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19 settembre – giovedì Tempo Ordinario – 24a Settimana

19 settembre – giovedì Tempo Ordinario – 24a Settimana
25/02/2019 elena

19 settembre – giovedì
Tempo Ordinario – 24a Settimana

Prima lettura
(1 Tm 4,12-16)

   Figlio mio, nessuno disprezzi la tua giovane età, ma sii di esempio ai fedeli nel parlare, nel comportamento, nella carità, nella fede, nella purezza. In attesa del mio arrivo, dèdicati alla lettura, all’esortazione e all’insegnamento. Non trascurare il dono che è in te e che ti è stato conferito, mediante una parola profetica, con l’imposizione delle mani da parte dei presbìteri. Abbi cura di queste cose, dèdicati ad esse interamente, perché tutti vedano il tuo progresso. Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento e sii perseverante: così facendo, salverai te stesso e quelli che ti ascoltano.

Sii di esempio

San Tommaso
(Sulla prima lettera a Timoteo,
c. 4, lez. 3, v. 12, nn. 168-169)

   168. Un precetto ha efficacia solo attraverso l’autorità di chi comanda; perciò quando un’autorità viene disprezzata il precetto viene vanificato, e ciò accade soprattutto nell’adolescenza, perché si ritiene che i ragazzi non siano prudenti. Perciò secondo il Filosofo nessuno sceglie come capi i giovani. Per questo: «Nessuno disprezzi…», come se dicesse: sebbene tu sia ancora giovane, tuttavia i tuoi costumi mostrino maturità. Tb 1,4: «Ed ero ancora giovane».
   169. Poi mostra come si esclude il disprezzo dicendo: «ma sii esempio …», ossia presentati tale da fungere da esempio nel fare ciò che insegni con le parole.
   E bisogna osservare che nelle cose in cui il prelato deve fungere da esempio c’è una notevole differenza. Infatti alcune cose sono ordinate al prossimo, altre a Dio e altre ancora a se stessi. Riguardo al prossimo dice: «sii esempio ai fedeli», sicché ciò che comandi con le parole lo compia con le opere. 1 Pt 5,3: «facendovi modelli del gregge…». E questo nel parlare; perciò dice «nelle parole», ossia dev’essere ponderato, ordinato e circospetto. Col 4,6: «Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito di sapienza». 1 Pt 4,11: «Chi parla, lo faccia come con parole di Dio». Parimenti nel comportamento esteriore, sicché come eccelle in dignità, altrettanto nella condotta onesta. 1 Pt 2,12: «La vostra condotta tra i pagani sia irreprensibile …». Mt 5,16: «Perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli».
   Riguardo a Dio viene ordinato dalla carità, che rende perfetto il sentimento; perciò dice: «nella carità»; 1 Cor 13,1: «Se anche parlassi le lingue degli uomini …». Col 3,14: «Soprattutto avendo la carità».

Testo latino di San Tommaso
(Super primam epistolam ad Timotheum,

c. 4, lect. 3, v. 12, nn. 168-169)

   Praeceptum efficaciam non habet nisi per auctoritatem praecipientis, et ideo quando auctoritas contemnitur, praeceptum frustratur, quod maxime fit in adolescentia, quia tales non creduntur prudentes esse. Unde secundum philosophum, nemo iuvenes elegit duces. Et ideo dicit nemo, etc., quasi dicat: licet sis iuvenis, mores tamen repraesentent senectutem. Tob. 1,4: Cum esset iunior. Deinde ostendit quomodo excluditur contemptus, dicens sed esto, etc., ut scilicet talem exhibeas te ut sis exemplum faciendi quod verbo doces. Et notandum, quod in his in quibus praelatus est exemplum, est multiplex differentia. Quaedam enim ordinantur ad proximum, quaedam ad Deum, quaedam ad se. Quantum ad proximum dicit exemplum esto fidelium, ut scilicet quod verbo praecipis, impleas opere. 1 Petr. ult., 3: Forma facti gregis, et cetera. Et hoc in locutione; unde dicit in verbo, scilicet ponderato, ordinato, et circumspecto. Col. c. 4,6: Sermo vester semper in gratia sale sit conditus. 1 Petr. 4,11: Si quis loquitur, quasi sermones Dei. Item in conversatione exteriori, ut sicut excellit loco et dignitate, ita et honesta conversatione. 1 Petr. 2,12: Conversationem vestram inter gentes habentes bonam, et cetera. Matth. 5,16: Videant opera vestra bona, et glorificent Patrem vestrum qui in caelis est. Quantum ad Deum ordinatur charitate, quae perficit affectum; unde dicit in charitate. 1 Cor. 13,1: Si linguis hominum loquar, et cetera. Col. 3,14: Super omnia charitatem habentes. Item per fidem, quae illuminat intellectum; unde dicit in fide. Hebr. c. 11,6: Sine fide impossibile est placere Deo. Quod specialiter competit praelatis, qui sunt custodes fidei. Unde Lc. 22,32 specialiter Dominus orat pro fide Petri, dicens: ego pro te rogavi, Petre, ut non deficiat fides tua. Quantum ad se, vitam et mentem ordinat castitas, quia indecens est nimis, ut vita ministrorum discordet a vita Domini. Eccli. 10, v. 2: Secundum iudicem populi, sic et ministri eius. Christus autem sic castitatem dilexit, ut de virgine vellet nasci, et ipse eam servavit, ideo sequitur in castitate.

Vangelo (Lc 7,36-50)

   In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!». Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco». Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».

Il perdono dei peccati e la penitenza

San Tommaso
(S. Th. III, q. 86, a. 2, corpo)

   È impossibile che un peccato attuale mortale sia rimesso senza penitenza, se parliamo della penitenza virtù. Essendo infatti il peccato un’offesa di Dio, Dio rimette il peccato nel modo in cui perdona l’offesa commessa contro di lui. Ora, l’offesa si contrappone direttamente alla grazia: si dice infatti che si resta offesi riguardo a un altro per il fatto che lo si respinge dalla propria grazia. Ora, come si è spiegato nella Seconda Parte, fra la grazia di Dio e la grazia dell’uomo c’è questa differenza, che la grazia dell’uomo non causa, ma presuppone la bontà, vera o apparente, in colui che ne è l’oggetto, mentre la grazia di Dio causa la bontà in quest’ultimo, essendo il ben volere di Dio, implicito nel termine grazia, causa del bene della creatura. Può quindi capitare che un uomo perdoni l’offesa subita senza che l’offensore cambi il suo malvolere verso di lui, ma non può capitare che Dio perdoni l’offesa a qualcuno senza mutarne la volontà. Ora, l’offesa del peccato mortale deriva dal fatto che la volontà dell’uomo si è distolta da Dio volgendosi a un bene [temporale] commutabile. Quindi per la remissione dell’offesa di Dio si richiede che la volontà dell’uomo sia mutata in modo da convertirsi a Dio, detestando la perversione predetta e facendo il proposito di emendarsi. E ciò rientra nella natura della penitenza in quanto virtù. È quindi impossibile che a uno sia rimesso il peccato senza la penitenza virtù.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 86, a. 2, corpus)

   Respondeo dicendum quod impossibile est peccatum actuale mortale sine poenitentia remitti, loquendo de poenitentia quae est virtus. Cum enim peccatum sit Dei offensa, eo modo Deus peccatum remittit quo remittit offensam in se commissam. Offensa autem directe opponitur gratiae, ex hoc enim dicitur aliquis alteri esse offensus, quod repellit eum a gratia sua. Sicut autem habitum est in secunda parte [I-II q. 110 a. 1], hoc interest inter gratiam Dei et gratiam hominis, quod gratia hominis non causat, sed praesupponit bonitatem, veram vel apparentem, in homine grato, sed gratia Dei causat bonitatem in homine grato, eo quod bona voluntas Dei, quae in nomine gratiae intelligitur, est causa boni creati. Unde potest contingere quod homo remittat offensam qua offensus est alicui, absque aliqua immutatione voluntatis eius, non autem potest contingere quod Deus remittat offensam alicui absque immutatione voluntatis eius. Offensa autem peccati mortalis procedit ex hoc quod voluntas hominis est aversa a Deo per conversionem ad aliquod bonum commutabile. Unde requiritur ad remissionem divinae offensae quod voluntas hominis sic immutetur quod convertatur ad Deum, cum detestatione praedictae conversionis et proposito emendae. Quod pertinet ad rationem poenitentiae secundum quod est virtus. Et ideo impossibile est quod peccatum alicui remittatur sine poenitentia secundum quod est virtus.

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