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16 ottobre – mercoledì Tempo Ordinario – 28a Settimana

16 ottobre – mercoledì Tempo Ordinario – 28a Settimana
27/02/2019 elena

16 ottobre – mercoledì
Tempo Ordinario – 28a Settimana

Prima lettura (Rm 2,1-11)

   Chiunque tu sia, o uomo che giudichi, non hai alcun motivo di scusa perché, mentre giudichi l’altro, condanni te stesso; tu che giudichi, infatti, fai le medesime cose. Eppure noi sappiamo che il giudizio di Dio contro quelli che commettono tali cose è secondo verità. Tu che giudichi quelli che commettono tali azioni e intanto le fai tu stesso, pensi forse di sfuggire al giudizio di Dio? O disprezzi la ricchezza della sua bontà, della sua clemenza e della sua magnanimità, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione? Tu, però, con il tuo cuore duro e ostinato, accumuli collera su di te per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio, che renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che, perseverando nelle opere di bene, cercano gloria, onore, incorruttibilità; ira e sdegno contro coloro che, per ribellione, disobbediscono alla verità e obbediscono all’ingiustizia. Tribolazione e angoscia su ogni uomo che opera il male, sul Giudeo, prima, come sul Greco; gloria invece, onore e pace per chi opera il bene, per il Giudeo, prima, come per il Greco: Dio infatti non fa preferenza di persone.

Tu che giudichi, sei inescusabile

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 33, a. 5,
in contrario e corpo)

   S. Isidoro afferma: «Non deve correggere i vizi altrui chi è soggetto ai vizi». E in Rm 2 [1] è detto: Mentre giudichi gli altri, condanni te stesso: infatti tu che giudichi fai le medesime cose.
   Come si è già detto, la correzione del peccatore spetta a qualcuno in quanto vige in lui il retto giudizio della ragione. Ora il peccato, come si è visto, non elimina il bene naturale totalmente, in modo che nel peccatore non rimanga nulla del retto giudizio della ragione. In forza dunque di questa rettitudine egli è in grado di rimproverare il peccato di un altro. – Tuttavia col peccato precedente viene posto un ostacolo a questa correzione per tre motivi. Primo, perché col peccato uno si rende indegno di correggere gli altri. E specialmente se egli ha commesso un peccato più grave, non è in grado di correggere un altro di un peccato più piccolo. Per cui a commento di Mt 7 [3]: Perché osservi la pagliuzza…, S. Girolamo dice: «Il Signore qui parla di coloro i quali, essendo colpevoli di peccati mortali, non ammettono nei loro fratelli peccati più piccoli». – Secondo, la correzione è resa inopportuna per lo scandalo che la accompagna, se il peccato di chi vuol correggere è conosciuto: perché così egli mostra di correggere non per carità, ma per ostentazione. Per cui il Crisostomo così commenta il passo di Mt 7 [4], Come puoi dire al tuo fratello..., «Con quale intenzione? Lo fai forse per carità, per salvare il tuo fratello? No: perché prima salveresti te stesso. Perciò tu non vuoi salvare gli altri, ma vuoi nascondere con la bontà dell’insegnamento la cattiva condotta, e cercare presso gli uomini la lode della scienza». – Terzo, per la superbia di chi fa la correzione: perché così uno minimizza i propri peccati, e in cuor suo preferisce se stesso al prossimo giudicandone con severità le colpe come se lui fosse onesto. Per cui S. Agostino afferma: «Accusare i vizi è compito dei buoni; e quando lo fanno i cattivi, ne usurpano le parti». Perciò, come S. Agostino ammonisce, «quando siamo costretti a riprendere qualcuno, pensiamo se si tratta di un vizio che noi non abbiamo mai avuto: e allora riflettiamo che siamo uomini, e avremmo potuto averlo. E se si tratta di un vizio che abbiamo avuto nel passato e adesso non abbiamo più, allora ricordiamoci della comune fragilità, affinché quella correzione non sia preceduta dall’odio, ma dalla misericordia. Se poi ci accorgiamo di essere nel medesimo difetto, non rimproveriamo, ma piangiamo insieme e invitiamo gli altri a pentirsi con noi». – Da queste parole dunque risulta che, se il peccatore corregge con umiltà non pecca, e non merita una nuova condanna; sebbene allora egli si mostri condannabile per il peccato commesso o di fronte alla coscienza del proprio fratello, o almeno di fronte alla propria.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 33, a. 5,

sed contra e corpus)

   Sed contra est quod Isidorus dicit, in libro De summo bono, non debet vitia aliorum corrigere qui est vitiis subiectus. Et Rom. 2 [1] dicitur, in quo alium iudicas, teipsum condemnas, eadem enim agis quae iudicas.
   Respondeo dicendum quod, sicut dictum est [a. 3 ad 2-3], correctio delinquentis pertinet ad aliquem inquantum viget in eo rectum iudicium rationis. Peccatum autem, ut supra [I-II, q. 85 a. 2] dictum est, non tollit totum bonum naturae, quin remaneat in peccante aliquid de recto iudicio rationis. Et secundum hoc potest sibi competere alterius delictum arguere. – Sed tamen per peccatum praecedens impedimentum quoddam huic correctioni affertur, propter tria. Primo quidem, quia ex peccato praecedenti indignus redditur ut alium corrigat. Et praecipue si maius peccatum commisit, non est dignus ut alium corrigat de minori peccato. Unde super illud Matth. 7 [3], quid vides festucam etc., dicit Hieronymus, de his loquitur qui, cum mortali crimine detineantur obnoxii, minora peccata fratribus non concedunt. – Secundo, redditur indebita correctio propter scandalum, quod sequitur ex correctione si peccatum corripientis sit manifestum, quia videtur quod ille qui corrigit non corrigat ex caritate, sed magis ad ostentationem. Unde super illud Matth. 7 [4], quomodo dicis fratri tuo etc., exponit Chrysostomus, in quo proposito? Puta ex caritate, ut salves proximum tuum? Non, quia teipsum ante salvares. Vis ergo non alios salvare, sed per bonam doctrinam malos actus celare, et scientiae laudem ab hominibus quaerere. – Tertio modo, propter superbiam corripientis, inquantum scilicet aliquis, propria peccata parvipendens, seipsum proximo praefert in corde suo, peccata eius austera severitate diiudicans, ac si ipse esset iustus. Unde Augustinus dicit, in libro De serm. Dom. in monte, accusare vitia officium est bonorum, quod cum mali faciunt, alienas partes agunt. Et ideo, sicut Augustinus dicit in eodem, cogitemus, cum aliquem reprehendere nos necessitas coegerit, utrum tale sit vitium quod nunquam habuimus, et tunc cogitemus nos homines esse, et habere potuisse. Vel tale quod habuimus et iam non habemus, et tunc tangat memoriam communis fragilitas, ut illam correctionem non odium sed misericordia praecedat. Si autem invenerimus nos in eodem vitio esse, non obiurgemus, sed congemiscamus et ad pariter poenitendum invitemus. – Ex his igitur patet quod peccator, si cum humilitate corripiat delinquentem, non peccat, nec sibi novam condemnationem acquirit; licet per hoc vel in conscientia fratris, vel saltem sua, pro peccato praeterito condemnabilem se esse ostendat.

Vangelo (Lc 11,42-46)

   In quel tempo, il Signore disse: «Guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo». Intervenne uno dei dottori della Legge e gli disse: «Maestro, dicendo questo, tu offendi anche noi». Egli rispose: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!».

Le abluzioni dei Farisei

San Tommaso
(S. Th. III, q. 38, a. 1, soluzione 3)

   3. Quelle abluzioni dei Farisei erano inutili in quanto avevano per scopo la sola mondezza corporale. Ma il battesimo di Giovanni era ordinato alla mondezza spirituale: poiché induceva gli uomini alla penitenza, come si è notato.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 38, a. 1, ad tertium)

   Ad tertium dicendum quod Baptismata illa Pharisaeorum erant inania, utpote ad solam munditiam carnis ordinata. Sed Baptismus Ioannis ordinabatur ad munditiam spiritualem, inducebat enim homines ad poenitentiam, ut dictum est [in co.].

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