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27 ottobre 30a Domenica del Tempo Ordinario

27 ottobre 30a Domenica del Tempo Ordinario
28/02/2019 elena

27 ottobre
30a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura
(Sir 35,15b-17.20-22)

   Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone.
   Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento.
   Chi la soccorre è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi. La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità.

Valore della povertà

San Tommaso
(La Somma contro i Gentili, III,
c. 133, seconda parte)

   Perciò la povertà è lodevole in quanto libera l’uomo dai vizi in cui alcuni sono immersi a motivo delle ricchezze. Ma in quanto toglie la preoccupazione che nasce dalla ricchezza essa è utile ad alcuni, i quali sono disposti a occuparsi di cose migliori, mentre è nociva per altri che, liberati da questa preoccupazione, cadono in occupazioni peggiori. Di qui le parole di S. Gregorio: «Spesso coloro che sarebbero vissuti bene, se occupati nelle comuni faccende degli uomini, perirono uccisi dalla spada dell’ozio» (Moral., VI, c. 37). – La povertà poi in quanto toglie il bene che deriva dalle ricchezze, cioè la facoltà di aiutare gli altri e di sostentare se stessi, di per sé è un male, a meno che l’aiuto col quale si soccorre il prossimo nelle cose temporali non sia compensato da un bene più grande, cioè dal fatto che un uomo privo di ricchezze può attendere con maggiore libertà alle cose divine e spirituali. Però il bene del sostentamento proprio è talmente necessario che non può essere compensato da alcun altro bene: infatti un uomo non può privarsi del proprio sostentamento per acquistare un altro bene.
   È lodevole quindi quella povertà mediante la quale l’uomo, liberato dalle preoccupazioni terrene, attende più liberamente alle cose divine e spirituali, conservando però la facoltà di sostentare onestamente se stesso, il che non richiede molte cose. E la povertà è tanto più lodevole non già in proporzione del suo rigore, ma quanto più il modo di vivere in essa esige meno premure. Infatti la povertà non è buona per se stessa, ma in quanto libera da ciò che impedisce all’uomo di attendere alle cose di Dio. Perciò la misura della sua bontà è proporzionale alla misura con la quale essa contribuisce a liberare l’uomo dai suddetti impedimenti. – E questo è un dato comune a tutti i beni esteriori, cioè che essi in tanto sono buoni in quanto giovano alla virtù, e non per se stessi.

Testo latino di San Tommaso
(Summa Contra Gentiles, III,

c. 133, secunda pars)

   Paupertas igitur talis laudabilis est cum homo, per eam a sollicitudinibus terrenis liberatus, liberius divinis et spiritualibus vacat: ita tamen quod cum ea remaneat facultas homini per licitum modum sustentandi seipsum, ad quod non multa requiruntur. Et quanto modus vivendi in paupertate minorem sollicitudinem exigit, tanto paupertas est laudabilior: non autem quanto paupertas fuerit maior. Non enim paupertas secundum se bona est: sed inquantum liberat ab illis quibus homo impeditur quominus spiritualibus intendat. Unde secundum modum quo homo per eam liberatur ab impedimentis praedictis, est mensura bonitatis ipsius. Et hoc est commune in omnibus exterioribus, quod in tantum bona sunt in quantum proficiunt ad virtutem, non autem secundum seipsa.

Seconda lettura
(2 Tm 4,6-8.16-18)

   Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione.
   Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.
   Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

La battaglia, la corsa, la fede

San Tommaso
(Sulla seconda lettera a Timoteo,
c. 4, lez. 2, v. 7, n. 149)

   v. 7 Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Il merito della vita presente si trova in tre cose, cioè nel resistere ai mali, nel progredire nei beni e nell’usare rettamente i doni di Dio.
   Anzitutto si parla di una certa battaglia; per cui dice: Ho combattuto la buona battaglia. Ora, una battaglia si dice buona, primo, se è fatta per delle cose buone, per esempio se è fatta per la fede e la giustizia, come fecero gli Apostoli. Gd 1,3: «Avevo un gran desiderio di scrivervi riguardo alla nostra comune salvezza, e sono stato costretto a farlo per esortarvi a combattere per la fede, trasmessa ai santi una volta per sempre». Sir 4,33: «Combatti per la giustizia a favore della tua anima, e lotta fino alla morte per la giustizia». Secondo, per il modo della battaglia, se cioè si combatte sollecitamente e legittimamente. Sopra 2,5: «Non sarà coronato se non chi ha legittimamente combattuto». 1 Cor 9,29: «Faccio il pugilato non come chi batte l’aria, ma tratto duramente il mio corpo» ecc. Terzo, per la difficoltà della battaglia. Sap 10,12: «Gli diede la vittoria dopo una dura lotta».
   In secondo luogo si parla di corsa in quanto c’è un progresso nelle cose buone, per cui segue: ho terminato la corsa. 1 Cor 9,24: «Correte anche voi in modo da conquistarlo (il premio)». E il progresso dei santi viene detto corsa poiché corrono velocemente, per giungere alla perfezione migliorandosi, stimolati dalla carità. Eb 4,11: «Affrettiamoci dunque a entrare in quel riposo». Sal 118,32: «Ho corso nella via dei tuoi comandamenti».
   Ma [si dirà:] rimanevano ancora il combattimento e la corsa della morte: quindi non aveva ancora portato al termine la corsa e non aveva ancora concluso il combattimento. Quanto a ciò bisogna osservare che, come l’uomo che ha bene iniziato e intende finire possiede l’opera perfettamente, così anche l’Apostolo: infatti aveva già iniziato e intendeva finire.
   Aggiungiamo poi che il buon uso dei doni di Dio è duplice, cioè la conservazione della fede [ossia della fiducia ricevuta], per cui dice: ho conservato la fede, il che fa chi usa i doni di Dio per la gloria di Dio e la salvezza del prossimo. Mt 24,45: «Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici?». 1 Tm 1,12: «Poiché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero». Oppure: ho custodito in me la virtù della fede. Rm 14,23: «Tutto ciò che non viene dalla fede è peccato». Da cui Mt 10,16: «Siate prudenti come serpenti», cioè custodite la fede, quale principio e fondamento delle virtù».

Testo latino di San Tommaso
(Super secundam epistolam ad Timotheum,

c. 4, lect. 2, v. 7, n. 149)

   Meritum huius vitae est in tribus, scilicet in resistendo malis, in proficiendo in bonis, et in bene utendo Dei donis. Primum dicitur quoddam certamen; unde hic dicit bonum certamen certavi. Sed certamen dicitur bonum, primo, si sit pro bonis; puta si sit pro fide et iustitia, sicut apostoli. Iud. 1,3: de communi vestra salute necesse habui scribere vobis, deprecans supercertari semel traditae sanctae fidei. Eccli. c. 4,33: pro iustitia agonizare pro anima tua, et usque ad mortem certa pro iustitia. Secundo, propter modum certaminis, si scilicet sollicite et legitime certetur. Supra 2, v. 5: non coronabitur, nisi qui legitime certaverit. 1 Cor. 9,29: sic pugno, non quasi aerem verberans, sed castigo corpus meum, et cetera. Tertio, propter difficultatem certaminis. Sap. 10,12: et certamen forte dedit illi, ut vinceret. Secundum quod est profectus in bonis dicitur cursus, unde sequitur cursum consummavi. 1 Cor. 9,24: sic currite, ut comprehendatis. Et dicitur cursus profectus sanctorum, quia cum festinatione currunt, ut meliorantes consumment, agitati stimulis charitatis. Hebr. 4,11: festinemus ergo ingredi in illam requiem. Ps. 118,32: viam mandatorum tuorum cucurri. Sed adhuc certamen et cursus mortis restabat: ergo non consummaverat cursum, nec certaverat. Dicendum est quod sicut homo qui bene incipit et intendit finire, habet opus perfecte, sic et Apostolus: iam enim incoeperat, et finire intendebat. Bonus usus donorum Dei est duplex, scilicet conservatio fidei et ideo dicit fidem servavi, quod facit qui utitur donis Dei ad gloriam Dei et salutem proximorum. Matth. 24, v. 45: quis, putas, est fidelis servus et prudens, quem constituit Dominus super familiam suam? 1 Tim. 1,12: fidelem me existimavit ponens in ministerio. Vel servavi in me virtutem fidei. Rom. 14,23: omne quod non est ex fide, peccatum est. Propter quod Matth. 10,16: estote prudentes sicut serpentes, id est, custodite fidem, tamquam caput et fundamentum virtutum.

Vangelo (Lc 18,9-14)

   In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
   Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
   Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Il Fariseo e il pubblicano

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 18, lez. 2, v. 14b)

   CRISOSTOMO: Perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato. L’umiltà è un nome che ha molti significati. Infatti l’umiltà è una virtù, secondo il detto del Salmo 50,19: «Un cuore contrito e umiliato, o Signore, tu non lo disprezzi»; c’è poi l’umiltà che nasce dal dolore, secondo quanto dice il Salmo 142,3: «Ha buttato a terra la mia vita». C’è ancora un’umiltà che deriva dal peccato, dall’orgoglio e dall’insaziabilità delle ricchezze; infatti che c’è di più basso e vile di coloro che sono sommersi nelle ricchezze e nel potere, e le considerano cose grandi? BASILIO: Similmente accade pure che tu sia esaltato lodevolmente, quando cioè non pensi cose umili, ma la tua mente attraverso la magnanimità viene sollevata verso la virtù. Ora, questa altezza d’animo consiste nell’essere elevato nel dolore, nel disprezzare le cose terrene, nel vivere in cielo. E questa altezza della mente rispetto all’esaltazione generata dall’arroganza sembra avere la stessa differenza che ha la corpulenza di un corpo ben disposto rispetto al gonfiore della carne in un idropico. CRISOSTOMO: Questo rigonfiamento dell’orgoglio può trascinare già dal cielo chi non sta attento; mentre l’umiltà può innalzare verso il cielo dalle caverne più profonde del peccato; essa ha salvato il pubblicano a preferenza del Fariseo, e ha portato il ladrone in paradiso prima degli Apostoli; mentre l’orgoglio è penetrato persino nelle potestà spirituali. Ma se l’umiltà, benché unita al peccato, ha fatto progressi così rapidi da oltrepassare la superbia della giustizia, quanto più veloce sarà il suo cammino quando unirai ad essa la giustizia? Sarà presente anch’essa al tribunale divino in mezzo agli Angeli, con grande fiducia. Inoltre, se l’orgoglio unito alla giustizia la può sommergere, se è unito al peccato fino a che punto non sprofonderà l’uomo nella Geenna? Dico questo non perché trascuriamo la giustizia, ma perché evitiamo l’orgoglio. TEOFILATTO: Forse qualcuno si meraviglierà del fatto che il Fariseo venga condannato per aver detto poche parole a propria lode, mentre Giobbe, che ne ha dette molte, viene incoronato. Ciò accade perché il Fariseo diceva queste cose accusando gli altri, senza essere costretto da alcun motivo; invece Giobbe, costretto dagli amici e da gravi pressioni, fu costretto a elencare le proprie virtù per la gloria di Dio, affinché gli uomini non si allontanassero dalla via della virtù. BEDA: In senso figurato il Fariseo è il popolo dei Giudei, che esalta i propri meriti in base alla giustificazione della Legge; mentre il pubblicano è il popolo dei Gentili, che, trovandosi lontano da Dio, confessa i propri peccati; di costoro l’uno, con la sua superbia, se ne andò umiliato, mentre l’altro, con la sua contrizione, fu ritenuto degno di avvicinarsi e di essere esaltato.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 18, lect. 2, v. 14b)

   Chrysostomus… quia omnis qui se exaltat, humiliabitur; et qui se humiliat, exaltabitur. Humilitatis nomen multiplex est. Est enim quaedam virtus humilitas, iuxta illud: cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies. Est et humilitas ab aerumnis, iuxta illud: humiliavit in terra vitam meam. Est et humilitas a peccatis et superbia et insatiabilitate divitiarum: quid enim humilius his qui se submittunt in divitiis et potentatu, et haec reputant magna? Basilius. Similiter etiam et exaltari laudabiliter contingit, quando scilicet non humilia cogitas, sed mens tua est per magnanimitatem in virtutem erecta. Talis autem animi celsitudo est eminentia in tristitiis, terrenorum contemptus, conversatio in caelis: et videtur huiusmodi mentis sublimitas eamdem habere differentiam ad elationem quam arrogantia parit, quam habet corpulentia corporis bene dispositi ad inflationem carnis cum ex hydropisi tumet. Chrysostomus. Haec igitur fastus inflatio ab ipsis caelis potest deprimere non caventem; humilitas vero et ab ipsa abysso reatuum hominem sublimare: haec enim prae Pharisaeo publicanum salvavit, latronem ante apostolos in Paradisum duxit; illa vero etiam incorpoream ingressa est potestatem. Ceterum si iuncta delicto humilitas tam facile currit, ut superbiam iustitiae transeat; si iustitiae coniunxeris eam, quomodo non ibit? Assistet ipsa tribunali divino in medio Angelorum cum fiducia multa. Rursus si fastus coniunctus iustitiae eam deprimere potuit, si coniunctus sit peccato, in quantam Gehennam detrudet? Hoc dico, non ut negligamus iustitiam, sed ut fastum vitemus. Theophylactus. Sed forsitan mirabitur aliquis, quomodo Pharisaeus, cum pauca verba suae laudis protulerit, condemnatur; Iob vero cum plurima fuderit, coronatur. Eo scilicet quod Pharisaeus talia dicebat criminando alios, nulla ratione cogente; Iob vero, urgentibus eum amicis, et pressuris prementibus, coactus est proprias virtutes referre ad Dei gloriam, ne homines desisterent a profectu virtutis. Beda. Typice autem Pharisaeus est populus Iudaeorum, qui ex iustificationibus legis extollit merita sua; publicanus vero gentilis est, qui longe a Deo positus, confitetur peccata sua; quorum unus superbiendo recessit humiliatus, alter lamentando appropinquare meruit exaltatus.

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