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15 settembre 24a Domenica del Tempo Ordinario

15 settembre 24a Domenica del Tempo Ordinario
25/02/2019 elena

15 settembre
24a Domenica del Tempo Ordinario

Prima lettura
(Es 32,7-11.13-14)

   In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”».
   Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervìce. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione».
   Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”».
   Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.

Gravità dell’idolatria

San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 94, a. 3, corpo)

   La gravità di un peccato può essere considerata da due punti di vista. Primo, in base al peccato in se stesso. E da questo lato il peccato più grave è quello dell’idolatria. Come infatti in uno stato di questo mondo il delitto più grave consiste nell’attribuire onori regali a chi non ha la dignità regale, poiché ciò di per sé turba tutto l’ordine dello stato, così tra i peccati che si commettono contro Dio, e che pertanto sono i più gravi, il più grave sembra essere quello di attribuire a una creatura onori divini: poiché questo gesto di per sé costruisce un altro dio nel mondo, menomando il primato divino. – Secondo, la gravità di un peccato può essere considerata in base alle condizioni soggettive di chi pecca: e così si dice che la colpa di chi pecca scientemente è più grave di quella di chi pecca per ignoranza. E sotto questo aspetto nulla impedisce che pecchino più gravemente gli eretici, i quali scientemente corrompono la fede ricevuta, che gli idolatri, i quali peccano per ignoranza. E così pure anche altri peccati possono essere più gravi perché commessi con maggiore disprezzo.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. II-II, q. 94, a. 3, corpus)

   Respondeo dicendum quod gravitas alicuius peccati potest attendi dupliciter. Uno modo, ex parte ipsius peccati. Et sic peccatum idololatriae est gravissimum. Sicut enim in terrena republica gravissimum esse videtur quod aliquis honorem regium alteri impendat quam vero regi, quia quantum in se est, totum reipublicae perturbat ordinem; ita in peccatis quae contra Deum committuntur, quae tamen sunt maxima, gravissimum esse videtur quod aliquis honorem divinum creaturae impendat, quia quantum est in se, facit alium deum in mundo, minuens principatum divinum. – Alio modo potest attendi gravitas peccati ex parte peccantis, sicut dicitur esse gravius peccatum eius qui peccat scienter quam eius qui peccat ignoranter. Et secundum hoc nihil prohibet gravius peccare haereticos, qui scienter corrumpunt fidem quam acceperunt, quam idololatras ignoranter peccantes. Et similiter etiam aliqua alia peccata possunt esse maiora propter maiorem contemptum peccantis.

Seconda lettura
(1 Tm 1,12-17)

   Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato assieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù.
   Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna.
   Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

I requisiti dei ministri del Vangelo

San Tommaso
(Sulla prima lettera ai Timoteo,
c. 1, lez. 3, v. 12, n. 32)

   32. Perché qualcuno sia ministro del vangelo si richiedono tre cose. Primo, la commissione. Rm 10,15: «E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? …». Secondo, l’idoneità, cioè l’essere fedeli, 1 Cor 4,2: «Quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele». Terzo, che si sia forti nel perseverare.
   E pone questi tre elementi nell’ordine inverso, cioè pone anzitutto il terzo dicendo: «colui che mi ha reso forte …», così da perseverare nell’ufficio affidatomi. Ez 3,14: «La mano del Signore era su di me per darmi forza». Il secondo lo pone là dove dice: «mi ha giudicato degno di fiducia …». Mt 24,45: «Il servo fidato e prudente che il padrone ha preposto ai suoi domestici». E questo perché cercava solo le cose che erano di Dio. Mostra infine il primo elemento quando dice: «al suo servizio», cioè affidandomi questo ministero. At 13,2: «Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati». 2 Cor 11,23: «Sono ministri di Cristo? Anch’io».

Testo latino di San Tommaso
(Super primam epistolam ad Timotheum,
c. 1, lect. 3, v. 12, n. 32)

   Sed ad hoc quod aliquis sit minister Evangelii, tria requiruntur. Primo quod sibi committatur. Rom. 10,15: quomodo praedicabunt, nisi mittantur, et cetera. Secundo idoneitas, id est, ut sit fidelis. 1 Cor. 4,2: hic iam quaeritur inter dispensatores, ut fidelis quis inveniatur. Item ut sit fortis ad prosequendum. Et haec tria ponit ordine retrogrado, et primo tertium, dicens qui me confortavit, etc., scilicet ad prosequendum officium iniunctum. Ez. 3,14: manus Domini erat mecum confortans me. Secundum ponit ibi quia fidelem me, et cetera. Matth. 24,45: fidelis servus et prudens, quem constituit Dominus super familiam suam. Et hoc quia quaerebat solum quae Dei erant. Primum vero ostendit, cum dicit in ministerio, id est, committens mihi ministerium hoc. Act. 13,2: segregate mihi Barnabam et Saulum in opus ad quod assumpsi eos. 2 Cor. 11,23: ministri Christi sunt? Et ego.

Vangelo (Lc 15,1-32)

   In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
   Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
   Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».
   Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
   Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
   Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Vi sarà gioia nel cielo

San Tommaso
(Catena aurea sul Vangelo di S. Luca,
c. 15, lez. 1, v. 7)

   AMBROGIO: Ora gli Angeli, poiché sono razionali, non a torto si rallegrano della redenzione degli uomini; per cui segue: Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di penitenza. Che ciò serva come incentivo alla bontà, qualora si creda che la propria conversione è gradita all’assemblea degli Angeli, il cui favore si dovrebbe ricercare e l’offesa temere. GREGORIO: Si dice che in cielo ci sarà più gioia per un peccatore convertito che per i giusti perseveranti, poiché frequentemente quelli che sanno di non essere oppressi dalla mole dei peccati si trovano certamente sulla via della giustizia, ma non sono per nulla anelanti alla patria celeste, e per lo più rimangono pigri nel compiere opere buone, poiché sono sicuri di non aver commesso peccati gravi. Per contro, talora, quanti si ricordano di certe mancanze che hanno commesso, compunti da un sincero dolore, ardono di amore verso Dio, e poiché sanno di essersi allontanati da lui, riparano i danni precedenti con i guadagni successivi. Per questo c’è più gioia in cielo, poiché anche il condottiero di una battaglia ama maggiormente quel soldato che, dopo essersi dato alla fuga, tornato indietro combatte fortemente contro il nemico, piuttosto che colui che non ha mai voltato le spalle, e tuttavia non ha mai fatto nulla di valoroso. Così il contadino ama di più quella terra che dopo le spine produce frutti ubertosi, piuttosto che quella che non ha mai avuto spine, ma non produce mai un raccolto abbondante. Allo stesso tempo però, dobbiamo sapere che ci sono molti giusti nella cui vita c’è una gioia così grande che a loro non si può anteporre alcuna penitenza dei peccatori. Dal che posiamo dedurre quale grande gioia arrechi a Dio l’umile pianto di un giusto, se in cielo si produce gioia quando un peccatore condanna con la penitenza il male che ha fatto.

Testo latino di San Tommaso
(Catena aurea Super Lucam,

c. 15, lect. 1, v. 7)

   Ambrosius. Angeli autem, quoniam sunt rationales, non immerito hominum redemptione laetantur; unde sequitur dico vobis, quod ita gaudium erit in caelo super uno peccatore poenitentiam agente, quam supra nonaginta novem iustis, qui non indigent poenitentia. Hoc proficiat ad incentiva probitatis, si unusquisque conversionem suam gratam fore credat coetibus Angelorum, quorum aut affectare patrocinium, aut vereri debet offensam. Gregorius. Plus autem de conversis peccatoribus quam de stantibus iustis in caelo gaudium esse fatetur; quia plerumque hi qui nullis se oppressos peccatorum molibus sciunt, stant quidem in via iustitiae, sed tamen ad caelestem patriam anxie non anhelant, et plerumque pigri remanent ad exercenda bona praecipua, quia securi sibi sunt quod nulla commiserint mala graviora: at contra nonnunquam hi qui se aliqua illicita egisse meminerunt, ex ipso suo dolore compuncti, ad amorem Dei inardescunt, et quia errasse se a Deo considerant, damna praecedentia lucris sequentibus recompensant. Maius ergo gaudium fit in caelo, quia et dux in praelio plus eum militem diligit qui post fugam reversus hostem fortiter premit, quam eum qui numquam terga praebuit, et numquam aliquid fortiter fecit. Sic agricola illam amplius terram amat quae post spinas uberes fructus profert, quam eam quae numquam spinas habuit, et numquam fertilem messem producit. Sed inter haec sciendum est, quia sunt plerique iusti, in quorum vita tantum est gaudium, ut eis quaelibet peccatorum poenitentia praeponi nullatenus possit. Hinc ergo colligendum quantum Deo gaudium faciat quando humiliter plangit iustus, si facit in caelo gaudium quando hoc quod male gessit, per poenitentiam damnat iniustus.

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