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29 settembre 26a Domenica del Tempo Ordinario

29 settembre 26a Domenica del Tempo Ordinario
27/02/2019 elena

29 settembre
26a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura (Am 6,1a.4-7)

   Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali; bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti.

La gola e le sue conseguenze

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 148, a. 6, corpo)

   La gola ha per oggetto i piaceri smodati del mangiare e del bere. Vanno quindi poste tra le sue figlie quei vizi che derivano dal piacere disordinato del mangiare e del bere. Ora, questi vizi possono riguardare o l’anima o il corpo. L’anima può esserne colpita in quattro modi. Primo, rispetto alla ragione, il cui acume si ottunde per l’eccesso del mangiare e del bere. E così abbiamo tra le figlie della gola l’ottusità della mente nell’intendere, per i vapori dei cibi che salgono alla testa. Mentre al contrario l’astinenza aiuta a conoscere la sapienza, come è detto in Qo 2 [3]: Mi proposi nel mio cuore di tenere la mia carne lontana dal vino, per guidare la mia anima alla sapienza . Secondo, rispetto all’appetito, che in più modi può essere sconvolto dall’esagerazione nel mangiare e nel bere, per l’assopimento della ragione che ne abbandona il comando. Abbiamo così la sciocca allegria: poiché tutte le altre passioni disordinate sono indirizzate alla gioia o alla tristezza, come dice Aristotele. E a ciò corrispondono le parole di 3 Esd 3 [20]: Il vino volge tutte le menti alla sicurezza e all’allegria. Terzo, quanto al disordine delle parole. E allora abbiamo il multiloquio: poiché, secondo Gregorio, «se i golosi non fossero anche ciarlieri, il ricco epulone che pranzava lautamente ogni giorno non avrebbe sofferto tanta arsura nella lingua». Quarto, quanto al disordine degli atti. E così si parla di scurrilità, cioè di una certa buffoneria derivante da una deficienza della ragione la quale, come non può frenare le parole, così non può frenare i gesti esterni. Per cui a proposito di Ef 5 [4]: Insulsaggini o scurrilità…, la Glossa spiega: «La scurrilità, o buffoneria, è un’esuberanza che muove al riso». Sebbene questi due ultimi atteggiamenti si possano riferire entrambi alle parole: con le quali si può peccare o perché si parla troppo, cioè con il multiloquio, o perché si parla in modo disonesto, il che appartiene alla scurrilità . – Per quanto riguarda invece il corpo abbiamo l’immondezza, la quale può indicare o l’emissione ingiustificata di qualsiasi superfluità, o in particolare l’emissione del seme. Per cui, commentando Ef 5 [3]: Quanto alla fornicazione e a ogni specie di immondezza…, la Glossa spiega: «Cioè qualsiasi incontinenza che in qualsiasi modo appartenga alla libidine».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 148, a. 6, corpus)

   Respondeo dicendum quod, sicut dictum est [a. 1], gula proprie consistit circa immoderatam delectationem quae est in cibis et potibus. Et ideo illa vitia inter filias gulae computantur quae ex immoderata delectatione cibi et potus consequuntur. Quae quidem possunt accipi vel ex parte animae, vel ex parte corporis. Ex parte autem animae, quadrupliciter. Primo quidem, quantum ad rationem, cuius acies hebetatur ex immoderantia cibi et potus. Et quantum ad hoc, ponitur filia gulae hebetudo sensus circa intelligentiam, propter fumositates ciborum perturbantes caput. Sicut et e contrario abstinentia confert ad sapientiae perceptionem, secundum illud Eccle. 2 [3], cogitavi in corde meo abstrahere a vino carnem meam, ut animum meum transferrem ad sapientiam. Secundo, quantum ad appetitum, qui multipliciter deordinatur per immoderantiam cibi et potus, quasi sopito gubernaculo rationis. Et quantum ad hoc, ponitur inepta laetitia, quia omnes aliae inordinatae passiones ad laetitiam et tristitiam ordinantur, ut dicitur in 2 Ethic. [5,2]. Et hoc est quod dicitur 3 Esdrae 3 [20], quod vinum omnem mentem convertit in securitatem et iucunditatem. Tertio, quantum ad inordinatum verbum. Et sic ponitur multiloquium, quia, ut Gregorius dicit, in Pastor. [3,19], nisi gulae deditos immoderata loquacitas raperet, dives ille qui epulatus quotidie splendide dicitur, in lingua gravius non arderet. Quarto, quantum ad inordinatum actum. Et sic ponitur scurrilitas, idest iocularitas quaedam proveniens ex defectu rationis, quae, sicut non potest cohibere verba, ita non potest cohibere exteriores gestus. Unde Eph. 5 super illud [4], aut stultiloquium aut scurrilitas, dicit Glossa, quae a stultis curialitas dicitur, idest iocularitas, quae risum movere solet. Quamvis possit utrumque horum referri ad verba. In quibus contingit peccare vel ratione superfluitatis, quod pertinet ad multiloquium, vel ratione inhonestatis, quod pertinet ad scurrilitatem. – Ex parte autem corporis, ponitur immunditia. Quae potest attendi sive secundum inordinatam emissionem quarumcumque superfluitatum, vel specialiter quantum ad emissionem seminis. Unde super illud Eph. 5 [3], fornicatio autem et omnis immunditia etc., dicit Glossa, idest incontinentia pertinens ad libidinem quocumque modo.

Seconda lettura
(1 Tm 6,11-16)

   Tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni.
   Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio, il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo. A lui onore e potenza per sempre. Amen.

La buona battaglia della fede

San Tommaso
(Sulla prima lettera a Timoteo,
c. 6, lez. 2, v. 12, n. 25)

   258. Dice dunque: «Combatti la buona battaglia», cioè sull’esempio dei soldati, i quali combattono in due modi, ossia talvolta per difendere ciò che hanno, talvolta per conquistare ciò che non hanno; e ciò spetta ai santi.
   Primo, per custodire le cose che hanno, cioè la fede e le virtù, per cui dice: «della fede», ossia per custodire la fede. Sir 4,33: «Lotta sino alla morte per la giustizia …». Oppure «della fede», per evitare i peccati mediante la fede. 1 Gv 5,4: «Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo, la nostra fede». Oppure «della fede», cioè per convertire ad essa gli altri. E dice «buona», cioè un combattimento legittimo. 1 Cor 9,25: «Ogni atleta è temperante in tutto». È buono quando si astiene da ogni ostacolo. 2 Tm 4,7: «Ho combattuto la buona battaglia».
   Oppure, combatti la battaglia della fede. E per quale premio? Per raggiungere la vita eterna. 1 Cor 9,25: «Essi lo fanno per ottenere una corona corruttibile, noi invece una incorruttibile …».
   259. Poi, quando dice: «alla quale sei stato chiamato», presenta la ragione della frase: «cerca di raggiungere …». E anzitutto risponde a un’obiezione, come se dicesse: tu dici che devo raggiungere; ora, vorrei ma non posso. Ma certo che puoi, perché ti spetta di diritto, poiché «sei stato chiamato» ad essa da Dio, e dal re di quel regno. Perciò ti devi impegnare con tutte le tue forze. 1 Pt 2,9: «Egli vi ha chiamato dalle tenebre alla sua mirabile luce».
   In secondo luogo presenta un dovere; come se dicesse: combatti la buona battaglia, perché hai prestato il giuramento di farlo per cui non ti è lecito rifiutare. E così dice: «per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni»; cioè hai fatto professione di consacrarti alla buona battaglia quando sei stato ordinato vescovo. 1 Cor 9,16: «Guai a me se non predicassi il vangelo!…» perché «è un incarico che mi è stato affidato». Oppure «la bella professione», ossia predicando la fede per salvarla.

Testo latino di San Tommaso
(Super primam epistolam ad Timotheum,
c. 6, lect. 2, v. 12, n. 25)

   Dicit ergo certa bonum certamen, scilicet exemplo militum, qui dupliciter pugnant, scilicet quandoque ad defendendum quod habent, quandoque ad acquirendum non habita; et hoc imminet sanctis. Primum ut custodiant habita, scilicet fidem et virtutes; et ideo dicit fidei, id est, pro fide custodienda. Eccli. 4,33: usque ad mortem certa pro iustitia, et cetera. Vel fidei, ut per fidem vites peccata. 1 Io. ult.: haec est victoria, quae vincit mundum, fides nostra. Vel fidei, id est, ut alios ad eam convertas. Et dicit bonum, id est, legitimum certamen. 1 Cor. c. 9,25: omnis qui in agone contendit, ab omnibus se abstinet. Tunc est bonum quando abstinet se ab omnibus impedimentis. 2 Tim. c. 4,7: bonum certamen certavi. Secundo certant ad acquirendum quae non habent. Et haec est vita aeterna, quae acquiritur per pugnam. Matth. 11,12: regnum caelorum vim patitur, et violenti rapiunt illud. Et ideo dicit apprehende vitam aeternam, scilicet quasi tenens, tuo certamine vincas. Vel, certes certamen fidei. Et quo praemio? Ut apprehendas vitam aeternam. 1 Cor. c. 9,25: nos autem incorruptam, et cetera. Deinde cum dicit in quam vocatus es, rationem ponit huius dicti, scilicet apprehende, et cetera. Et primo respondet obiectioni, quasi dicat: dicis quod debeo apprehendere; vellem quidem, sed non possum. Immo potes, quia debetur tibi de iure, quia vocatus es in eam a Deo, et a rege illius regni. Et ideo debes conari potissime. 1 Petr. c. 2,9: de tenebris vos vocavit in admirabile lumen suum. Secundo proponit obligationem; quasi dicat: certa bonum certamen, quia dedisti iuramentum de hoc faciendo, et ideo non licet tibi repugnare. Unde dicit et confessus bonam confessionem coram multis testibus, id est, in consecratione bonum certamen professus es, quando ordinatus es in episcopum. 1 Cor. 9,16: nam si non evangelizavero, etc., usque dispensatio credita est mihi. Vel confessionem bonam, scilicet praedicando fidem, ut eam serves.

Vangelo (Lc 16,19-31)

   In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
   Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
   Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
   E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Dovere dell’elemosina

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 32, a. 5, corpo e soluzione 2)

   Essendo di precetto l’amore del prossimo, è necessario che siano di precetto tutte quelle azioni senza di cui non è possibile salvare tale amore. Ora, all’amore del prossimo non appartiene solo la benevolenza, ma anche la beneficenza, secondo l’espressione di 1 Gv 3 [18]: Non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità. D’altra parte, perché noi vogliamo e facciamo il bene di una persona si richiede che provvediamo alle sue necessità, il che si compie mediante l’elemosina. Perciò fare l’elemosina è di precetto. – Siccome però i precetti hanno per oggetto gli atti delle virtù, è necessario che l’elemosina ricada sotto il precetto in quanto i suoi atti sono indispensabili per la virtù, cioè in quanto sono richiesti dalla retta ragione. E questa esige che si abbiano presenti le circostanze, sia dalla parte di chi deve dare, sia dalla parte di chi deve ricevere l’elemosina. Dalla parte di chi la dà si deve badare che quanto viene erogato in elemosina sia il suo superfluo, secondo le parole di Lc 11 [41]: Ciò che è superfluo datelo ai poveri. E chiamo superfluo non solo ciò che è tale in rapporto a lui stesso, cioè che eccede le sue necessità individuali, ma che è tale anche in rapporto alle persone affidate alle sue cure: poiché è necessario che uno prima provveda a se stesso e a coloro che gli sono affidati (rispetto alle quali si parla di necessità personali, in quanto “persona” indica un certo onore), e con quello che avanza soccorra ai bisogni degli altri. Come anche la natura prima provvede a se stessa, per il sostentamento del proprio corpo, ciò che è necessario al compito della facoltà nutritiva; il superfluo invece lo eroga per la generazione di altri mediante la facoltà generativa. – Dalla parte poi di chi riceve si richiede che egli sia in necessità: altrimenti non avrebbe ragione di esigere l’elemosina. Ma poiché nessuno può provvedere da solo a tutti gli indigenti, non qualsiasi indigenza obbliga sotto precetto, ma soltanto quella che, se non è soddisfatta, lascia l’indigente in condizione di non potersi sostentare. Infatti in tal caso si avverano le parole di S. Ambrogio: «Da’ da mangiare a chi muore di fame. Se non lo nutri, tu l’hai ucciso». – Così dunque è di precetto fare elemosina quando si ha del superfluo; e quando si tratta di aiutare chi si trova in estrema necessità. Invece fare altre elemosine è di consiglio, come è di consiglio qualsiasi altro bene più perfetto.
   2. I beni temporali che uno riceve da Dio appartengono a ciascuno quanto alla proprietà, ma quanto all’uso non devono essere soltanto suoi, bensì anche degli altri, che possono essere sostentati da ciò che egli ha in sovrappiù. Scrive infatti S. Basilio: «Se tu dici che questi beni temporali ti sono venuti da Dio, pensi forse che Dio sia uno che distribuisce a noi le cose senza uguaglianza? Perché tu abbondi, e quello va mendicando, se non perché tu possa conseguire il merito dell’elargizione, e quegli sia arricchito col premio della pazienza? È dell’affamato il pane che tu conservi, è del nudo la veste che tieni sotto chiave, sono dello scalzo le scarpe che marciscono presso di te, è dell’indigente l’argento che tu possiedi sepolto. Insomma, tu commetti tante ingiustizie quante sono le cose che potresti dare». E la stessa cosa ripete S. Ambrogio, citato dal Decreto.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 32, a. 5, corpus e ad secundum)

   Respondeo dicendum quod cum dilectio proximi sit in praecepto, necesse est omnia illa cadere sub praecepto sine quibus dilectio proximi non conservatur. Ad dilectionem autem proximi pertinet ut proximo non solum velimus bonum, sed etiam operemur, secundum illud 1 Ioan. 3 [18], non diligamus verbo neque lingua, sed opere et veritate. Ad hoc autem quod velimus et operemur bonum alicuius requiritur quod eius necessitati subveniamus, quod fit per eleemosynarum largitionem. Et ideo eleemosynarum largitio est in praecepto. – Sed quia praecepta dantur de actibus virtutum, necesse est quod hoc modo donum eleemosynae cadat sub praecepto, secundum quod actus est de necessitate virtutis, scilicet secundum quod recta ratio requirit. Secundum quam est aliquid considerandum ex parte dantis; et aliquid ex parte eius cui est eleemosyna danda. Ex parte quidem dantis considerandum est ut id quod est in eleemosynas erogandum sit ei superfluum, secundum illud Luc. 11 [41], quod superest date eleemosynam. Et dico superfluum non solum respectu sui ipsius, quod est supra id quod est necessarium individuo; sed etiam respectu aliorum quorum cura sibi incumbit, quia prius oportet quod unusquisque sibi provideat et his quorum cura ei incumbit (respectu quorum dicitur necessarium personae secundum quod persona dignitatem importat), et postea de residuo aliorum necessitatibus subveniatur sicut et natura primo accipit sibi, ad sustentationem proprii corporis, quod est necessarium ministerio virtutis nutritivae; superfluum autem erogat ad generationem alterius per virtutem generativam. – Ex parte autem recipientis requiritur quod necessitatem habeat, alioquin non esset ratio quare eleemosyna ei daretur. Sed cum non possit ab aliquo uno omnibus necessitatem habentibus subveniri, non omnis necessitas obligat ad praeceptum, sed illa sola sine qua is qui necessitatem patitur sustentari non potest. In illo enim casu locum habet quod Ambrosius dicit, pasce fame morientem. Si non paveris, occidisti. – Sic igitur dare eleemosynam de superfluo est in praecepto; et dare eleemosynam ei qui est in extrema necessitate. Alias autem eleemosynam dare est in consilio, sicut et de quolibet meliori bono dantur consilia.
   Ad secundum dicendum quod bona temporalia, quae homini divinitus conferuntur, eius quidem sunt quantum ad proprietatem, sed quantum ad usum non solum debent esse eius, sed etiam aliorum, qui ex eis sustentari possunt ex eo quod ei superfluit. Unde Basilius dicit, si fateris ea tibi divinitus provenisse (scilicet temporalia bona) an iniustus est Deus inaequaliter res nobis distribuens? Cur tu abundas, ille vero mendicat, nisi ut tu bonae dispensationis merita consequaris, ille vero patientiae braviis decoretur? Est panis famelici quem tu tenes, nudi tunica quam in conclavi conservas, discalceati calceus qui penes te marcescit, indigentis argentum quod possides inhumatum. Quocirca tot iniuriaris quot dare valeres. Et hoc idem dicit Ambrosius, in Decret., dist. 47.

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