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5 ottobre – sabato Tempo Ordinario – 26a Settimana

5 ottobre – sabato Tempo Ordinario – 26a Settimana
27/02/2019 elena

5 ottobre – sabato
Tempo Ordinario – 26a Settimana

Prima lettura
(Bar 4,5-12.27-29)

   Coraggio, popolo mio, tu, memoria d’Israele! Siete stati venduti alle nazioni non per essere annientati, ma perché avete fatto adirare Dio siete stati consegnati ai nemici. Avete irritato il vostro creatore, sacrificando a demòni e non a Dio. Avete dimenticato chi vi ha allevati, il Dio eterno, avete afflitto anche colei che vi ha nutriti, Gerusalemme. Essa ha visto piombare su di voi l’ira divina e ha esclamato: «Ascoltate, città vicine di Sion, Dio mi ha mandato un grande dolore. Ho visto, infatti, la schiavitù in cui l’Eterno ha condotto i miei figli e le mie figlie. Io li avevo nutriti con gioia e li ho lasciati andare con pianto e dolore. Nessuno goda di me nel vedermi vedova e abbandonata da molti; sono stata lasciata sola per i peccati dei miei figli, perché hanno deviato dalla legge di Dio». Coraggio, figli, gridate a Dio, poiché si ricorderà di voi colui che vi ha afflitti. Però, come pensaste di allontanarvi da Dio, così, ritornando, decuplicate lo zelo per ricercarlo; perché chi vi ha afflitto con tanti mali vi darà anche, con la vostra salvezza, una gioia perenne.

Sacrificare ai demòni

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 94, a. 1, corpo)

   Come si è già notato, è proprio della superstizione eccedere la giusta misura nel culto divino. E ciò avviene specialmente quando il culto viene prestato a colui al quale non va prestato. Ora, esso va prestato soltanto all’unico Dio sommo e increato, come si è detto sopra parlando della religione. Perciò è cosa superstiziosa prestare il culto divino a qualsiasi creatura. – Ora il culto divino, come veniva prestato a creature materiali e sensibili con segni sensibili, p. es. con sacrifici, giochi e altre cose del genere, così veniva prestato anche a creature rappresentate con forme e figure sensibili, denominate idoli. Tuttavia tale culto veniva prestato in vari modi. Infatti alcuni con arte diabolica costruivano delle immagini che per la virtù del demonio avevano speciali effetti: perciò essi pensavano che nelle immagini stesse ci fosse qualcosa di divino, tale da meritare onori divini. E questa, secondo S. Agostino, era l’opinione di Ermete Trismegisto. Altri invece prestavano il culto divino non alle immagini stesse, ma alle creature da esse rappresentate. E S. Paolo accenna a questi due atteggiamenti in Rm. Accennando al primo infatti egli dice: Hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili (1,23). E accennando al secondo aggiunge: Hanno venerato e adorato la creatura al posto del Creatore (25). – Tuttavia tra gli idolatri riscontriamo tre distinte opinioni. Alcuni pensavano che certi uomini, quali Giove, Mercurio ecc., di cui veneravano le immagini, fossero delle divinità. – Altri invece pensavano che tutto il mondo fosse un unico Dio, non per la sua parte materiale, ma per la sua anima, che essi ritenevano fosse la divinità – cioè come l’uomo è detto sapiente non per il corpo, ma per l’anima –, affermando quindi che Dio non sarebbe altro che «l’anima che con il moto e l’intelligenza governa il mondo». Perciò essi ritenevano che a tutto l’universo e a tutte le sue parti si dovesse prestare il culto divino, e quindi al cielo, all’aria, alle acque e così via. E a tali parti riferivano i nomi e le immagini dei loro dèi, come diceva Varrone, citato da S. Agostino. – Finalmente i Platonici pensavano che esistesse un unico Dio supremo, causa di tutte le cose; dopo del quale ammettevano l’esistenza di certe sostanze spirituali create dal Dio supremo, che essi denominavano dèi per una partecipazione della divinità, e che noi diremmo angeli; dopo di questi ponevano le anime dei corpi celesti, e sotto ancora i demoni, che affermavano essere animali aerei; sotto ancora infine ponevano le anime umane, che in base ai loro meriti pensavano dovessero essere aggregate al consorzio degli dèi o dei demoni. E a tutti questi esseri attribuivano onori divini, come riferisce S. Agostino. – Le due ultime opinioni rappresentano ciò che essi chiamavano la teologia fisica, che i filosofi approfondivano nello studio del cosmo e insegnavano nelle scuole. L’opinione invece che faceva capo al culto degli uomini si concretava nella cosiddetta teologia mitologica, che secondo le invenzioni dei poeti veniva rappresentata nei teatri. L’opinione infine che si rifaceva alle immagini costituiva la cosiddetta teologia civile, che dai pontefici era celebrata nei templi. – Ora, tutto ciò rientrava nella superstizione dell’idolatria. Da cui le parole di S. Agostino: «È superstizioso tutto ciò che è stato inventato dagli uomini nella fabbricazione e nel culto degli idoli, o allo scopo di venerare come Dio la creatura o qualche parte del creato».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 94, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut supra [q. 92 a. 1] dictum est, ad superstitionem pertinet excedere debitum modum divini cultus. Quod quidem praecipue fit quando divinus cultus exhibetur cui non debet exhiberi. Debet autem exhiberi soli summo Deo increato, ut supra [q. 81 a. 1] habitum est, cum de religione ageretur. Et ideo, cuicumque creaturae divinus cultus exhibeatur, superstitiosum est. – Huiusmodi autem cultus divinus, sicut creaturis sensibilibus exhibebatur per aliqua sensibilia signa, puta sacrificia, ludos et alia huiusmodi; ita etiam exhibebatur creaturae repraesentatae per aliquam sensibilem formam seu figuram, quae idolumdicitur. Diversimode tamen cultus divinus idolis exhibebatur. Quidam enim per quandam nefariam artem imagines quasdam construebant quae virtute daemonum aliquos certos effectus habebant, unde putabant in ipsis imaginibus esse aliquid divinitatis; et quod per consequens divinus cultus eis deberetur. Et haec fuit opinio Hermetis Trimegisti; ut Augustinus dicit, in 8 De civ. Dei. Alii vero non exhibebant cultum divinitatis ipsis imaginibus, sed creaturis quarum erant imagines. Et utrumque horum tangit apostolus, ad Rom. 1. Nam quantum ad primum, dicit [23], mutaverunt gloriam incorruptibilis Dei in similitudinem imaginis corruptibilis hominis, et volucrum et quadrupedum et serpentum. Quantum autem ad secundum, subdit [25], coluerunt et servierunt potius creaturae quam Creatori. – Horum tamen fuit triplex opinio. Quidam enim aestimabant quosdam homines deos fuisse, quos per eorum imagines colebant, sicut Iovem, Mercurium, et alios huiusmodi. – Quidam vero aestimabant totum mundum esse unum Deum, non propter corporalem substantiam, sed propter animam, quam Deum esse credebant, dicentes Deum nihil aliud esse quam animam motu et ratione mundum gubernantem; sicut et homo dicitur sapiens propter animam, non propter corpus. Unde putabant toti mundo, et omnibus partibus eius, esse cultum divinitatis exhibendum, caelo, aeri, aquae, et omnibus huiusmodi. Et ad haec referebant nomina et imagines suorum deorum, sicut Varro dicebat [In libris De antiquitatibus], et narrat Augustinus, 7 De civ. Dei. – Alii vero, scilicet Platonici, posuerunt unum esse summum Deum, causam omnium; post quem ponebant esse substantias quasdam spirituales a summo Deo creatas, quas deos nominabant, participatione scilicet divinitatis, nos autem eos angelos dicimus; post quos ponebant animas caelestium corporum; et sub his daemones, quos dicebant esse aerea quaedam animalia; et sub his ponebant animas hominum, quas per virtutis meritum ad deorum vel daemonum societatem assumi credebant. Et omnibus his cultum divinitatis exhibebant, ut Augustinus narrat, in 18 De civ. Dei. – Has autem duas ultimas opiniones dicebant pertinere ad physicam theologiam, quam philosophi considerabant in mundo, et docebant in scholis. Aliam vero, de cultu hominum, dicebant pertinere ad theologiam fabularem, quae secundum figmenta poetarum repraesentabatur in theatris. Aliam vero opinionem, de imaginibus, dicebant pertinere ad civilem theologiam, quae per pontifices celebrabatur in templis. – Omnia autem haec ad superstitionem idololatriae pertinebant. Unde Augustinus dicit, in 2 De doct. chr., superstitiosum est quidquid institutum ab hominibus est ad facienda et colenda idola pertinens, vel ad colendam sicut Deum creaturam partemve ullam creaturae.

Vangelo (Lc 10,17-24)

   In quel tempo, i settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

I vostri nomi sono scritti in cielo

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 10, lez. 5, v. 20)

   TITO: Siccome egli vedeva che la gioia della quale erano felici sapeva di vanagloria, infatti godevano come se fossero stati resi potenti e terribili per gli uomini e per i demòni, perciò il Signore soggiunge: Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi. BEDA: A loro viene proibito di godere per la sottomissione degli spiriti poiché essi sono carne; ed espellere gli spiriti o esercitare altri poteri talora non avviene per i meriti propri di chi opera, ma si compie attraverso l’invocazione del nome del Signore a condanna di coloro che invocano, oppure a vantaggio di coloro che vedono o ascoltano. CIRILLO: Perché, Signore, non permetti che gli uomini si rallegrino degli onori conferiti da te, quando sta scritto (Sal 88,17): «E nel tuo nome esultano tutto il giorno»? Ma il Signore li innalza verso una gioia superiore; per cui soggiunge: rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli. BEDA: Come se dicesse: non conviene che vi rallegriate dell’umiliazione del demonio, ma della vostra sublimazione. Però ciò va inteso in modo corretto, poiché sia che uno compia cose celesti oppure terrene, egli con ciò viene fissato per sempre, come se fosse marcato con lettere, nella memoria di Dio. TEOFILATTO: I nomi dei santi sono scritti nel libro della vita non con l’inchiostro, ma nella memoria di Dio e nella grazia. E certamente il demonio cade dall’alto, mentre gli uomini che esistono quaggiù sono iscritti nei cieli. BASILIO: Ci sono però alcuni che sono scritti non nella vita, ma, secondo Geremia, in terra; e da questo punto di vista ci può essere una doppia specie di registrazione: alcuni per la vita e altri per la perdizione. Ora, il detto del Sal 68,29: «Siano cancellati dal libro dei viventi» va inteso di coloro che erano stimati degni di venire registrati nel libro di Dio; e da questo punto di vista si dice che nell’iscrizione c’è stato un cambiamento, quando dalla virtù si cade nel peccato o viceversa.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 10, lect. 5, v. 20)

   Titus. Sed quia laetitia qua eos laetos videbat, inanem gloriam sapiebat: gaudebant enim quod quasi sublimes effecti, terribiles hominibus et daemonibus erant: ideo Dominus subiungit verumtamen in hoc nolite gaudere, quia spiritus subiciuntur vobis. Beda. De subiectione spirituum, cum caro sint, gaudere prohibentur: quia spiritus eicere, sicut et virtutes alias facere, interdum non est eius meriti qui operatur; sed invocatio nominis Christi hoc agit ad condemnationem eorum qui invocant, vel ad utilitatem eorum qui vident et audiunt. Cyrillus. Sed cur, Domine, non sinis laetari in honoribus a te collatis, cum scriptum sit (Ps. 88,17): in nomine tuo exultabunt tota die? Sed Dominus eos ad maius gaudium erigit; unde subdit gaudete autem quia nomina vestra scripta sunt in caelis. Beda. Quasi dicat: non oportet vos de daemonum humiliatione, sed de vestra sublimatione gaudere. Salubriter autem intelligendum est, quod sive caelestia, sive terrestria quis opera gesserit, per hoc quasi litteris annotatus apud Dei memoriam sit aeternaliter affixus. Theophylactus. Scripta sunt enim nomina sanctorum in libro vitae, non encausto, sed memoria Dei et gratia. Et diabolus quidem desuper cadit; homines vero inferius existentes superius ascribuntur in caelis. Basilius. Quidam autem sunt qui scribuntur quidem non in vita, sed, secundum Ieremiam, in terra; ut secundum hoc intelligatur duplex quaedam descriptio, horum quidem ad vitam, illorum ad perditionem. Quod autem dicitur (Ps. 68,29): deleantur de libro viventium, intelligitur de his qui digni putabantur in libro Dei conscribi; et secundum hoc fieri dicitur Scripturae mutatio, quando a virtute delabimur in peccatum, vel e contra.

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