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21 ottobre – lunedì Tempo Ordinario – 29a Settimana

21 ottobre – lunedì Tempo Ordinario – 29a Settimana
27/02/2019 elena

21 ottobre – lunedì
Tempo Ordinario – 29a Settimana

Prima lettura (Rm 4,20-25)

   Fratelli, di fronte alla promessa di Dio Abramo non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia. E non soltanto per lui è stato scritto che gli fu accreditato, ma anche per noi, ai quali deve essere accreditato: a noi che crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore, il quale è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.

San Tommaso
(Sulla lettera ai Romani,
c. 4, lez. 3, v. 25, n. 380)

   v. 25. [Gesù nostro Signore], il quale è stato consegnato alla morte a causa delle nostre colpe ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione. Là dove dice il quale è stato consegnato, assegna il motivo per cui la fede nella risurrezione di Cristo giustifica, dicendo: il quale, ossia Gesù Cristo, è stato consegnato, cioè alla morte, da Dio Padre, più avanti, 8,31: «Dio non risparmiò il suo proprio Figlio, ma lo diede per tutti noi»; da se stesso, Ef 5,25: «Ha dato se stesso per noi»; da Giuda, Gv 19,11: «Chi mi ha consegnato a te ha una colpa più grande»; dai Giudei, Mt 20,19: «Lo consegneranno alle genti perché sia schernito».
   Ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione; ossia per giustificarci risorgendo. Più avanti, 6,4: «Come Cristo risuscitò dai morti per la gloria del Padre, così anche noi dobbiamo camminare in novità di vita».
   E che egli sia stato consegnato alla morte per le nostre colpe, appare chiaro dal fatto che con la sua morte meritò per noi il perdono dei peccati, mentre risorgendo non meritò, poiché nello stato di risorto non fu viatore, ma comprensore.
   Quindi bisogna dire che la morte di Cristo fu per noi salutare non solo a modo di merito, ma anche al modo di una certa efficienza. Essendo infatti l’umanità di Cristo in certo qual modo uno strumento della sua divinità, come dice il Damasceno, tutte le passioni e azioni dell’umanità di Cristo furono per noi salutari, in quanto provenienti dalla potenza della divinità. Ma poiché l’effetto ha una certa somiglianza con la causa, si dice che la morte di Cristo, con la quale fu estinta in lui la vita mortale, fu la causa dell’estinzione dei nostri peccati, mentre la sua risurrezione, con la quale ritornò alla nuova vita della gloria, fu la causa della nostra giustificazione, con la quale ritorniamo alla novità della giustizia.

Testo latino di San Tommaso
(Super epistolam ad Romanos,

c. 4, lect. 3, v. 25, n. 380)

   Tertio, ibi qui traditus est, etc., assignat causam quare fides resurrectionis Christi iustificet, dicens qui, scilicet Christus, traditus est, scilicet in mortem, a Deo Patre, infra 8,31: proprio Filio suo non pepercit Deus, sed pro nobis omnibus tradidit illum; et a seipso, Eph. 5,25: tradidit semetipsum pro nobis; et a Iuda, Io. 19, v. 11: qui me tradidit tibi maius peccatum habet; et a Iudaeis, Matth. 20,19: tradent eum gentibus ad illudendum. Et resurrexit propter iustificationem nostram, id est, ut nos resurgendo iustificaret. Infra 6,4: quomodo Christus resurrexit a mortuis per gloriam Patris, ita et nos in novitate vitae ambulemus. Et quod propter delicta nostra sit traditus in mortem, manifestum videtur ex hoc quod sua morte meruit nobis deletionem peccatorum, sed resurgendo non meruit, quia in statu resurrectionis non fuit viator, sed comprehensor. Et ideo dicendum est quod mors Christi fuit nobis salutaris, non solum per modum meriti sed etiam per modum cuiusdam efficientiae. Cum enim humanitas Christi esset quodammodo instrumentum divinitatis eius, ut Damascenus dicit, omnes passiones et actiones humanitatis Christi fuerunt nobis salutiferae, utpote ex virtute divinitatis provenientes. Sed quia effectus habet aliqualiter similitudinem causae, mortem Christi, qua extincta est in eo mortalis vita, dicit esse causam extinctionis peccatorum nostrorum: resurrectionem autem eius qua redit ad novam vitam gloriae, dicit esse causam iustificationis nostrae, per quam redimus ad novitatem iustitiae.

Vangelo (Lc 12,13-21)

   In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
   E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
   Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Contro la cupidigia

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 12, lez. 4, v. 15)

   BEDA: Prendendo occasione da questo stolto richiedente, si impegna ad armare contro la peste dell’avarizia la folla e i discepoli, con precetti e con esempi. Per cui prosegue: E disse loro: Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia. Ora dice: da ogni, perché può sembrare che alcune cose siano fatte onestamente, ma il giudice interiore decide con quale intenzione sono fatte. CIRILLO: Oppure dice: da ogni cupidigia, cioè sia grande che piccola. Infatti la cupidigia è inutile, come dice il Signore (Am 5,11): «Vi edificherete case di pietre squadrate, ma non le abiterete», e (Is 5,10): «Poiché dieci jugeri di vigna daranno un solo barile, e trenta moggi di sementi ne renderanno tre». Ma è inutile anche secondo un altro modo, che mostra soggiungendo: perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che possiede. TEOFILATTO: Il Signore dice questo confutando le intenzioni degli avari, i quali sembrano accumulare le ricchezze come se vivessero a lungo; ma forse che l’opulenza ti allunga la vita? Perché dunque sopporti i mali in vista di un riposo incerto? Infatti è dubbio se raggiungerai l’anzianità, per amore della quale accumuli tesori.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 12, lect. 4, v. 15)

   Beda. Occasione autem huius stulti petitoris, adversus avaritiae pestem, et turbas et discipulos praeceptis pariter et exemplis munire satagit; unde sequitur dixitque ad illos: videte, et cavete ab omni avaritia. Dicit autem ab omni, quia nonnulla simpliciter geri videntur, sed internus arbiter qua intentione fiant diiudicat. Cyrillus. Vel dicit ab omni avaritia, scilicet magna et parva. Est enim inutilis avaritia, dicente Domino: domos zelatas aedificabitis, et non habitabitis in eis; et alibi: decem iugera vinearum facient lagunculam unam, et triginta modii sementis facient modios tres. Sed et secundum alium modum est inutilis, quem ostendit subdens quia non in abundantia cuiusquam vita eius est ex his quae possidet. Theophylactus. Hoc dicit Dominus refellens avarorum intentiones, qui videntur coacervare divitias quasi diu victuri; sed numquid te opulentia longaevum efficiet? Quid igitur manifeste sustines mala, incertae causa quietis? Nam dubium est an debeas attingere senium, cuius gratia thesaurizas.

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