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19 ottobre – sabato Tempo Ordinario – 28a Settimana

19 ottobre – sabato Tempo Ordinario – 28a Settimana
27/02/2019 elena

19 ottobre – sabato
Tempo Ordinario – 28a Settimana

Prima lettura
(Sir 4,13.16-18)

   Fratelli, non in virtù della Legge fu data ad Abramo, o alla sua discendenza, la promessa di diventare erede del mondo, ma in virtù della giustizia che viene dalla fede. Eredi dunque si diventa in virtù della fede, perché sia secondo la grazia, e in tal modo la promessa sia sicura per tutta la discendenza: non soltanto per quella che deriva dalla Legge, ma anche per quella che deriva dalla fede di Abramo, il quale è padre di tutti noi – come sta scritto: «Ti ho costituito padre di molti popoli» – davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che non esistono. Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: «Così sarà la tua discendenza».

Abramo e la sua discendenza

San Tommaso
(Sulla lettera ai Romani,
c. 4, lez. 2, v. 13, n. 352)

   352. In primo luogo l’Apostolo suppone, basandosi sull’autorità della Genesi, la promessa fatta ad Abramo e alla sua discendenza di «diventare erede del mondo», ossia che tutti i popoli della terra sarebbero stati in lui benedetti, secondo quanto viene detto in Gen 12,3: «In te saranno benedette …».
   Dice poi: «alla sua discendenza», perché questa promessa, anche se non si compie in lui, tuttavia si sarebbe realizzata nella sua discendenza. Infatti in Gen 22,18 si dice: «Saranno benedette nella tua discendenza tutte le genti della terra».
   In questa discendenza va inteso principalmente Cristo, secondo Gal 3,16: «Ad Abramo e alla sua discendenza furono fatte le promesse». Non dice “ai discendenti”, come se fossero molti, ma «alla discendenza», come se fosse uno solo, in quanto nell’unico in cui si compie viene mostrato che è «erede del mondo», secondo il Sal 2,8: «Chiedi a me, e ti darò in eredità le genti». Secondariamente, poi, si compie in coloro che per la grazia di Cristo appartengono spiritualmente alla discendenza di Abramo. Più avanti (Rm 9,8) si dirà: «come discendenza sono considerati i figli della promessa». E questi, per mezzo di Cristo, sono eredi della terra, in quanto rinunciano a ogni cosa nella gloria degli eletti – 1 Cor 3,22 dice: «Tutto è vostro…».

Testo latino di San Tommaso
(Super epistolam ad Romanos,

c. 4, lect. 2, v. 13, n. 352)

   Supponit ergo Apostolus, primo, ex auctoritate Genes. promissionem factam Abrahae et semini eius, ut haeres esset mundi, id est, ut omnes gentes mundi in ipso benedicerentur, secundum illud Gen. 12,3: In te benedicentur, et cetera. Dicit autem ac semini eius; quia huiusmodi promissio et si in ipso non est completa, complenda tamen erat in semine eius. Dicitur enim Gen. 22,18: Benedicentur in semine tuo omnes gentes terrae. Hoc autem semen principaliter intelligitur Christus, secundum illud Gal. 3,16: Abrahae dictae sunt promissiones et semini eius. Non dicit, in seminibus, quasi in multis: sed in semine, quasi in uno, et cetera. Quia scilicet in uno in quo completur, ostenditur, ut sit haeres mundi, secundum illud Ps. 2,8: Postula a me, et dabo tibi gentes haereditatem tuam. Secundario autem completur in illis, qui per gratiam Christi sunt spiritualiter semen Abrahae. Infra 9,8: qui filii sunt promissionis aestimantur in semine. Qui etiam per Christum sunt haeredes mundi, inquantum omnia in gloria electorum cedunt. 1 Cor. 3,22: Omnia vestra sunt, et cetera.

Vangelo (Lc 12,8-12)

   In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio. Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo, gli sarà perdonato; ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato. Quando vi porteranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di come o di che cosa discolparvi, o di che cosa dire, perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire».

L’irremissibilità del peccato
contro lo Spirito Santo

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 14, a. 3, corpo)

   Il peccato contro lo Spirito Santo è detto irremissibile in diverso modo, secondo le diverse interpretazioni che si danno di esso. Se infatti il peccato contro lo Spirito Santo è l’impenitenza finale, esso è irremissibile nel senso che non viene rimesso in alcun modo. Infatti il peccato mortale in cui uno ha perseverato fino alla morte, non essendo rimesso in questa vita, non sarà perdonato neppure nel futuro. Invece secondo le altre due interpretazioni un peccato è detto irremissibile non perché non viene mai rimesso, ma perché di per sé meriterebbe di non esserlo. E merita di non essere rimesso in due sensi. Primo, quanto al castigo. Infatti chi pecca per ignoranza o per debolezza merita un castigo minore, mentre chi pecca per malizia non ha scuse che possano sminuire il castigo. Parimenti chi bestemmiava contro il Figlio dell’uomo prima della manifestazione della sua divinità poteva avere una scusa nell’infermità della carne che vedeva in lui, e meritava così un castigo minore, ma chi bestemmiava la stessa divinità, attribuendo al demonio le opere dello Spirito Santo, non aveva alcuna scusa che ne diminuisse la pena. Per cui il Crisostomo nel suo commento afferma che questo peccato non fu perdonato agli Ebrei né in questo secolo né in quello futuro, essendo essi stati puniti dai Romani nella vita presente, e condannati all’inferno nella vita futura. E anche S. Atanasio ricorre all’esempio degli antichi Ebrei, i quali prima si lamentarono contro Mosè per la mancanza del pane e dell’acqua – e il Signore li sopportò con pazienza, avendo essi una scusa nella fragilità della loro carne –, ma in seguito peccarono più gravemente – quasi bestemmiando contro lo Spirito Santo con l’attribuzione a un idolo dei benefici di Dio che li aveva tratti dall’Egitto – allorché gridarono [Es 32,4]: Questi sono i tuoi dei, o Israele, che ti hanno fatto uscire dal paese d’Egitto. Perciò il Signore li fece punire nel tempo, poiché perirono in quel giorno quasi tremila uomini [Es 32,28]; e minacciò un castigo futuro: Nel giorno della mi visita li punirò per il loro peccato [Es 32,34]. Secondo, questa irremissibilità può essere intesa quanto alla colpa: cioè come si dice incurabile una certa malattia stando alla sua natura, sebbene Dio possa anche guarirla: come quando essa colpisce i mezzi con i quali può essere curata, togliendo ad es. la virtù della natura, oppure provocando la nausea del cibo e della medicina. E così anche il peccato contro lo Spirito Santo è detto irremissibile per sua natura, in quanto esclude ciò mediante cui si compie la remissione dei peccati. Ciò però non impedisce all’onnipotenza e alla misericordia di Dio di trovare la via del perdono e della guarigione che talora sana spiritualmente anche costoro in modo quasi miracoloso.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 13, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod secundum diversas acceptiones peccati in Spiritum Sanctum, diversimode irremissibile dicitur. Si enim dicatur peccatum in Spiritum Sanctum finalis impoenitentia, sic dicitur irremissibile quia nullo modo remittitur. Peccatum enim mortale in quo homo perseverat usque ad mortem, quia in hac vita non remittitur per poenitentiam, nec etiam in futuro dimittetur. Secundum autem alias duas acceptiones dicitur irremissibile, non quia nullo modo remittatur, sed quia, quantum est de se, habet meritum ut non remittatur. Et hoc dupliciter. Uno modo, quantum ad poenam. Qui enim ex ignorantia vel infirmitate peccat, minorem poenam meretur, qui autem ex certa malitia peccat, non habet aliquam excusationem unde eius poena minuatur. Similiter etiam qui blasphemabat in Filium hominis, eius divinitate nondum revelata, poterat habere aliquam excusationem propter infirmitatem carnis quam in eo aspiciebat, et sic minorem poenam merebatur, sed qui ipsam divinitatem blasphemabat, opera Spiritus Sancti diabolo attribuens, nullam excusationem habebat unde eius poena diminueretur. Et ideo dicitur, secundum expositionem Chrysostomi, hoc peccatum Iudaeis non remitti neque in hoc saeculo neque in futuro, quia pro eo passi sunt poenam et in praesenti vita per Romanos, et in futura vita in poena Inferni. Sicut etiam Athanasius inducit exemplum de eorum parentibus, qui primo quidem contra Moysen contenderunt propter defectum aquae et panis, et hoc Dominus sustinuit patienter, habebant enim excusationem ex infirmitate carnis. Sed postmodum gravius peccaverunt quasi blasphemantes in Spiritum Sanctum, beneficia Dei qui eos de Aegypto eduxerat, idolo attribuentes, cum dixerunt [Ex. 32,4], hi sunt dii tui, Israel, qui te eduxerunt de terra Aegypti. Et ideo Dominus et temporaliter fecit eos puniri, quia ceciderunt in die illo quasi tria millia hominum [Ex. 32,4]; et in futurum eis poenam comminatur, dicens, ego autem in die ultionis visitabo hoc peccatum eorum [Ex. 32,4]. Alio modo potest intelligi quantum ad culpam, sicut aliquis dicitur morbus incurabilis secundum naturam morbi, per quem tollitur id ex quo morbus potest curari, puta cum morbus tollit virtutem naturae, vel inducit fastidium cibi et medicinae; licet etiam talem morbum Deus possit curare. Ita etiam peccatum in Spiritum Sanctum dicitur irremissibile secundum suam naturam, inquantum excludit ea per quae fit remissio peccatorum. Per hoc tamen non praecluditur via remittendi et sanandi omnipotentiae et misericordiae Dei, per quam aliquando tales quasi miraculose spiritualiter sanantur.

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