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20 ottobre 29a Domenica del Tempo Ordinario

20 ottobre 29a Domenica del Tempo Ordinario
27/02/2019 elena

20 ottobre
29a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura (Es 17,8-13)

   In quei giorni, Amalèk venne a combattere contro Israele a Refidìm.
   Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi alcuni uomini ed esci in battaglia contro Amalèk. Domani io starò ritto sulla cima del colle, con in mano il bastone di Dio». Giosuè eseguì quanto gli aveva ordinato Mosè per combattere contro Amalèk, mentre Mosè, Aronne e Cur salirono sulla cima del colle.
   Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva; ma quando le lasciava cadere, prevaleva Amalèk. Poiché Mosè sentiva pesare le mani, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole.
   Giosuè sconfisse Amalèk e il suo popolo, passandoli poi a fil di spada.

Convenienza della preghiera

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 83, a. 2, corpo, prima parte)

   Tre furono gli errori dell’antichità a proposito della preghiera. Alcuni pensarono che le realtà umane non sono governate dalla provvidenza divina. Dal che segue che la preghiera, come qualsiasi culto verso Dio, sarebbe una cosa vana. E contro di essi stanno le parole di Ml 3 [14]: Avete detto: È inutile servire Dio. – Al secondo posto troviamo l’opinione di quanti affermavano che tutto avviene per necessità, anche nelle cose umane: sia per l’immutabilità della provvidenza divina, sia per il determinismo degli astri, sia per la concatenazione delle cause. E anche secondo costoro è da escludersi ogni utilità della preghiera. – Il terzo errore fu l’opinione di coloro che, pur ammettendo il governo della divina provvidenza sulle cose umane, e pur escludendo che queste avvengano per necessità, affermavano tuttavia che le disposizioni della divina provvidenza sono mutevoli, e che la loro mutazione può dipendere dalle preghiere e dalle altre funzioni del culto divino. – Ora, tutti questi errori noi li abbiamo già confutati nella Prima Parte. Perciò l’utilità della preghiera va difesa in modo da non imporre una necessità alle cose umane, soggette alla divina provvidenza, e d’altra parte senza considerare mutevoli le disposizioni divine. – Per chiarire dunque la cosa si deve considerare che la divina provvidenza non dispone solo gli effetti da produrre, ma anche le cause e l’ordine con cui devono essere prodotti. Ora tra le altre cause, per certi effetti, ci sono anche le azioni umane. Quindi è necessario che gli uomini compiano certe cose non per cambiare con i loro atti le disposizioni divine, ma per produrre alcuni determinati effetti secondo l’ordine prestabilito da Dio. Come del resto avviene per le cause naturali. E ciò vale anche per la preghiera. Infatti noi preghiamo non allo scopo di mutare le disposizioni divine, ma per impetrare quanto Dio ha disposto che venga compiuto mediante la preghiera dei santi: cioè, come dice S. Gregorio, affinché gli uomini, «pregando meritino di ricevere quanto Dio onnipotente fin dall’eternità aveva disposto di donare ad essi».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 83, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod triplex fuit circa orationem antiquorum error. Quidam enim posuerunt quod res humanae non reguntur divina providentia. Ex quo sequitur quod vanum sit orare, et omnino Deum colere. Et de his dicitur Malach. 3 [14], dixistis, vanus est qui servit Deo. – Secunda fuit opinio ponentium omnia, etiam in rebus humanis, ex necessitate contingere, sive ex immutabilitate divinae providentiae, sive ex necessitate stellarum, sive ex connexione causarum. Et secundum hos etiam excluditur orationis utilitas. – Tertia fuit opinio ponentium quidem res humanas divina providentia regi, et quod res humanae non proveniunt ex necessitate, sed dicebant similiter dispositionem divinae providentiae variabilem esse, et quod orationibus et aliis quae ad divinum cultum pertinent dispositio divinae providentiae immutatur. – Haec autem omnia in primo libro [q. 22 aa. 2.4; q. 23 a. 8; q. 115 a. 6; q. 116 a. 3] improbata sunt. Et ideo oportet sic inducere orationis utilitatem ut neque rebus humanis, divinae providentiae subiectis, necessitatem imponamus; neque etiam divinam dispositionem mutabilem aestimemus. – Ad huius ergo evidentiam, considerandum est quod ex divina providentia non solum disponitur qui effectus fiant, sed etiam ex quibus causis et quo ordine proveniant. Inter alias autem causas sunt etiam quorundam causae actus humani. Unde oportet homines agere aliqua, non ut per suos actus divinam dispositionem immutent, sed ut per actus suos impleant quosdam effectus secundum ordinem a Deo dispositum. Et idem etiam est in naturalibus causis. Et simile est etiam de oratione. Non enim propter hoc oramus ut divinam dispositionem immutemus, sed ut id impetremus quod Deus disposuit per orationes sanctorum esse implendum; ut scilicet homines postulando mereantur accipere quod eis omnipotens Deus ante saecula disposuit donare, ut Gregorius dicit, in libro dialogorum.

Seconda lettura
(2 Tm 3,14-42)

   Figlio mio, tu rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù.
   Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.
   Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento.

Utilità della Scrittura

San Tommaso
(Sulla seconda lettera a Timoteo,
c. 3, lez. 3, vv. 16-17, nn. 124-128)

   124. Ora, chiarisce il motivo dicendo: «Tutta la Scrittura». Dove egli mostra che le sacre Scritture sono la via per la salvezza. E pone tre cose. Infatti loda la Scrittura in ragione del suo principio [125]; dell’effetto vantaggioso [127], e dell’ultimo frutto e del progresso [128].
   125. Infatti se prendi in considerazione il suo principio, la sacra Scrittura ha un vantaggio su tutte le altre; poiché mentre le altre furono trasmesse mediante la ragione umana, la sacra Scrittura è invece divina; per cui dice: «la Scrittura, ispirata da Dio». 2 Pt 1,21: «Poiché non da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio». Gb 32,7: «L’ispirazione dell’Onnipotente dà l’intelligenza».
   126. Ma dirai: in che modo qualsiasi altra scrittura non è divinamente ispirata, quando, secondo S. Ambrogio, qualsiasi verità, da chiunque sia detta, procede dallo Spirito Santo?
   Bisogna dire che Dio opera qualcosa in due modi, cioè immediatamente, come le sue opere proprie, ad esempio i miracoli; altre invece con la mediazione delle cause inferiori, per esempio le opere naturali. Gb 10,8: «Le tue mani mi hanno plasmato…». Queste cose tuttavia sono fatte mediante l’operazione della natura. E così Dio nell’uomo istruisce l’intelletto, sia immediatamente per mezzo delle sacre Scritture, sia mediatamente con altri scritti.
   127. Duplice è l’effetto di questa Scrittura: poiché insegna a conoscere la verità e persuade a operare la giustizia. Gv 14,26: «Lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa» che dovete conoscere, «e vi suggerirà» le cose che dovete fare. Perciò la sacra Scrittura è utile per conoscere la verità ed è utile per dirigere l’operazione.
   Infatti c’è un motivo speculativo, e anche un motivo pratico. E in tutti e due i casi sono necessarie due cose, ossia che si conosca la verità e che si respinga l’errore. Questo infatti è il compito del sapiente, cioè non mentire, e respingere il mentitore. Circa il primo punto dice: «è utile per insegnare», ossia la verità. Sal 119,66: «Insegnami il senno e la saggezza». Circa il secondo punto aggiunge: per «convincere». Tt 1,9: «Perché tu sia in grado di esortare con la sana dottrina e di confutare coloro che contraddicono».
   Parimenti riguardo alla ragione pratica sono necessarie due cose, ossia distogliere dal male e indurre al bene. Sal 33,15: «Sta lontano dal male e fa’ il bene». Circa il primo punto dice: per «correggere», che è correggere dal male. Mt 18,15: «Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo». Gb 5,17: «Beato l’uomo che viene corretto dal Signore». Circa il secondo punto dice: per «educare nella giustizia». E tutte queste cose le fa la sacra Scrittura. Is 8,11: «Con mano forte mi ha avvertito…».
   Così dunque gli effetti della sacra Scrittura sono quattro ossia: insegnare la verità e confutare la falsità, riguardo alla ragione speculativa; strappare dal male e indurre al bene, riguardo la ragione pratica.
   128. Il suo ultimo effetto è di condurre l’uomo alla perfezione. Infatti non opera un bene qualsiasi, ma perfeziona. Eb 6,1: «Passiamo a ciò che è più perfetto». E perciò dice: «perché l’uomo di Dio sia completo», poiché l’uomo non può essere perfetto se non è un uomo di Dio. Infatti è perfetto ciò a cui non manca nulla. Perciò un uomo è perfetto quando è «ben preparato per ogni opera buona», non solo per quelle necessarie alla salvezza, ma anche per quelle supererogatorie. Gal 6,9: «E non stanchiamoci di fare il bene».

Testo latino di San Tommaso
(Super secundam epistolam ad Timotheum,
c. 3, lect. 3, vv. 16-17, nn. 124-128)

   Rationem autem manifestat, dicens omnis. Ubi ostendit quod sacrae litterae sunt via ad salutem. Et tria ponit. Nam commendat Scripturas ratione principii, ratione effectus utilis, et ratione ultimi fructus et profectus. Si enim consideres eius principium, habet privilegium super omnes, quia aliae sunt traditae per rationem humanam, sacra autem Scriptura est divina; ideo dicit Scriptura divinitus inspirata. 2 Petr. 1,21: non enim voluntate humana allata est aliquando prophetia, sed Spiritu Sancto inspirati locuti sunt sancti Dei homines. Iob 32,7: inspiratio Omnipotentis dat intelligentiam. Sed dices: quomodo non alia omnis Scriptura divinitus inspiratur, cum secundum Ambrosium, omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est? Dicendum est quod Deus dupliciter aliquid operatur, scilicet immediate, ut proprium opus, sicut miracula; aliquid mediantibus causis inferioribus, ut opera naturalia, Iob 10,8: manus tuae, Domine, fecerunt me, etc. quae tamen fiunt operatione naturae. Et sic in homine instruit intellectum et immediate per sacras litteras, et mediate per alias Scripturas. Effectus huius Scripturae est duplex, scilicet quia docet cognoscere veritatem, et suadet operari iustitiam. Io. 14,26: Paracletus autem Spiritus Sanctus docebit, scilicet cognoscenda, et suggeret operanda. Et ideo utilis est ad cognoscendam veritatem, et utilis est ad dirigendum in operatione. Est enim ratio speculativa, et est etiam ratio practica. Et in utroque sunt duo necessaria, scilicet quod veritatem cognoscat, et errorem refellat. Hoc enim opus est opus sapientis, scilicet non mentiri, et mentientem refellere. Quantum ad primum dicit utilis est ad docendum, scilicet veritatem. Ps. 118, v. 66: bonitatem et disciplinam et scientiam doce me. Quantum ad secundum subdit ad arguendum. Tit. I, 9: ut sis potens exhortari in doctrina sana, et eos qui contradicunt arguere. Item quantum ad practicam sunt duo necessaria, scilicet ut reducat a malo, et ad bonum inducat. Ps. 33,15: declina a malo, et fac bonum. Quantum ad primum dicit ad corripiendum, quod est corripere a malo. Matth. 18,15: si peccaverit in te frater tuus, vade, et corripe eum inter te et ipsum solum. Iob 5,17: beatus homo qui corripitur a Domino. Quantum ad secundum dicit ad erudiendum in iustitia. Et haec omnia sacra Scriptura facit. Is. 8,11: in manu forti erudivit me, et cetera. Sic ergo quadruplex est effectus sacrae Scripturae, scilicet docere veritatem, arguere falsitatem: quantum ad speculativam; eripere a malo, et inducere ad bonum: quantum ad practicam. Ultimus eius effectus est, ut perducat homines ad perfectum. Non enim qualitercumque bonum facit, sed perficit. Hebr. c. 6,1: ad perfectionem feramur. Et ideo dicit ut perfectus sit homo Dei, quia non potest homo esse perfectus, nisi sit homo Dei. Perfectum enim est, cui nihil deest. Tunc ergo homo est perfectus, quando est instructus, id est, paratus, ad omne opus bonum, non solum ad ea quae sunt de necessitate salutis, sed etiam ad ea quae sunt supererogationis. Gal. cap. 6,9: bonum autem facientes, non deficiamus.

Vangelo (Lc 18,1-8)

   In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
   E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

La fede negli ultimi giorni

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 18, lez. 2, v. 8b)

   Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra? AGOSTINO: Qui il Signore parla della fede perfetta: essa infatti difficilmente si trova sulla terra. Ecco, la Chiesa di Dio è piena: chi vi accederebbe se non ci fosse alcuna fede? Chi non trasporterebbe le montagne se la fede fosse piena? BEDA: Ma quando il Creatore onnipotente comparirà nella forma del Figlio dell’uomo, gli eletti saranno così rari che la fine di tutto il mondo sarà affrettata non tanto dalle grida dei fedeli, quanto dal torpore degli altri. Ora, ciò che il Signore dice qui in forma quasi dubitativa, non lo mette in dubbio, ma lo accusa: infatti anche noi talora, di cose che teniamo per certe, parliamo in forma dubitativa a modo di rimprovero; come se dicessimo a un servo: considera, forse sono il tuo padrone. AGOSTINO: Il Signore dice questo per mostrare che se viene meno la fede, perisce la preghiera. Quindi crediamo per pregare, e preghiamo perché la stessa fede non venga meno. La fede genera la preghiera, e la preghiera a sua volta ottiene la fermezza della fede.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 18, lect. 2, v. 8b)

   «Verumtamen Filius hominis veniens, putas, inveniet fidem in terra?». Augustinus De Verb. Dom. Dicit autem Dominus de fide quae perfecta est: ipsa enim vix invenitur in terra. Ecce plena est Ecclesia Dei: quis huc accederet, si nulla esset fides: quis non montes transferret, si plena esset fides? Beda. Cum autem omnipotens conditor in forma Filii hominis apparuerit, tanta erit raritas electorum, ut non tam ob clamorem fidelium, quam torporem aliorum, totius mundi sit acceleranda ruina. Quod autem Dominus hic quasi dubitative dicit, non dubitat, sed arguit: nam et nos aliquando de rebus quas certas habemus, increpative verbum dubitationis promimus; ut si dicatur servo: considera, forsitan dominus tuus sum. Augustinus. Hoc autem Dominus adicit, ut ostendat quod si fides deficit, oratio perit. Ergo ut oremus credamus, et ut ipsa fides non deficiat oremus. Fides fundit orationem, fusa oratio fidei impetrat firmitatem.

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