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17 settembre – martedì Tempo Ordinario – 24a Settimana

17 settembre – martedì Tempo Ordinario – 24a Settimana
25/02/2019 elena

17 settembre – martedì
Tempo Ordinario – 24a Settimana

Prima lettura (1 Tm 3,1-13)

   Figlio mio, questa parola è degna di fede: se uno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro. Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola donna, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia guidare bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi e rispettosi, perché, se uno non sa guidare la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio? Inoltre non sia un convertito da poco tempo, perché, accecato dall’orgoglio, non cada nella stessa condanna del diavolo. È necessario che egli goda buona stima presso quelli che sono fuori della comunità, per non cadere in discredito e nelle insidie del demonio. Allo stesso modo i diaconi siano persone degne e sincere nel parlare, moderati nell’uso del vino e non avidi di guadagni disonesti, e conservino il mistero della fede in una coscienza pura. Perciò siano prima sottoposti a una prova e poi, se trovati irreprensibili, siano ammessi al loro servizio. Allo stesso modo le donne siano persone degne, non maldicenti, sobrie, fedeli in tutto. I diaconi siano mariti di una sola donna e capaci di guidare bene i figli e le proprie famiglie. Coloro infatti che avranno esercitato bene il loro ministero, si acquisteranno un grado degno di onore e un grande coraggio nella fede in Cristo Gesù.

Desiderare l’episcopato?

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 185, a. 1, corpo)

   Nell’episcopato si possono distinguere tre cose. La prima, che è principale e ha valore di fine, è il ministero proprio del vescovo, che mira all’utilità del prossimo, secondo le parole di Gv 21 [17]: Pasci le mie pecorelle. La seconda è l’altezza della dignità, essendo il vescovo superiore agli altri, come è detto in Mt 24 [25]: Il servo fidato e prudente, che il Signore ha costituito sopra la sua famiglia. La terza cosa poi deriva dalle due precedenti, ed è il rispetto e l’onore, con l’abbondanza dei beni terreni, secondo le parole di 1 Tm 5 [17]: I presbiteri che esercitano bene la presidenza siano trattati con doppio onore. – Desiderare quindi l’episcopato per questi ultimi beni accessori è chiaramente illecito, ed è effetto della cupidigia e dell’ambizione. Per cui contro i Farisei il Signore dice: Amano i posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche essere chiamati rabbì dalla gente (Mt 23,6). – Desiderarlo poi per la seconda cosa, cioè per l’eccellenza del grado, è un atto di presunzione. Così infatti il Signore rimprovera i discepoli che cercavano i primi posti: Voi sapete che i capi delle nazioni dominano su di esse (Mt 20,25); e il Crisostomo spiega: «Egli vuole mostrare che bramare i primi posti è da pagani; e così, paragonandoli ai Pagani, volge altrove gli ardori della loro anima». – Desiderare invece di giovare al prossimo, di per sé è una cosa lodevole e virtuosa. Siccome però il ministero episcopale implica l’eccellenza del grado, sembra un atto di presunzione desiderare il superiorato al fine di giovare ai sudditi senza esservi costretti da un’evidente necessità: per cui S. Gregorio scrive che «era una cosa lodevole desiderare l’episcopato quando con esso si dovevano senza dubbio affrontare i più gravi supplizi», e quindi non era facile trovare chi si assumesse quel peso; [il che è lodevole] soprattutto quando non si è mossi se non dallo zelo della carità infusa da Dio, come nel caso di Isaia, «il quale desiderò lodevolmente l’ufficio di predicare allo scopo di giovare al prossimo». Tuttavia si può desiderare senza presunzione di compiere tali opere qualora capitasse di essere in quel dato ufficio, oppure desiderare di essere degni di eseguire tali opere, in modo cioè da desiderare non la preminenza della dignità, ma l’opera buona. Da cui le parole del Crisostomo: «Desiderare le opere buone è una cosa buona, ma bramare un primato di onore è vanità. Poiché il primato suddetto cerca coloro che lo fuggono, e fugge coloro che lo cercano».

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 185, a. 1, corpus)

   Respondeo dicendum quod in episcopatu tria possunt considerari. Quorum unum est principale et finale, scilicet episcopalis operatio, per quam utilitati proximorum intendit, secundum illud Ioan. 21 [17], pasce oves meas. Aliud autem est altitudo gradus, quia episcopus super alios constituitur, secundum illud Matth. 24 [45], fidelis servus et prudens, quem constituit dominus super familiam suam. Tertium autem est quod consequenter se habet ad ista, scilicet reverentia et honor, et sufficientia temporalium, secundum illud 1 ad Tim. 5 [17], qui bene praesunt presbyteri, duplici honore digni habeantur. – Appetere igitur episcopatum ratione huiusmodi circumstantium bonorum, manifestum est quod est illicitum, et pertinet ad cupiditatem vel ambitionem. Unde contra Pharisaeos Dominus dicit, Matth. 23 [6-7], amant primos accubitus in cenis et primas cathedras in synagogis, salutationes in foro, et vocari ab hominibus, Rabbi. Quantum autem ad secundum, scilicet ad celsitudinem gradus, appetere episcopatum est praesumptuosum. Unde Dominus, Matth. 20 [25], arguit discipulos primatum quaerentes, dicens, scitis quia principes gentium dominantur eorum, ubi Chrysostomus dicit quod per hoc ostendit quod gentile est primatus cupere; et sic gentium comparatione eorum animam aestuantem convertit. – Sed appetere proximis prodesse est secundum se laudabile et virtuosum. Verum quia, prout est episcopalis actus, habet annexam gradus celsitudinem, praesumptuosum videtur quod aliquis praeesse appetat ad hoc quod subditis prosit, nisi manifesta necessitate imminente, sicut Gregorius dicit, in Pastor., quod tunc laudabile erat episcopatum quaerere, quando per hunc quemque dubium non erat ad supplicia graviora pervenire, unde non de facili inveniebatur qui hoc onus assumeret; praesertim cum aliquis caritatis zelo divinitus ad hoc incitatur, sicut Gregorius dicit, in Pastor., quod Isaias, prodesse proximis cupiens, laudabiliter officium praedicationis appetiit. Potest tamen absque praesumptione quilibet appetere talia opera facere, si eum contingeret in tali officio esse; vel etiam se esse dignum ad talia opera exequenda, ita quod opus bonum cadat sub desiderio, non autem primatus dignitatis. Unde Chrysostomus dicit, super Matth., opus quidem desiderare bonum, bonum est, primatum autem honoris concupiscere vanitas est. Primatus enim fugientem se desiderat, desiderantem se horret.

Vangelo (Lc 7,11-17)

   In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre. Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

La vedova di Nain

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 7, lez. 2, vv. 11-13a)

   CIRILLO: Il Signore aggiunge un miracolo all’altro, e nel caso precedente arriva dopo essere stato chiamato, mentre qui giunge non chiamato. Per cui si dice: In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain. BEDA: Nain è una città della Galilea a due miglia dal monte Tabor. Per volontà di Dio una grande folla accompagnava il Signore, affinché ci fossero molti testimoni di un miracolo così grande. Perciò prosegue: e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla. GREGORIO NISSENO: La prova della risurrezione ci fu data non tanto dalle parole quanto dalle opere del Signore, il quale, cominciando i suoi miracoli con quelli minori, abituò la nostra fede a quelli più grandi. In primo luogo, nella malattia incurabile del servo del Centurione, egli dà il via al suo potere sulla risurrezione; successivamente, con un potere più grande, conduce gli uomini alla fede nella risurrezione, quando risuscita il figlio della vedova che veniva portato al sepolcro; per cui segue: Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova. Infatti qualcuno dirà del servo del Centurione che non era sul punto di morire; ora, affinché costui freni la sua lingua temeraria, l’Evangelista spiega che il giovane che Cristo incontrò era già morto; infatti continua: unico figlio di una madre rimasta vedova, e molta gente della città era con lei. Egli ci mostra la grandezza della disgrazia con poche parole. La madre era vedova, e non poteva sperare di generare altri figli; non aveva qualcuno su cui appoggiarsi al posto del figlio defunto; questo solo aveva allattato; egli solo poteva provvedere alla casa; tutto ciò che per una madre era dolce e prezioso era riposto in lui. CIRILLO: Una passione straziante, che poteva ben indurre la pianto e alle lacrime. Per cui segue: Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: Non piangere! BEDA: Come se dicesse: desisti dal piangere come morto colui che vedrai subito risorgere vivo. CRISOSTOMO: Ora, chi consola gli afflitti ci comanda di consolarci dalla perdita dei nostri defunti, sperando nella loro risurrezione. Dunque la vita che incontra la morte ferma la bara; perciò prosegue: Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. CIRILLO: Non opera il miracolo solo con la parola, ma anche tocca il feretro, perché tu sappia che il corpo di Cristo è uno strumento efficace per la salvezza dell’uomo: infatti è il corpo della vita, la carne del Verbo onnipotente, del quale possiede il potere; come infatti il ferro unito al fuoco compie il lavoro del fuoco, così, dopo che la carne è stata unita al Verbo che vivifica tutto, diviene anch’essa vivificatrice e scaccia la morte.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 7, lect. 2, vv. 11-13a)

   Cyrillus. Mira Dominus miris annectit; et supra quidem accersitus occurrit, hic vero non vocatus accedit; unde dicitur et factum est, deinceps ibat in civitatem quae vocatur Naim. Beda. Naim est civitas Galilaeae in secundo milliario montis Thabor. Divino autem nutu multa turba Dominum comitatur, ut multi essent tanti miraculi testes; unde sequitur et ibant cum illo discipuli eius et turba copiosa. Gregorius Nyssenus. Resurrectionis autem experimentum non ita verbis sicut operibus a salvatore didicimus, qui ab inferioribus inchoans opus miraculi, fidem nostram assuefacit ad maiora. Primo quidem in aegritudine desperata servi centurionis, resurrectionis incepit potestatem; post haec altiori potestate ducit homines ad fidem resurrectionis, dum suscitavit filium viduae, qui ferebatur ad monumentum; unde sequitur cum autem appropinquaret portae civitatis, ecce defunctus efferebatur filius unicus matris suae. Diceret enim aliquis de puero centurionis, quod moriturus non erat: ut igitur temerariam linguam compesceret, iam defuncto iuveni Christum obviare fatetur unico filio viduae; nam sequitur et haec vidua erat, et turba civitatis multa cum illa. Aerumnae molem brevibus verbis explicuit. Mater vidua erat, et non sperabat ulterius filios procreare; non habebat in quem aspectum dirigeret vice defuncti; hunc solum lactaverat, solus aderat alacritatis causa in domo; quicquid matri dulce ac pretiosum, hic solus extiterat. Cyrillus. Miseranda passio, et ad fletum et lacrymas potens provocare. Unde sequitur quam cum vidisset Dominus, misericordia motus super eam, dixit illi: noli flere. Beda. Quasi dicat: desiste quasi mortuum flere, quem mox vivum resurgere videbis. Chrysostomus. Iubens autem cessare a lacrymis qui consolatur moestos, monet nos praesentibus defunctis consolationem recipere, resurrectionem sperantes. Tenet autem feretrum vita obvians morti; unde sequitur et accessit, et tetigit loculum; hi autem qui portabant steterunt. Cyrillus in Ioannem. Ideo autem non solo verbo peragit miraculum, sed et feretrum tangit, ut cognoscas efficax esse sacrum Christi corpus ad humanam salutem: est enim corpus vitae, et caro Verbi omnipotentis, cuius habet virtutem: sicut enim ferrum adiunctum igni perficit opus ignis, sic postquam caro unita est Verbo quod vivificat omnia, ipsa quoque facta est vivificativa, et mortis expulsiva.

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