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22 ottobre – martedì Memoria di San Giovanni Paolo II Tempo Ordinario – 29a Settimana

22 ottobre – martedì Memoria di San Giovanni Paolo II Tempo Ordinario – 29a Settimana
27/02/2019 elena

22 ottobre – martedì
Memoria di San Giovanni Paolo II
Tempo Ordinario – 29a Settimana

Prima lettura
(Rm 5,12.15b.17-19.20b-21)

   Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti. Ma dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia. Di modo che, come regnò il peccato nella morte, così regni anche la grazia mediante la giustizia per la vita eterna, per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.

La morte conseguenza del peccato

San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 85, a. 5,
in contrario e corpo)

   S. Paolo in Rm dice: A causa di un solo uomo il peccato è entrato in questo mondo, e con il peccato la morte.
   Una cosa può essere causa di un’altra in due maniere: direttamente [per se] e indirettamente [per accidens]. È causa diretta ciò che produce un effetto in virtù della propria natura o forma: e da ciò segue che l’effetto è direttamente inteso dalla causa. Ora, siccome la morte e le altre miserie sono estranee all’intenzione di chi pecca, è chiaro che questi mali non hanno come causa diretta il peccato. – Perché invece qualcosa sia causa indiretta di un fatto basta che intervenga a rimuoverne un ostacolo: Aristotele, p. es., osserva che «chi abbatte una colonna, indirettamente muove la pietra sovrapposta». E in questo senso il peccato di Adamo è causa della morte e di tutte le altre miserie della natura umana: poiché tale peccato ha distrutto la giustizia originale, da cui dipendeva non solo la subordinazione all’anima di tutte le potenze inferiori, ma la stessa disposizione del corpo alle dipendenze dell’anima, senza difetto alcuno, come si è spiegato nella Prima Parte. Sottratta quindi la giustizia originale a motivo del peccato del nostro progenitore, la natura umana, come fu ferita nell’anima per il disordine delle sue facoltà, così divenne corruttibile per il disordine del corpo. – Ora, la sottrazione della giustizia originale ha l’aspetto di pena, come anche la sottrazione della grazia. Perciò anche la morte, e tutte le miserie corporali che la accompagnano, sono come delle pene del peccato originale. E sebbene tali difetti non fossero voluti da chi compiva il peccato, tuttavia sono ordinati da Dio come dei castighi della sua giustizia.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. I-II, q. 85, a. 5,

sed contra e corpus)

   Sed contra est quod apostolus dicit, Rom. 5 [12], per unum hominem peccatum in hunc mundum intravit, et per peccatum mors.
   Respondeo dicendum quod aliquid est causa alterius dupliciter, uno quidem modo, per se; alio modo, per accidens. Per se quidem est causa alterius quod secundum virtutem suae naturae vel formae producit effectum, unde sequitur quod effectus sit per se intentus a causa. Unde cum mors et huiusmodi defectus sint praeter intentionem peccantis, manifestum est quod peccatum non est per se causa istorum defectuum. – Per accidens autem aliquid est causa alterius, si sit causa removendo prohibens, sicut dicitur in 8 Phys. quod divellens columnam, per accidens movet lapidem columnae superpositum. Et hoc modo peccatum primi parentis est causa mortis et omnium huiusmodi defectuum in natura humana, inquantum per peccatum primi parentis sublata est originalis iustitia, per quam non solum inferiores animae vires continebantur sub ratione absque omni deordinatione, sed totum corpus continebatur sub anima absque omni defectu, ut in primo [q. 97 a. 1] habitum est. Et ideo, subtracta hac originali iustitia per peccatum primi parentis, sicut vulnerata est humana natura quantum ad animam per deordinationem potentiarum, ut supra [a. 3; q. 82 a. 3] dictum est; ita etiam est corruptibilis effecta per deordinationem ipsius corporis. – Subtractio autem originalis iustitiae habet rationem poenae, sicut etiam subtractio gratiae. Unde etiam mors, et omnes defectus corporales consequentes, sunt quaedam poenae originalis peccati. Et quamvis huiusmodi defectus non sint intenti a peccante, sunt tamen ordinati secundum iustitiam Dei punientis.

Vangelo (Lc 12,35-38)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
   «Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito.
   Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!».

Essere pronti

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 12, lez. 10, v. 35)

   TEOFILATTO: Il Signore, dopo avere insegnato ai suoi discepoli la moderazione, sottraendoli a qualsiasi preoccupazione e sopravalutazione della vita, ora li induce al servizio dicendo: Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi, ossia sempre inclinati a compiere le opere del Signore, e le lampade accese, ossia non conducete la vostra vita nelle tenebre, ma ci sia in voi la luce della ragione che vi mostra che cosa dovete fare e da che cosa dovete fuggire: poiché questo mondo è una notte. Ma sono cinti ai fianchi coloro che si dedicano alla vita attiva; tale è infatti la disposizione dei servitori, essere muniti di lampade accese, cioè del dono del discernimento: affinché l’uomo attivo sia in grado di distinguere non solo che cosa bisogna fare, ma anche in quale modo; altrimenti gli uomini precipitano nel burrone della superbia. Ora, bisogna osservare che in primo luogo dice che bisogna portare le vesti strette ai fianchi, e in secondo luogo che le lampade devono essere accese; infatti per prima viene l’operazione e per seconda la speculazione, che è un’illuminazione della mente. Cerchiamo quindi di esercitare le virtù, per avere le due lampade accese, ossia la concezione della mente che brilla continuamente nell’anima e da cui siamo illuminati, e l’insegnamento con cui illuminiamo gli altri. Massimo: Oppure insegna che dobbiamo avere le lampade accese con la preghiera, la contemplazione e l’amore spirituale. CIRILLO: Oppure essere cinti significa l’agilità e la prontezza nel sopportare i mali in considerazione dell’amore di Dio, mentre la lampada accesa significa che non dobbiamo sopportare che alcuni vivano nelle tenebre dell’ignoranza. GREGORIO: Oppure in un altro modo. Noi cingiamo i nostri fianchi quando freniamo la lussuria della carne con la penitenza: infatti negli uomini la lussuria si trova nei fianchi, nelle donne nell’ombelico. Perciò, dal sesso principale, col nome di fianchi si designa la lussuria. Ma poiché è una piccola cosa non fare il male, se non ci si sforza di compiere anche delle opere buone, si aggiunge: e le lampade accese; che noi teniamo nelle mani quando con le opere buone mostriamo esempi di luce al nostro prossimo. AGOSTINO: Oppure insegna a cingere i fianchi con la continenza dall’amore delle cose mondane, e ad avere le lampade accese affinché ciò sia fatto per il vero fine e con retta intenzione.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 12, lect. 10, v. 35)

   Theophylactus. Postquam suum discipulum modestum statuit Dominus, spolians eum qualibet vitae cura et elevatione, iam nunc ad ministrandum inducit, dicens sint lumbi vestri praecincti, idest semper proclives ad exequenda opera Domini vestri; et lucernae ardentes, idest, non ducatis vitam in tenebris, sed adsit vobis lux rationis, ostendens vobis agenda et fugienda: est enim hic mundus nox. Cincti vero lumbos sunt qui practicam exequuntur; nam talis est ministrantium habitus, quibus oportet adesse et lucernas ardentes, idest discretionis donum: ut valeat dignoscere practicus non solum quid oporteat agere, sed et quomodo: alioquin in praecipitium superbiae homines ruunt. Notandum autem quod primo iubet lumbos praecingi, secundo lucernas ardere: nam primo quidem est operatio, deinde speculatio, quae est illustratio mentis. Ideo studeamus exercere virtutes, ut duas lucernas habeamus ardentes, scilicet conceptum mentis iugiter in anima emicantem, quo nos illustramur, et doctrinam, qua ceteros illuminamus. Maximus. Vel lucernas accensas docet habere per orationem et contemplationem, et spiritualem dilectionem. Cyrillus. Vel subcingi significat agilitatem et promptitudinem ad sustinenda mala intuitu divini amoris; lucernae autem accensio significat, ut non patiamur aliquos in tenebris ignorantiae vivere. Gregorius in Evang. Vel aliter. Lumbos praecingimus cum carnis luxuriam per continentiam coarctamus: viris enim luxuria in lumbis est, feminis in umbilico. A principali igitur sexu lumborum nomine luxuria designatur. Sed quia minus est mala non agere, nisi etiam quisque studeat bonis operibus insudare, additur et lucernae ardentes; quas in manibus tenemus cum per bona opera, proximis nostris lucis exempla monstramus. Augustinus De quaest. Evang. Vel docet et lumbos praecingere propter continentiam ab amore rerum saecularium, et lucernas ardentes habere, ut hoc ipsum vero fine et recta intentione fiat.

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