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13 ottobre 28a Domenica del Tempo Ordinario

13 ottobre 28a Domenica del Tempo Ordinario
27/02/2019 elena

13 ottobre
28a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura
(2 Re 5,14-17)

   In quei giorni, Naamàn [, il comandante dell’esercito del re di Aram,] scese e si immerse nel Giordano sette volte, secondo la parola di Elisèo, uomo di Dio, e il suo corpo ridivenne come il corpo di un ragazzo; egli era purificato [dalla sua lebbra].
   Tornò con tutto il seguito da [Elisèo,] l’uomo di Dio; entrò e stette davanti a lui dicendo: «Ecco, ora so che non c’è Dio su tutta la terra se non in Israele. Adesso accetta un dono dal tuo servo». Quello disse: «Per la vita del Signore, alla cui presenza io sto, non lo prenderò». L’altro insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò.
   Allora Naamàn disse: «Se è no, sia permesso almeno al tuo servo di caricare qui tanta terra quanta ne porta una coppia di muli, perché il tuo servo non intende compiere più un olocausto o un sacrificio ad altri dèi, ma solo al Signore».

La vera fede e il battesimo

San Tommaso
(S. Th. III, q. 68, a. 8, corpo, soluzioni 2 e 3)

   Come risulta dalle cose già dette, due effetti sono prodotti nell’anima attraverso il battesimo: il carattere e la grazia. Una cosa può quindi essere necessaria al battesimo in due modi. Primo, come indispensabile per avere la grazia, che è l’effetto ultimo del sacramento. E in questo senso la vera fede è necessaria al battesimo, poiché la giustizia di Dio si ha per mezzo della fede in Gesù Cristo (Rm 3,22). – Secondo, una cosa può essere necessaria al battesimo come indispensabile per ricevere il carattere battesimale. E in questo senso non si richiede necessariamente nel battesimo la vera fede del battezzando, come neppure la vera fede del battezzante, purché ci siano tutte le altre condizioni necessarie alla validità del sacramento. Questa infatti non dipende dalla santità di chi lo amministra, o di chi lo riceve, ma dalla virtù di Dio.
   2. La Chiesa intende battezzare gli uomini perché siano purificati dal peccato, secondo le parole di Is 27 [9]: Tutto il frutto sarà questo: che il peccato sia tolto. Di conseguenza, per quanto dipende da lei, non intende dare il battesimo se non a coloro che hanno la vera fede, senza la quale non c’è la remissione dei peccati. Per questo chiede ai battezzandi se credono. Che se poi qualcuno senza la vera fede riceve il battesimo fuori della Chiesa, non lo riceve a sua salvezza. Da cui le parole di S. Agostino: «La Chiesa viene paragonata al paradiso per indicare che gli uomini possono certamente ricevere il suo battesimo anche fuori di essa, ma non possono fuori di essa ricevere o mantenere la salvezza della beatitudine».
   3. Chi non ha la vera fede sugli altri articoli [del Credo] la può tuttavia avere nei riguardi del sacramento del battesimo, e quindi non è escluso che possa avere l’intenzione di ricevere questo sacramento. Che se poi il suo errore abbraccia anche questo sacramento, gli basta, per riceverlo, l’intenzione generale di ricevere il battesimo come Cristo lo ha istituito e la Chiesa lo amministra.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 68, a. 8,

corpus, ad secundum e ad tertium)

   Respondeo dicendum quod, sicut ex dictis [q. 63 a. 6; q. 66 a. 9] patet, duo efficiuntur in anima per Baptismum, scilicet character et gratia. Dupliciter ergo aliquid ex necessitate requiritur ad Baptismum. Uno modo, sine quo gratia haberi non potest, quae est ultimus effectus sacramenti. Et hoc modo recta fides ex necessitate requiritur ad Baptismum, quia, sicut dicitur Rom. 3 [22], iustitia Dei est per fidem Iesu Christi. – Alio modo requiritur aliquid ex necessitate ad Baptismum, sine quo character Baptismi imprimi non potest. Et sic recta fides baptizati non requiritur ex necessitate ad Baptismum, sicut nec recta fides baptizantis, dummodo adsint cetera quae sunt de necessitate sacramenti. Non enim sacramentum perficitur per iustitiam hominis dantis vel suscipientis Baptismum, sed per virtutem Dei.
   Ad secundum dicendum quod Ecclesia intendit homines baptizare ut emundentur a peccato, secundum illud Isaiae 27 [9], hic est omnis fructus, ut auferatur peccatum. Et ideo, quantum est de se, non intendit dare Baptismum nisi habentibus rectam fidem, sine qua non est remissio peccatorum. Et propter hoc interrogat ad Baptismum accedentes, an credant. Si tamen sine recta fide aliquis Baptismum suscipiat extra Ecclesiam, non percipit illud ad suam salutem. Unde Augustinus dicit, Ecclesia Paradiso comparata indicat nobis posse quidem Baptismum eius homines etiam foris accipere, sed salutem beatitudinis extra eam neminem percipere vel tenere.
   Ad tertium dicendum quod etiam non habens rectam fidem circa alios articulos, potest habere rectam fidem circa sacramentum Baptismi, et ita non impeditur quin possit habere intentionem suscipiendi sacramentum Baptismi. Si tamen etiam circa hoc sacramentum non recte sentiat, sufficit ad perceptionem sacramenti generalis intentio qua intendit suscipere Baptismum sicut Christus instituit, et sicut Ecclesia tradit.

Seconda lettura
(2 Tm 2,8-13)

   Figlio mio, ricòrdati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore.
   Ma la parola di Dio non è incatenata! Perciò io sopporto ogni cosa per quelli che Dio ha scelto, perché anch’essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù, assieme alla gloria eterna.
   Questa parola è degna di fede: Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso.

Il fine del martirio

San Tommaso
(Sulla seconda lettera a Timoteo,
c. 2, lez. 2, v. 10, n. 52)

   52. Poi quando dice: «Perciò io sopporto ogni cosa», mostra la causa, poiché non rende martire la pena, ma la causa.
   Ora, la causa del martirio è duplice, cioè per l’onore divino, e per la salvezza del prossimo. Anzitutto per Dio, poiché in Rm 8,36 si dice: «Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno». Poi per la salvezza del prossimo, poiché qui dice: «per quelli che Dio ha scelto». Gv 15,13: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». 1 Gv 3,16: «Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli».
   E dice: «per quelli che Dio ha scelto» perché ogni cosa ben fatta torna a vantaggio specialmente degli eletti, non dei reprobi.
   E in che modo? «Perché anch’essi raggiungano la salvezza». Ma non è forse sufficiente la passione di Cristo? Bisogna dire che lo è nel senso dell’efficacia, ma la passione dell’Apostolo era conveniente per due ragioni. Primo, poiché dava un esempio di perseveranza nella fede; secondo poiché la fede veniva consolidata, e per questo motivo erano condotti alla salvezza. E questo «in Cristo», cioè essa viene a noi per mezzo di lui. Mt 1,21: «Egli salverà il suo popolo dai suoi peccati». E ciò non solo per quanto concerne la salvezza presente nella grazia, ma anche «assieme alla gloria eterna». Mt 5,12: «Grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Testo latino di San Tommaso
(Super secundam epistolam ad Timotheum,
c. 2, lect. 2, v. 10, n. 52)

   Deinde cum dicit ideo omnia sustineo, ostendit causam, quia martyrem non poena facit, sed causa. Duplex autem est causa martyrii, scilicet propter divinum honorem, et salutem proximi. Propter Deum quidem, quia Rom. 8, v. 36: propter te mortificamur tota die. Propter salutem proximorum, quia dicit hic propter electos. Io. 15,13: maiorem charitatem nemo habet, ut animam suam ponat quis pro amicis suis. 1 Io. 3,16: quoniam ille pro nobis animam suam posuit, et nos debemus pro fratribus animas ponere. Et dicit propter electos, quia quaecumque bona fiunt, specialiter cedunt in bonum electorum, non reproborum. Et quomodo? Ut et ipsi salutem consequantur. Sed numquid sufficit passio Christi? Dicendum est, quod sic effective, sed passio apostoli dupliciter expediebat. Primo quia dabat exemplum persistendi in fide; secundo quia confirmabatur fides, et ex hoc inducebantur ad salutem. Et hoc in Christo, id est, quae venit nobis per eum. Matth. 1,21: ipse enim salvum faciet populum a peccatis eorum. Et hoc non solum salutem, gratiae praesentem, sed etiam cum gloria caelesti. Matth. c. 5,12: merces vestra copiosa est in caelis.

Vangelo (Lc 17,11-19)

   Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
   Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
   Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
   Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Dovere del ringraziamento

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 17, lez. 5, vv. 11-14)

   AMBROGIO: Dopo la parabola suddetta vengono biasimati gli ingrati; infatti si dice: Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa. TITO: Per mostrare che i Samaritani erano benevoli, mentre i Giudei erano ingrati riguardo ai benefici suddetti; c’era infatti dissidio tra i Samaritani e i Giudei, e per mettere pace tra di loro egli passa in mezzo a entrambi per fare di essi un solo uomo nuovo. CIRILLO: Quindi il Salvatore manifesta la sua gloria attraendo Israele alla fede; per cui segue: Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che erano stati espulsi dalle città e dai castelli, ed erano come immondi secondo il rito della legge mosaica. TITO: Essi vivevano in comune sentendosi solidali fra loro in quanto partecipi della stessa disgrazia; e aspettavano il passaggio di Gesù, guardando ansiosamente alla sua venuta; perciò prosegue: si fermarono a distanza; e questo perché la legge dei Giudei giudicava la lebbra immonda, mentre la legge evangelica considera immonda non la lebbra esteriore, ma quella interiore. TEOFILATTO: Si fermarono a distanza quasi vergognandosi per l’immondezza che veniva loro attribuita; pensavano infatti che Gesù li avrebbe guardati con ribrezzo come facevano gli altri. Perciò si fermarono a distanza; ma poi si avvicinarono supplicando: infatti «Il Signore è vicino a quanti lo invocano, a quanti lo cercano con cuore sincero» (Sal 144,18); perciò continua: e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». TITO: Dicono il nome di Gesù e ottengono la realtà; infatti Gesù si interpreta Salvatore; dicono: abbi pietà di noi!, grazie all’esperienza del suo potere; infatti non chiedono né oro né argento, ma di ottenere un aspetto sano del loro corpo. TEOFILATTO: Non lo supplicano semplicemente, né lo pregano come un essere mortale, ma lo chiamano maestro, ossia Signore, quasi come considerandolo Dio. Ma egli chiede loro di presentarsi ai sacerdoti; per cui continua: Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti»; infatti quelli verificavano se fossero stati liberati dalla lebbra oppure no. CIRILLO: Inoltre la legge prescriveva che i mondati dalla lebbra offrissero un sacrificio per la purificazione. TEOFILATTO: Pertanto comandare loro di recarsi dai sacerdoti non significava se non che dovevano essere curati; per cui prosegue: E mentre essi andavano, furono purificati. CIRILLO: Con ciò i sommi sacerdoti dei Giudei, che erano gelosi della sua gloria, potevano conoscere che erano stati guariti improvvisamente e miracolosamente da Cristo, il quale aveva concesso loro la salute.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 17, lect. 5, vv. 11-13a)

   Ambrosius. Post praedictam parabolam reprehenduntur ingrati; dicitur enim et factum est, dum iret Iesus in Ierusalem, transibat per mediam Samariam et Galilaeam. Titus. Ut ostendat quod Samaritani quidem benevoli, Iudaei vero praedictis beneficiis sunt ingrati: erat enim discordia inter Samaritanos et Iudaeos: quam ipse quasi pacificans inter utrosque transit, ut utrosque compingat in unum novum hominem. Cyrillus. Deinde suam gloriam salvator manifestat, attrahens ad fidem Israel; unde sequitur et cum ingrederetur quoddam castellum, occurrerunt ei decem viri leprosi, ab urbibus et oppidis expulsi, et quasi immundi ritu legis Mosaicae. Titus. Conversabantur autem ad invicem, quia fecerat eos unanimes communitas passionis; et praestolabantur transitum Iesu, solliciti donec advenientem Christum viderent; unde sequitur qui steterunt a longe: eo quod lex Iudaeorum lepram immundam iudicat; lex autem evangelica non externam, sed internam asserit esse immundam. Theophylactus. A longe ergo stabant quasi verecundantes de immunditia quae eis imputabatur: putabant enim quod Christus eos fastidiret ad modum aliorum. Sic ergo astiterunt loco, sed facti sunt proximi deprecando: prope enim est Dominus omnibus invocantibus eum in veritate; unde sequitur et levaverunt vocem, dicentes: Iesu praeceptor, miserere nostri. Titus. Dicunt nomen Iesu, et lucrifaciunt rem; nam Iesus interpretatur salvator: dicunt miserere nobis, propter experientiam virtutis eius; neque argentum petentes neque aurum, sed ut aspectum corporis sanum obtineant. Theophylactus. Nec simpliciter obsecrant eum, nec rogant eum ut mortalem: vocat eum praeceptorem, idest Dominum, quo pene videntur hunc opinari Deum. At ipse iubet illis ut ostenderent se sacerdotibus; unde sequitur quos ut vidit, dixit: ite, ostendite vos sacerdotibus: ipsi enim experiebantur si mundati forent a lepra vel non. Cyrillus. Lex etiam mundatos a lepra iubebat offerre sacrificium causa purgationis. Theophylactus. Iubere ergo eis ut irent ad sacerdotes, nihil aliud innuebat nisi quod debebant curari; unde sequitur et factum est, dum irent, mundati sunt. Cyrillus. In quo Iudaeorum pontifices aemuli gloriae eius cognoscere poterant quod inopinate et mirifice sanati sunt, concedente Christo eis salutem.

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