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17 ottobre – giovedì Memoria di Sant’Ignazio di Antiochia Tempo Ordinario – 28a Settimana

17 ottobre – giovedì Memoria di Sant’Ignazio di Antiochia Tempo Ordinario – 28a Settimana
27/02/2019 elena

17 ottobre – giovedì
Memoria di
Sant’Ignazio di Antiochia
Tempo Ordinario – 28a Settimana

Prima lettura
(Rm 3,21-30a)

   Fratelli, ora, indipendentemente dalla Legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla Legge e dai Profeti: giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue, a manifestazione della sua giustizia per la remissione dei peccati passati mediante la clemenza di Dio, al fine di manifestare la sua giustizia nel tempo presente, così da risultare lui giusto e rendere giusto colui che si basa sulla fede in Gesù. Dove dunque sta il vanto? È stato escluso! Da quale legge? Da quella delle opere? No, ma dalla legge della fede. Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge. Forse Dio è Dio soltanto dei Giudei? Non lo è anche delle genti? Certo, anche delle genti! Poiché unico è Dio.

La giustificazione mediante la fede

San Tommaso
(Sulla lettera ai Romani,
c. 3, lez. 4, v. 28, n. 317)

   v. 28. Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge. Quando dice: Noi riteniamo infatti, mostra in che modo, mediante la fede, viene esclusa la gloria dei Giudei, dicendo: riteniamo infatti, noi Apostoli ammaestrati da Cristo sulla verità, che l’uomo, chiunque egli sia, Giudeo o Gentile, è giustificato per la fede. Atti 15,9: «purificando i loro cuori con la fede». E ciò «indipendentemente dalle opere della Legge».
   E non solo indipendentemente dalle opere cerimoniali, che non davano la grazia ma solamente la significavano, ma anche indipendentemente dalle opere dei precetti morali, secondo Tt 3,5: «non in virtù di opere di giustizia da noi compiute». Tuttavia in modo tale da intendere indipendentemente dalle opere che precedono la giustizia, ma non da quelle che la conseguono, poiché, come si dice in Gc 2,26: «La fede senza le opere», cioè quelle susseguenti, «è morta». Quindi non può giustificare.

Testo latino di San Tommaso
(Super epistolam ad Romanos,

c. 3, lect. 4, v. 28, n. 317)

   Deinde cum dicit arbitramur enim, ostendit modum quo per legem fidei gloria Iudaeorum excluditur, dicens: arbitramur enim nos apostoli, veritatem a Christo edocti, hominem quemcumque, sive Iudaeum sive gentilem, iustificari per fidem. Act. 15,9: fide purificans corda eorum. Et hoc sine operibus legis. Non autem solum sine operibus caeremonialibus, quae gratiam non conferebant, sed solum significabant, sed etiam sine operibus moralium praeceptorum, secundum illud ad Tit. 3,5: non ex operibus iustitiae quae fecimus nos, et cetera. Ita tamen quod hoc intelligat sine operibus praecedentibus iustitiam, non autem sine operibus consequentibus, quia, ut dicitur Iac. 2,26: fides sine operibus, scilicet subsequentibus, mortua est. Et ideo iustificare non potest.

Vangelo (Lc 11,47-54)

   In quel tempo, il Signore disse: «Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. Così voi testimoniate e approvate le opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite. Per questo la sapienza di Dio ha detto: “Manderò loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno”, perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo: dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccarìa, che fu ucciso tra l’altare e il santuario. Sì, io vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione. Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito». Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca.

Le insidie dei Farisei

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 11, lez. 12, vv. 53-54)

   BEDA: Ma quanto vere fossero le accuse di incredulità, ipocrisia ed empietà addotte contro i Farisei e i dottori della Legge, lo provano essi stessi non ravvedendosi, ma cercando di aggredire con insidie il Maestro della verità; infatti continua: Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile. CIRILLO: Questo tra trattarlo in modo ostile (insistere) viene preso o come incalzare o come invidiare o come incrudelire. Infatti cominciarono a interrompere il suo discorso su molti punti; per cui prosegue: e a farlo parlare su molti argomenti. TEOFILATTO: Infatti, quando molti interrogano una persona su diversi argomenti, poiché essa non può rispondere contemporaneamente a tutti, la gente stolta pensa che dubiti. Infatti con questo tranello essi cercavano di metterlo in difficoltà; ma si sforzavano di tappargli la bocca anche in un altro modo, ossia inducendolo a dire qualcosa con cui potesse venire condannato; perciò prosegue: tendendogli insidie per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca. Ciò che in precedenza aveva detto forzare (opprimere), ora dice sorprendere (capere), oppure rapire qualche parola uscita dalla sua bocca. Ora lo interrogavano riguardo alla Legge per criticarlo come un bestemmiatore in quanto accusava Mosè, mentre altre volte lo interrogavano riguardo a Cesare, per poterlo accusare come un traditore e un ribelle contro la maestà imperiale.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 11, lect. 12, vv. 53-54)

   Beda. Quam autem vera perfidiae, simulationis et impietatis suae crimina audierint Pharisaei et legisperiti, ipsi testantur, qui non resipiscere, sed doctorem veritatis insidiis moliuntur aggredi; sequitur enim cum autem hoc ad illos diceret, coeperunt Pharisaei et legisperiti graviter insistere. Cyrillus. Sumitur autem insistere pro instare, vel invidere, vel saevire. Coeperunt autem interrumpere sermonem eius in pluribus; unde sequitur et os eius opprimere de multis. Theophylactus. Cum enim plures interrogant unum de diversis materiis, cum nequeat simul omnibus respondere, videtur insipientibus quod dubitet. Hoc igitur ingeniabantur et illi nefarii contra ipsum; sed et aliter quaerebant os eius opprimere; scilicet ut provocarent eum ad aliquid dicendum, unde posset damnari; unde sequitur insidiantes ei, et quaerentes aliquid capere de ore eius, ut accusarent eum. Quod primo dixerat opprimere, nunc dicit capere, vel rapere, aliquid ex ore eius. Interrogabant eum nunc quidem de lege, ut arguant eum quasi blasphemum obloquentem de Moyse; nunc vero de Caesare, ut accusent eum tamquam insidiosum et hostem maiestatis Caesareae.

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