l’anima, che in mezzo ad esse si trova in pericolo, resa venale dalle astuzie del demonio. BEDA: Ora, c’è distanza fra il rinunciare a tutte le cose e lasciarle: infatti lasciare tutte le cose è di pochi perfetti, cioè posporre le preoccupazioni del mondo, mentre è di tutti i fedeli rinunciare a tutte le cose nel senso di tenere le cose del mondo senza però essere tenuti da esse nel mondo.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 14, lect. 6, v. 33)

   Augustinus ad Laetam. Quomodo autem pertineant istae similitudines, ipsa conclusione satis aperuit, dicens sic ergo omnis ex vobis qui non renuntiat omnibus quae possidet, non potest meus esse discipulus. Itaque sumptus ad turrim aedificandam, et valentia decem millium adversus regem qui viginti millia habet, nihil aliud est, quam ut renuntiet unusquisque omnibus quae sunt eius. Praelocutio autem superior cum extrema locutione concordat: in eo enim quod aliquis renuntiat omnibus quae sunt eius, etiam illud continetur ut oderit patrem suum, et matrem, et uxorem, et filios, et fratres, et sorores, adhuc et animam suam. Omnia enim haec propria alicuius sunt, quae plerumque implicant et impediunt ab obtinenda non ista propria temporaliter transitura, sed in aeternum mansura communia. Basilius. Est autem intentio Domini per exempla praedicta non utique praebere potestatem eius discipulum fieri vel non fieri, sicut licet vel non inchoare fundamentum vel tractare pacem; sed ostendere impossibilitatem divini beneplaciti observandi inter distrahentia animam, inter quae periclitatur facta venalis ab astutiis daemonis. Beda. Distat autem inter renuntiare omnibus et relinquere omnia: paucorum enim perfectorum est relinquere omnia, hoc est curas mundi postponere; cunctorum autem fidelium est renuntiare omnibus, hoc est sic tenere quae mundi sunt, ut tamen per ea non teneantur in mundo.

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