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7 ottobre – lunedì Memoria della Beata Vergine Maria del Rosario Tempo Ordinario – 27a Settimana

7 ottobre – lunedì Memoria della Beata Vergine Maria del Rosario Tempo Ordinario – 27a Settimana
27/02/2019 elena

7 ottobre – lunedì
Memoria della Beata Vergine Maria
del Rosario
Tempo Ordinario – 27a Settimana

Prima lettura
(Gn 1,1-2,1.11)

   In quei giorni, fu rivolta a Giona, figlio di Amittài, questa parola del Signore: «Àlzati, va’ a Nìnive, la grande città, e in essa proclama che la loro malvagità è salita fino a me». Giona invece si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s’imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore. Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e vi fu in mare una tempesta così grande che la nave stava per sfasciarsi. I marinai, impauriti, invocarono ciascuno il proprio dio e gettarono in mare quanto avevano sulla nave per alleggerirla. Intanto Giona, sceso nel luogo più in basso della nave, si era coricato e dormiva profondamente. Gli si avvicinò il capo dell’equipaggio e gli disse: «Che cosa fai così addormentato? Àlzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo». Quindi dissero fra di loro: «Venite, tiriamo a sorte per sapere chi ci abbia causato questa sciagura». Tirarono a sorte e la sorte cadde su Giona. Gli domandarono: «Spiegaci dunque chi sia la causa di questa sciagura. Qual è il tuo mestiere? Da dove vieni? Qual è il tuo paese? A quale popolo appartieni?». Egli rispose: «Sono Ebreo e venero il Signore, Dio del cielo, che ha fatto il mare e la terra». Quegli uomini furono presi da grande timore e gli domandarono: «Che cosa hai fatto?». Infatti erano venuti a sapere che egli fuggiva lontano dal Signore, perché lo aveva loro raccontato. Essi gli dissero: «Che cosa dobbiamo fare di te perché si calmi il mare, che è contro di noi?». Infatti il mare infuriava sempre più. Egli disse loro: «Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia». Quegli uomini cercavano a forza di remi di raggiungere la spiaggia, ma non ci riuscivano, perché il mare andava sempre più infuriandosi contro di loro. Allora implorarono il Signore e dissero: «Signore, fa’ che noi non periamo a causa della vita di quest’uomo e non imputarci il sangue innocente, poiché tu, Signore, agisci secondo il tuo volere». Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. Quegli uomini ebbero un grande timore del Signore, offrirono sacrifici al Signore e gli fecero promesse. Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. E il Signore parlò al pesce ed esso rigettò Giona sulla spiaggia.

Il segno di Giona

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Matteo,
c. 12, lez. 12, v. 40)

   Come Giona fu nel ventre del pesce per tre giorni e tre notti. RABANO: Mostra che i Giudei erano colpevoli come i Niniviti, e se non avessero fatto penitenza erano prossimi alla rovina. Ma come a quelli viene fatto conoscere il castigo e mostrato il rimedio, così i Giudei non devono disperare del perdono se, almeno dopo la risurrezione di Cristo, faranno penitenza. Giona infatti, cioè colomba, o dolente, è un segno di colui sopra il quale discese lo Spirito Santo in forma di colomba, e che portò i nostri dolori. Il pesce che divorò Giona nel mare significa la morte che Cristo patì nel mondo. Quello rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, e questo nel sepolcro; quello fu gettato sulla spiaggia, questo risorse nella gloria.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Matthaeum,

c. 12, lect. 12, v. 40)

   Rabanus. Ostendit Iudaeos ad instar Ninivitarum criminosos, et nisi poeniterent, subversioni proximos. Sed sicut illis denuntiatur supplicium et demonstratur remedium, ita Iudaei non debent desperare veniam, si saltem post Christi resurrectionem egerint poenitentiam. Ionas enim, idest columba, vel dolens, signum est eius super quem descendit Spiritus Sanctus in specie columbae, et qui dolores nostros portavit. Piscis qui Ionam devoravit in pelago, significat mortem quam Christus passus est in mundo. Tribus diebus et noctibus fuit ille in ventre ceti, et iste in sepulchro; ille eiectus est in aridam, iste resurrexit in gloriam.

Vangelo (Lc 10,25-37)

   In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

La legge via alla vita eterna

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 10, lez. 8, v. 25)

   BEDA: In precedenza il Signore aveva detto che i loro nomi sono scritti nei cieli, per cui penso che da ciò l’esperto della Legge abbia tratto lo spunto per tentare il Signore; pertanto si dice: In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù. CIRILLO: C’erano infatti dei parolai che percorrevano tutta la regione dei Giudei e accusavano il Signore perché avrebbe affermato che la Legge di Mosè era inutile, per cui proponeva alcune nuove dottrine. Perciò un dottore della legge, volendo sedurre il Signore perché dicesse qualche cosa contro Mosè, si accosta a lui per tentarlo, chiamandolo Maestro, sebbene non accettasse di venire ammaestrato. E poiché il Signore era solito parlare di vita eterna a coloro che si recavano da lui, usa il suo linguaggio. E poiché lo tentava astutamente, non riceve come risposta se non il comando dato da Mosè; perciò segue: Gli disse: che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi? AMBROGIO: Tra quanti si ritenevano dottori della Legge ce n’erano alcuni che, pur ritenendo le parole della Legge, di fatto ignoravano la forza della Legge. Ora, partendo da un capitolo della Legge stessa il Signore dimostra loro che ignoravano la Legge, mostrando che sin dall’inizio essa parlava del Padre e del Figlio e annunziava il mistero dell’Incarnazione del Signore. Perciò continua: Costui rispose: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente. BASILIO: Con l’espressione: con tutta la tua mente, egli non ammette una divisione dell’amore verso altre cose, perché qualsiasi amore tu riversi su altre cose inferiori, esso viene necessariamente sottratto al tutto. Come infatti in un vaso pieno di liquido quanto fuoriesce fa diminuire la sua pienezza, così anche nell’anima: nella stessa misura in cui essa riversa il suo amore su cose illecite, necessariamente fa diminuire il suo amore verso Dio. GREGORIO NISSENO: Ora, nell’anima si distinguono tre facoltà. Una è la facoltà accrescitiva e nutritiva che si trova anche nelle piante; un’altra è relativa ai sensi ed è presente nella natura degli animali irrazionali; ma la facoltà perfetta è quella dell’anima razionale, che si riscontra nella natura umana. Perciò indicando il cuore significava la sostanza corporea, ossia nutritiva; indicando l’anima significava la sostanza mediana, ossia quella sensitiva; indicando poi la mente significava una natura più alta, cioè la potenza intellettiva e deliberativa. TEOFILATTO: Perciò qui si deve intendere che dobbiamo sottomettere ogni facoltà dell’anima all’amore divino, e questo in modo virile e non blandamente. Perciò soggiunge: con tutta la tua forza.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 10, lect. 8, v. 25)

   Beda. Dixerat supra Dominus, quod nomina eorum scripta sunt in caelis: unde, ut puto, occasionem tentandi Dominum legisperitus assumpsit; unde dicitur et ecce quidam legisperitus surrexit tentans illum. Cyrillus. Erant enim quidam verbosi circumeuntes totam regionem Iudaeorum, incusantes Christum et dicentes, quod praeceptum Moysi inutile diceret, ipse autem quasdam novas doctrinas promeret. Volens ergo legisperitus seducere Christum, ut aliquid contra Moysen loqueretur, adest tentans ipsum, magistrum vocans, doceri non patiens. Et quia Dominus solitus erat his qui veniebant ad eum, loqui de vita aeterna, utitur legisperitus eius eloquiis. Et quia tentabat astute, nihil aliud audit nisi quae per Moysen edita sunt; sequitur enim at ille dixit ad eum: in lege quid scriptum est? Quomodo legis? Ambrosius. Erat enim ex his qui sibi legisperiti videntur, qui verba legis tenent, vim legis ignorant: et ex ipso legis capitulo docet esse legis ignaros, probans quod in principio statim lex Patrem et Filium praedicaverit et incarnationis dominicae annuntiaverit sacramentum: sequitur enim ille respondens dixit: diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo et ex tota anima tua et ex omnibus viribus tuis et ex tota mente tua. Basilius. Quod dicitur tota mente tua, in cetera non recipit sectionem: nam quantamcumque dilectionem in infimis expenderis, hoc tibi necessario a toto deficiet. Sicut enim in vase aliquo pleno liquore, quantum emanat foras, tantum necesse est plenitudini derogari; sic et in anima, inquantum emanaverit ab ipsius dilectione ad illicita, intantum minui necessarium est amorem ad Deum. Gregorius Nyssenus. In tria autem quaedam animae vis discernitur. Haec enim est augmentativa solum et nutritiva, quae etiam in plantis reperitur; alia est quae sensualiter disponitur, quae salvatur in natura irrationalium animalium; perfecta autem vis animae est rationalis, quae in natura humana conspicitur. Dicendo ergo cor, substantiam corporalem significavit, scilicet nutritivam; dicendo vero animam, mediocrem, idest sensitivam; dicendo vero mentem, altiorem naturam, idest intellectivam et considerativam potentiam. Theophylactus. Hic igitur intelligendum est, quod oportet nos omnem virtutem animae amori divino subicere, et hoc viriliter, et non remisse; unde additur et ex omnibus viribus tuis.

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