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6 ottobre 27a Domenica del Tempo Ordinario

6 ottobre 27a Domenica del Tempo Ordinario
27/02/2019 elena

6 ottobre
27a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura
(Ab 1,2-3; 2, 2-4)

   Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese. Il Signore rispose e mi disse: «Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette, perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede».

Necessità della fede
in Cristo Salvatore

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 2, a. 7, corpo)

   Come si è detto sopra, appartiene propriamente ed essenzialmente all’oggetto della fede ciò che è indispensabile all’uomo per raggiungere la beatitudine. Ora, la via per cui gli uomini possono raggiungere la beatitudine è il mistero dell’incarnazione e della passione di Cristo, per cui in At 4,12 è detto: Non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati. Perciò era necessario che il mistero dell’incarnazione di Cristo fosse creduto in qualche modo da tutti in tutti i tempi, però in modo diverso secondo le diversità dei tempi e delle persone. –Prima del peccato infatti l’uomo ebbe la fede esplicita nell’incarnazione di Cristo in quanto questa era ordinata alla pienezza della gloria, ma non in quanto era ordinata a liberare dal peccato con la passione e con la risurrezione; poiché l’uomo non prevedeva il suo peccato. E si arguisce che prevedeva l’incarnazione di Cristo dalle parole che disse: Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, come è detto in Gen 2,24, parole queste che, secondo S. Paolo, significano il grande mistero esistente in Cristo e nella Chiesa (Ef 5,32). Ora, non è credibile che questo mistero sia stato ignorato dal primo uomo. – Dopo il peccato, poi, il mistero di Cristo fu creduto esplicitamente non solo quanto all’incarnazione, ma anche quanto alla passione e alla risurrezione, con le quali l’umanità è liberata dal peccato e dalla morte. Altrimenti [gli antichi] non avrebbero prefigurato la passione di Cristo con dei sacrifici, sia prima che dopo la promulgazione della legge. E di questi sacrifici i maggiorenti conoscevano il significato esplicitamente, mentre le persone semplici ne avevano una conoscenza velata, credendo che essi erano stati disposti da Dio in vista del Cristo venturo. Inoltre, come sopra si è detto [gli antichi] conobbero le cose che si riferivano al mistero di Cristo tanto più distintamente, quanto più furono vicini a Cristo. – Infine dopo la rivelazione della grazia tanto i maggiorenti quanto i semplici sono tenuti ad avere una fede esplicita riguardo ai misteri di Cristo; e specialmente riguardo a quelli che comunemente sono oggetto delle solennità della Chiesa e che sono pubblicamente proposti, come gli articoli sull’incarnazione, di cui si è già detto. Invece soltanto alcuni sono tenuti a credere le altre sottili considerazioni sugli articoli dell’incarnazione, in maniera più o meno esplicita secondo lo stato e le funzioni di ciascuno.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 2, a. 7, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut supra [a. 5; q. 1 a. 6 ad 1] dictum est, illud proprie et per se pertinet ad obiectum fidei per quod homo beatitudinem consequitur. Via autem hominibus veniendi ad beatitudinem est mysterium incarnationis et passionis Christi, dicitur enim Act. 4,12, non est aliud nomen datum hominibus in quo oporteat nos salvos fieri. Et ideo mysterium incarnationis Christi aliqualiter oportuit omni tempore esse creditum apud omnes, diversimode tamen secundum diversitatem temporum et personarum. – Nam ante statum peccati homo habuit explicitam fidem de Christi incarnatione secundum quod ordinabatur ad consummationem gloriae, non autem secundum quod ordinabatur ad liberationem a peccato per passionem et resurrectionem, quia homo non fuit praescius peccati futuri. Videtur autem incarnationis Christi praescius fuisse per hoc quod dixit, propter hoc relinquet homo patrem et matrem et adhaerebit uxori suae, ut habetur Gen. 2 [24]; et hoc apostolus, ad Ephes. 5 [32], dicit sacramentum magnum esse in Christo et Ecclesia; quod quidem sacramentum non est credibile primum hominem ignorasse. – Post peccatum autem fuit explicite creditum mysterium Christi non solum quantum ad incarnationem, sed etiam quantum ad passionem et resurrectionem, quibus humanum genus a peccato et morte liberatur. Aliter enim non praefigurassent Christi passionem quibusdam sacrificiis et ante legem et sub lege. Quorum quidem sacrificiorum significatum explicite maiores cognoscebant, minores autem sub velamine illorum sacrificiorum, credentes ea divinitus esse disposita de Christo venturo, quodammodo habebant velatam cognitionem. Et sicut supra [q. 1 a. 7] dictum est, ea quae ad mysteria Christi pertinent tanto distinctius cognoverunt quanto Christo propinquiores fuerunt. Post tempus autem gratiae revelatae tam maiores quam minores tenentur habere fidem explicitam de mysteriis Christi; praecipue quantum ad ea quae communiter in Ecclesia sollemnizantur et publice proponuntur, sicut sunt articuli incarnationis, de quibus supra [q. 1 a. 8] dictum est. Alias autem subtiles considerationes circa incarnationis articulos tenentur aliqui magis vel minus explicite credere secundum quod convenit statui et officio uniuscuiusque.

Seconda lettura
(2 Tm 1,6-8.13-14)

   Figlio mio, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza.
   Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.
   Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato.

Certezza della fede

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 4, a. 8, corpo)

   Come si è spiegato in precedenza, tra le virtù intellettuali due hanno per oggetto i contingenti, cioè la prudenza e l’arte. E queste quanto a certezza sono inferiori alla fede a motivo della materia, poiché la fede si occupa delle realtà eterne, che sono immutabili. – Invece le altre tre virtù intellettuali, cioè la sapienza, la scienza e l’intelletto, hanno per oggetto cose necessarie, come si è visto sopra. Si deve però notare che la sapienza, la scienza e l’intelletto possono essere prese in due sensi: come virtù intellettuali, e così fa il Filosofo nell’Etica, e come doni dello Spirito Santo. Quanto al primo senso, si deve tenere presente che la certezza si può essere considerata sotto due aspetti. Primo, dal lato delle cause che la determinano: e così è più certo ciò che ha una causa più sicura. E da questo lato la fede è più certa delle tre virtù ricordate: poiché la fede si fonda sulla verità divina, mentre esse si fondano sulla ragione umana. Secondo, la certezza può essere considerata dal lato del soggetto: e in questo senso è più certo ciò che l’intelletto umano raggiunge con maggiore pienezza. E da questo lato la fede è meno certa, poiché, mentre le realtà di fede trascendono l’intelletto umano, non lo trascendono le realtà soggette alle tre virtù ricordate. Siccome però ogni cosa viene giudicata in senso assoluto in base alla propria causa, mentre è giudicata solo in senso relativo dal lato del soggetto, si deve concludere che la fede è più certa in senso assoluto, mentre le altre virtù sono più certe in senso relativo, cioè rispetto a noi. E anche se consideriamo le tre cose indicate come doni [dello Spirito Santo] per la vita presente, si deve notare che esse stanno alla fede come al principio che ne è il presupposto. Per cui anche sotto questo aspetto la fede è più certa.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 4, a. 8, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut supra [I-II q. 57 a. 4 ad 2; a. 5 ad 3] dictum est, virtutum intellectualium duae sunt circa contingentia, scilicet prudentia et ars. Quibus praefertur fides in certitudine, ratione suae materiae, quia est de aeternis, quae non contingit aliter se habere. – Tres autem reliquae intellectuales virtutes, scilicet sapientia, scientia et intellectus, sunt de necessariis, ut supra [I-II q. 57 a. 5 ad 3] dictum est. Sed sciendum est quod sapientia, scientia et intellectus dupliciter dicuntur, uno modo, secundum quod ponuntur virtutes intellectuales a philosopho, in 6 Ethic. [3,1]; alio modo, secundum quod ponuntur dona Spiritus Sancti. Primo igitur modo, dicendum est quod certitudo potest considerari dupliciter. Uno modo, ex causa certitudinis, et sic dicitur esse certius illud quod habet certiorem causam. Et hoc modo fides est certior tribus praedictis, quia fides innititur veritati divinae, tria autem praedicta innituntur rationi humanae. Alio modo potest considerari certitudo ex parte subiecti, et sic dicitur esse certius quod plenius consequitur intellectus hominis. Et per hunc modum, quia ea quae sunt fidei sunt supra [I-II q. 62; a. 3] intellectum hominis, non autem ea quae subsunt tribus praedictis, ideo ex hac parte fides est minus certa. Sed quia unumquodque iudicatur simpliciter quidem secundum causam suam; secundum autem dispositionem quae est ex parte subiecti iudicatur secundum quid, inde est quod fides est simpliciter certior, sed alia sunt certiora secundum quid, scilicet quoad nos. Similiter etiam, si accipiantur tria praedicta secundum quod sunt dona praesentis vitae, comparantur ad fidem sicut ad principium quod praesupponunt. Unde etiam secundum hoc fides est eis certior.

Vangelo (Lc 17,5-10)

   In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
   Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
   Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
   Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Diversificazioni dell’unica fede

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 5, a. 4, corpo)

   Come si disse sopra, la grandezza di un abito si può essere desunta da due cose: dall’oggetto o dalla partecipazione del soggetto. Ora, l’oggetto della fede può essere considerato sotto due aspetti: primo, dal lato della ragione formale; secondo, dal lato delle verità materialmente proposte ai credenti. Ora, l’oggetto formale della fede è unico e semplice, non essendo altro che la prima verità, come sopra si è detto. Perciò da questo lato la fede non si diversifica nei credenti, ma è in tutti della medesima specie, come sopra si è detto. Invece le verità materialmente proposte a credere sono molteplici, e possono essere accolte in maniera più o meno esplicita. E sotto questo aspetto un uomo può credere esplicitamente più cose di un altro. Perciò in uno ci può essere una fede maggiore in ragione di una maggiore esplicitazione della fede. – Se invece si considera la fede dal lato della partecipazione del soggetto, allora ciò può accadere in due modi. Infatti l’atto della fede procede dall’intelletto e dalla volontà, come si è visto sopra. Perciò la fede in un uomo può essere maggiore: primo, per quanto riguarda l’intelletto, per una maggiore certezza e fermezza; secondo, per quanto riguarda la volontà, per una maggiore prontezza, devozione o fiducia.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 5, a. 4, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut supra [I-II q. 52 aa. 1-2; q. 112 a. 4] dictum est, quantitas habitus ex duobus attendi potest, uno modo, ex obiecto; alio modo, secundum participationem subiecti. Obiectum autem fidei potest dupliciter considerari, uno modo, secundum formalem rationem; alio modo, secundum ea quae materialiter credenda proponuntur. Formale autem obiectum fidei est unum et simplex scilicet veritas prima, ut supra [q. 1 a. 1] dictum est. Unde ex hac parte fides non diversificatur in credentibus, sed est una specie in omnibus, ut supra [q. 4 a. 6] dictum est. Sed ea quae materialiter credenda proponuntur sunt plura, et possunt accipi vel magis vel minus explicite. Et secundum hoc potest unus homo plura explicite credere quam alius. Et sic in uno potest esse maior fides secundum maiorem fidei explicationem. – Si vero consideretur fides secundum participationem subiecti, hoc contingit dupliciter. Nam actus fidei procedit et ex intellectu et ex voluntate, ut supra [a. 2; q. 1 a. 4; q. 2 a. 1 ad 3; a. 9; q. 4 aa. 1-2] dictum est. Potest ergo fides in aliquo dici maior uno modo ex parte intellectus, propter maiorem certitudinem et firmitatem, alio modo ex parte voluntatis, propter maiorem promptitudinem seu devotionem vel confidentiam.

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