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30 ottobre – mercoledì Tempo Ordinario – 30a Settimana

30 ottobre – mercoledì Tempo Ordinario – 30a Settimana
28/02/2019 elena

30 ottobre – mercoledì
Tempo Ordinario – 30a Settimana

Prima lettura (Rm 8,26-30)

   Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio. Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno. Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati.

La nostra debolezza nella preghiera

San Tommaso
(Sulla lettera ai Romani,
c. 8, lez. 5, v. 26, nn. 689-691)

   689. In primo luogo, dunque, egli dice: affermo giustamente che lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; infatti soffriamo la nostra debolezza nel fatto che non sappiamo nemmeno che cosa sia conveniente domandare Gb 3,23: «A un uomo la cui via è nascosta, e che Dio ha circondato di tenebre».
   690. E bisogna considerare che l’Apostolo dice che noi ignoriamo due cose, ossia che cosa chiedere con la preghiera, e il modo in cui dobbiamo chiedere. Ma entrambe le cose sembrano false.
   Infatti, in primo luogo, sappiamo che cosa chiedere: perché questo ce l’ha insegnato Nostro Signore, in Mt 6,9: «Sia santificato il tuo nome…».
   Ma bisogna dire che possiamo sapere in generale che cosa sia conveniente chiedere, tuttavia nei casi particolari non possiamo saperlo.
   In primo luogo perché, se desideriamo compiere un’opera virtuosa, cioè adempiere la volontà di Dio come in cielo così in terra, può accadere che quell’opera virtuosa non sia confacente a questo o a quel soggetto; per esempio, a chi può progredire con utilità nell’azione, non conviene la quiete della contemplazione e viceversa, come dice S. Gregorio nel Commento a Giobbe, Gb 5,26: «Entrerai con l’abbondanza nella tomba». Perciò in Pr 14,12 viene detto: «C’è una via che sembra giusta all’uomo, ma alla fine i suoi sentieri conducono alla morte».
   In secondo luogo, qualcuno desidera un bene temporale per sostentarsi nella vita, il che è chiedere il pane quotidiano; tuttavia ciò si ritorce contro di lui come un pericolo mortale. Molti, infatti, a causa delle ricchezze periscono. Qo 5,12: «Ricchezze custodite per il danno del loro padrone».
   In terzo luogo, uno desidera di essere liberato dalla molestia della tentazione, che tuttavia gli viene inviata per custodire l’umiltà; come S. Paolo chiese che gli fosse tolto il pungolo che, però, gli era stato dato affinché la grandezza della rivelazione non lo innalzasse, come viene detto in 2 Cor 12,7.
   691. Similmente sembra che noi sappiamo come sia conveniente pregare, secondo Gc 1,6: «Domandi con fede senza alcuna esitazione».
   E a questo riguardo bisogna dire che in generale possiamo sapere come pregare, ma nel particolare moto del nostro cuore non sempre possiamo discernere se, per esempio, chiediamo qualcosa per ira o per zelo della giustizia. Perciò anche in Mt 20,20 fu riprovata la richiesta dei figli di Zebedeo in quanto, sebbene sembrassero desiderare la partecipazione alla gloria divina, tuttavia la loro domanda proveniva da una sorta di vanagloria o ambizione.

Testo latino di San Tommaso
(Super epistolam ad Romanos,

c. 8, lect. 5, v. 26, nn. 689-691)

   Dicit ergo primo: recte dico quod Spiritus adiuvat infirmitatem nostram; nam in hoc patimur infirmitatem quod nescimus quid oremus, sicut oportet. Iob 3, v. 23: viro cuius abscondita est via, et circumdedit eum Deus tenebris. Et est considerandum quod duo dicit nos apostolus nescire, scilicet quid orando petamus, et modum quo petere oporteat; sed utrumque videtur esse falsum. Nam primum scimus quid oremus: quia hoc nos Dominus docuit Matth. 6,9: sanctificetur nomen tuum, et cetera. Sed dicendum quod in generali quidem possumus scire quid convenienter oremus, sed in speciali hoc non possumus scire. Primo quidem, quia si desideramus aliquod opus virtutis facere, quod est implere voluntatem Dei, sicut in caelo et in terra, potest contingere quod illud opus virtutis non est huic vel illi congruum: sicut alicui qui utiliter potest in actione proficere, non expedit contemplationis quies, et e converso, ut Gregorius dicit in moralibus super illud Iob 5, v. 26: ingrediens in abundantia sepulchrum. Unde dicitur Prov. 14,12: est via quae videtur homini iusta, novissima autem illius ducunt ad mortem. Secundo aliquis desiderat aliquod temporale bonum ad sustentationem vitae, quod est petere panem quotidianum, quod tamen sibi vertitur in periculum mortis. Multi enim propter divitias perierunt. Eccle. 5,12: divitiae conservatae in malum domini sui. Tertio aliquis desiderat liberari ab aliqua molestia tentationis, quae tamen est sibi ad custodiam humilitatis: sicut Paulus petiit amoveri a se stimulum, qui tamen erat ei datus ne eum magnitudo revelationum extolleret, ut 2 Cor. 12,7. Similiter etiam videtur quod sciamus sicut nos oportet orare: secundum illud Iac. 1,6: postulet in fide nihil haesitans. Et ad hoc dicendum, quod in generali hoc scire possumus, sed speciali motu cordis nostri usquequaque discernere non possumus, utputa utrum petamus aliquid ex ira, vel ex zelo iustitiae. Unde et Matth. 20,20, reprobata est petitio filiorum Zebedaei, quia licet viderentur participationem divinae gloriae postulare, tamen ex quadam vana gloria seu elatione procedebat eorum petitio.

Vangelo (Lc 13,22-30)

   In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.
   Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
   Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
   Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.
   Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
   Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

I primi e gli ultimi

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 13, lez. 5, vv. 28b-30)

   Perciò continua: quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. EUSEBIO: Infatti i Padri suddetti, prima dei tempi della legge, abbandonando il peccato del politeismo per seguire la via del Vangelo, ottennero la conoscenza del Dio sublime, e ad essi si conformarono anche molti gentili mediante una vita simile; ma i loro figli si allontanarono dalla disciplina evangelica. Per cui prosegue: Ed ecco: vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi. CIRILLO: Infatti ai Giudei, che occupavano il primo posto, furono preferiti i gentili. TEOFILATTO: Ora noi, come pare, siamo primi perché abbiamo ricevuto i rudimenti (della dottrina cristiana) sin dall’infanzia; ma forse saremo ultimi rispetto ai gentili che hanno creduto verso la fine della vita. BEDA: Inoltre molti in precedenza fervorosi, più tardi diventano tiepidi; molti dapprima frigidi, all’improvviso diventano ardenti; molti che nel mondo sono disprezzati, nella vita futura saranno glorificati; altri che presso gli uomini sono gloriosi, alla fine saranno dannati.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 13, lect. 5, vv. 28b-30)

   Unde addidit cum videritis Abraham, Isaac et Iacob, et omnes prophetas in regno Dei, vos autem expelli foras. Et venient ab oriente et occidente, et ab Aquilone et Austro, et accumbent in regno Dei. Eusebius. Praedicti enim patres ante tempora legis, secundum evangelicam formam errorem multorum deorum derelinquentes, assumpserunt sublimis Dei notitiam, quibus pares facti sunt multi gentilium ob similem vitam; filii autem eorum alienationem sunt passi ab evangelica disciplina; unde sequitur et ecce sunt novissimi qui erant primi, et sunt primi qui erant novissimi. Cyrillus. Iudaeis enim, qui primum locum tenebant, praelatae sunt gentes. Theophylactus. Nos autem, ut videtur, primi sumus, qui ab ipsis cunabulis rudimenta accepimus; et forsitan erimus novissimi respectu gentilium, qui circa finem vitae crediderunt. Beda. Multi etiam prius ferventes, postea torpent: multi prius frigidi, subito inardescunt; multi in saeculo despecti, in futuro sunt glorificandi; alii apud homines gloriosi, in fine sunt damnandi.

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