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14 settembre – sabato Esaltazione della Santa Croce

14 settembre – sabato Esaltazione della Santa Croce
25/02/2019 elena

14 settembre – sabato
Esaltazione della Santa Croce

Prima lettura (Nm 21,4b-9)

   In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero». Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì. Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.

Il serpente di bronzo

San Tommaso
(4 Sent., dist. 1, a. 1, soluzione 3)

   3. Sebbene il serpente di bronzo fosse il segno di una cosa sacra consacrante, non tuttavia in quanto è consacrante in atto: poiché non veniva usato affinché fosse ricevuto qualche effetto di santificazione, ma solo l’effetto di una cura esteriore, e lo stesso si dica dell’immagine della croce, che viene posta soltanto a rappresentare.

Testo latino di San Tommaso
(4 Sent., dist. 1, a. 1, ad tertium)

   Ad tertium dicendum, quod quamvis serpens aeneus esset signum rei sacrae sacrantis, non tamen inquantum sacrans est actu: quia non ad hoc adhibebatur ut aliquis sanctificationis effectus perciperetur; sed solum effectus exterioris curationis; et similis est ratio de imagine crucis, quae ponitur tantum ad repraesentandum.

Seconda lettura (Fil 2,6-11)

   Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

Umiliazione ed esaltazione di Cristo

San Tommaso
(S. Th. III, q. 49, a. 6, corpo)

   Il merito implica una certa uguaglianza di giustizia, per cui anche S. Paolo dice: A chi lavora, il salario viene calcolato come debito (Rm 4,4). Ora, quando uno per un ingiusto volere si arroga più di quanto gli spetta, è giusto che gli venga sottratto anche ciò che gli era dovuto, per cui chi ruba una pecora ne renderà quattro (Es 22,1). E in questo caso si parla di merito, in quanto la cattiva volontà viene in tal modo punita. Così dunque, anche quando uno con una giusta volontà toglie a se stesso ciò che gli era dovuto, merita che gli sia restituito in sovrappiù, quale mercede della sua giusta volontà. Ed è per questo che chi si umilia sarà esaltato (Lc 14,11). – Ora, Cristo nella sua passione umiliò se stesso al di sotto della propria dignità in quattro modi. Primo, soffrendo la passione e la morte, che a lui non erano dovute. Secondo, accettando l’umiliazione del luogo: poiché il suo corpo fu posto nel sepolcro e la sua anima discese agli inferi. Terzo, sopportando insulti e derisioni. Quarto, lasciandosi consegnare agli umani poteri, secondo le parole da lui rivolte a Pilato: Tu non avresti alcun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto (Gv 19,11). – Egli perciò con la sua passione meritò l’esaltazione in quattro modi. Primo, quando alla sua risurrezione gloriosa. Per cui è detto nel Sal 138 [2]: Tu hai conosciuto la mia prostrazione, ossia l’umiliazione della mia passione, e la mia risurrezione. Secondo, quando alla sua ascensione al cielo. Per cui è detto: Discese prima nelle parti inferiori della terra: ma colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli (Ef 4,9). Terzo, quanto all’innalzamento alla destra del Padre e alla manifestazione della sua divinità, secondo le parole di Is 52 [13]: Sarà onorato, esaltato e molto innalzato: come molti si erano stupiti che il suo aspetto fosse senza gloria tra gli uomini. E in Fil 2 [8] è detto: Si è fatto obbediente fino alla morte, e alla morte di croce: per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra ogni altro nome; ha fatto cioè che fosse da tutti chiamato Dio, e che tutti gli prestassero ossequio come a Dio. Da cui le parole che seguono [10]: Perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra. Quarto, quanto al potere di giudicare. E ciò secondo le parole di Gb 36 [17]: La tua causa è stata giudicata come quella di un empio: sarà affidata a te la causa e il giudizio.

Testo latino di San Tommaso
(S. Th. III, q. 49, a. 6, corpus)

   Respondeo dicendum quod meritum importat quandam aequalitatem iustitiae, unde apostolus dicit [Rom. 4,4], ei qui operatur, merces imputatur secundum debitum. Cum autem aliquis ex sua iniusta voluntate sibi attribuit plus quam debeatur, iustum est ut diminuatur etiam quantum ad id quod sibi debebatur, sicut, cum furatur quis unam ovem, reddet quatuor, ut dicitur Ex. 22 [1]. Et hoc dicitur mereri, inquantum per hoc punitur cuius est iniqua voluntas. Ita etiam, cum aliquis sibi ex iusta voluntate subtrahit quod debebat habere, meretur ut sibi amplius aliquid superaddatur, quasi merces iustae voluntatis. Et inde est quod, sicut dicitur Luc. 14 [11], qui se humiliat, exaltabitur. – Christus autem in sua passione seipsum humiliavit infra suam dignitatem, quantum ad quatuor. Primo quidem, quantum ad passionem et mortem, cuius debitor non erat. Secundo, quantum ad locum, quia corpus eius positum est in sepulcro, anima in inferno. Tertio, quantum ad confusionem et opprobria quae sustinuit. Quarto, quantum ad hoc quod est traditus humanae potestati, secundum quod ipse dicit Pilato, Ioan. 19 [11], non haberes in me potestatem, nisi datum tibi fuisset desuper. – Et ideo per suam passionem meruit exaltationem quantum ad quatuor. Primo quidem, quantum ad resurrectionem gloriosam. Unde dicitur in Psalmo [138,2], tu cognovisti sessionem meam, idest humilitatem meae passionis, et resurrectionem meam. Secundo, quantum ad ascensionem in caelum. Unde dicitur Eph. 4 [9-10], descendit primo in inferiores partes terrae, qui autem descendit, ipse est et qui ascendit super omnes caelos. Tertio, quantum ad consessum paternae dexterae, et manifestationem divinitatis ipsius, secundum illud Isaiae 52 [13-14], exaltabitur et elevabitur, et sublimis erit valde, sicut obstupuerunt super eum multi, sic inglorius erit inter viros aspectus eius. Et Phil. 2 [8-9] dicitur, factus est obediens usque ad mortem, mortem autem crucis, propter quod et Deus exaltavit illum, et dedit illi nomen quod est super omne nomen, ut scilicet ab omnibus nominetur Deus, et omnes sibi reverentiam exhibeant sicut Deo. Et hoc est quod subditur, ut in nomine Iesu omne genu flectatur, caelestium, terrestrium et infernorum. Quarto, quantum ad iudiciariam potestatem. Dicitur enim Iob 36 [17], causa tua quasi impii iudicata est, iudicium causamque recipies.

Vangelo (Gv 3,13-17)

   In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Dio ha tanto amato il mondo

San Tommaso
(Sul Vangelo di S. Giovanni,
c. 3, lez. 3, I, v. 16)

   v. 16. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito, perché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna.
   Si deve notare che la causa di tutti i nostri beni è il Signore e l’amore di Dio. Amare infatti è propriamente volere del bene a qualcuno. Poiché dunque la volontà di Dio è la causa delle cose, il bene deriva a noi per il fatto che egli ci ama. E certamente l’amore di Dio è causa del bene naturale. Infatti in Sap 11,25 si legge: «Tu ami tutte le cose esistenti…». Inoltre è causa del bene della grazia, come si accenna in quel passo di Geremia (31,3): «Ti ho amato di un amore eterno; per questo ti ho attratto a me pieno di compassione», cioè mediante la grazia. Ma che sia anche il donatore del bene della gloria procede da una carità oltremodo grande.
   Per questo nel presente passo mostra che tale carità è di somma grandezza per quattro motivi. Primo, per la persona che ama; poiché colui che ama è Dio, e ama immensamente. Di qui l’espressione: Dio ha tanto amato… il che richiama il testo del Deuteronomio (33,3): «Certo egli ama i popoli: tutti i suoi santi sono nelle sue mani». Secondo, per la condizione dell’amato: poiché l’amato è l’uomo mondano e corporeo, ossia peccatore. Come dice l’Apostolo (Rm 5,8-10): «Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del suo Figlio». Ecco perché il testo parla di mondo. Terzo, per la grandezza dei doni: poiché l’amore si dimostra col dono; come dice infatti san Gregorio, «prova dell’amore è la prestazione dell’opera». Ora, Dio ci ha fatto il dono più grande donandoci il suo Figlio Unigenito. Di qui l’espressione: … da dare il suo Figlio Unigenito. Come dice san Paolo (Rm 8,32), «Dio non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi»
   E parla del Figlio suo, cioè naturale e consostanziale, non adottivo; come invece intende fare il Salmo 81,6: «Io ho detto: voi siete dèi». E da ciò si rileva l’errore di Ario: poiché se il Figlio di Dio fosse una creatura, come egli diceva, non si potrebbe dimostrare l’immensità dell’amore di Dio mediante il dono di un bene infinito, che nessuna creatura potrebbe avere. E usa qui il termine «Unigenito» per indicare che Dio non ha un amore diviso in più figli, ma tutto concentrato nel Figlio; che però egli ha dato appunto per mostrare l’immensità del suo amore. In seguito dirà (infra, 5,20): «Il Padre ama il Figlio, e gli manifesta tutto». Quarto, dalla grandezza del frutto; poiché per mezzo di lui abbiamo la vita eterna. Di qui la frase … perché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna. Vita che egli ci ha acquistato con la morte di croce.
   Ma forse che Dio lo ha dato proprio perché morisse sulla croce? Lo ha dato certamente per la morte sulla croce in quanto diede a lui la volontà di soffrire in essa. E ciò in due maniere. Primo, perché in quanto Figlio di Dio ebbe dall’eternità la volontà d’incarnarsi e di soffrire per noi; e questa volontà la ebbe dal Padre. Secondo, perché la volontà di patire fu ispirata nell’anima di Cristo da Dio stesso.
   Nota che il Signore nel passo precedente (v. 13) parlando della sua discesa dal cielo, che compete a Cristo per la sua divinità, si era denominato Figlio dell’uomo; e ciò a motivo dell’unità di supposito esistente per le due nature, come sopra abbiamo spiegato. Perciò gli attributi divini si possono predicare del supposito di natura umana, e le cose umane si possono predicare del supposito di natura divina, però non secondo l’identica natura, ma le cose divine secondo la natura divina, e le cose umane secondo la natura umana. Ora, la causa speciale per denominarsi qui Figlio di Dio, sta nel fatto che qui egli volle proporre questo dono come un segno dell’amore divino, per il quale proviene a noi il frutto della vita eterna. Perciò egli qui doveva essere denominato con quel nome, che indica la virtù di produrre la vita eterna: e ciò spetta a Cristo non in quanto Figlio dell’uomo, ma in quanto Figlio di Dio. Ed è in tal senso che si esprime san Giovanni nella sua Prima Lettera (5,20): «Egli è il vero Dio e la vita eterna». E all’inizio del suo Vangelo aveva detto: «In lui era la vita» (Gv 1,4).
   Da notare poi l’espressione: non perisca. Si dice infatti che perisce ciò a cui viene impedito di raggiungere il fine al quale era ordinato. Ora, l’uomo è ordinato al fine che è la vita eterna; e finché è nel peccato si allontana dal fine suddetto. Pur non essendo del tutto perduto finché è in vita, così da non poter essere ricuperato; se però muore nel peccato, perisce del tutto. Sal 1,7: «La via degli empi finirà in perdizione».
   Con l’espressione poi: abbia la vita eterna, si indica l’immensità dell’amore di Dio; infatti nel dare la vita eterna egli dà se stesso, poiché la vita eterna non è altro che il godimento di Dio. Ora, dare se stessi è indizio di grande amore, come nota l’Apostolo (Ef 2,4 ss.): «Dio, ricco di misericordia, ci ha fatti rivivere in Cristo», ossia ci ha fatto avere la vita eterna.

Testo latino di San Tommaso
(Super Ioannem, c. 3, lect. 3, I, v. 16)

   Notandum est autem, quod omnium bonorum nostrorum causa est Dominus et divinus amor. Amare enim proprie est velle alicui bonum. Cum ergo voluntas Dei sit causa rerum, ex hoc provenit nobis bonum, quia Deus amat nos. Et quidem amor Dei est causa boni naturae; Sap. 11,25: diligis omnia quae sunt, et cetera. Item est causa boni gratiae; Ier. 31,3: in caritate perpetua dilexi te, ideo attraxi te, scilicet per gratiam. Sed quod sit etiam dator boni gloriae, procedit ex magna caritate. Et ideo ostendit hic, hanc Dei caritatem esse maximam ex quatuor. Primo namque ex persona amantis, quia Deus est qui diligit, et immense; et ideo dicit sic Deus dilexit; Deut. 33,3: dilexit populos: omnes sancti in manu illius sunt. Secundo ex conditione amati, quia homo est qui diligitur, mundanus scilicet, corporeus, idest in peccatis existens; Rom. 5,10: commendat Deus suam caritatem in nobis: quoniam cum adhuc inimici essemus, reconciliati sumus Deo per mortem Filii eius. Et ideo dicit mundum. Tertio ex magnitudine munerum: nam dilectio ostenditur per donum, quia, ut dicit Gregorius, probatio dilectionis, exhibitio operis est. Deus autem maximum donum nobis dedit, quia Filium suum unigenitum; et ideo dicit ut Filium suum unigenitum daret; Rom. 8,32: proprio Filio suo non pepercit, sed pro nobis omnibus tradidit illum. Et dicit suum, idest filium naturalem, sibi consubstantialem, non adoptivum: de quibus in Ps. 81,6: ego dixi, dii estis. Et per hoc patet falsitas Arii: quia si Filius Dei esset creatura, ut ipse dicebat, non posset in eo ostendi immensitas divini amoris, per susceptionem infinitae bonitatis, quam nulla creatura recipere potest. Dicit etiam unigenitum, ut ostendat Deum non divisum amorem habere ad plures filios, sed totum in Filio, quem dedit ad comprobandum immensitatem sui amoris; infra 5,20: Pater diligit Filium, et omnia demonstrat ei. Quarto ex fructus magnitudine, quia per eum habemus vitam aeternam, unde dicit ut omnis qui credit in eum, non pereat, sed habeat vitam aeternam: quam acquisivit nobis per mortem crucis. Sed numquid ad hoc dedit eum ut moreretur in cruce? Dedit quidem eum ad mortem crucis, inquantum dedit voluntatem patiendi in ea: et hoc dupliciter. Primo quia inquantum Filius Dei ab aeterno habuit voluntatem assumendi carnem, et patiendi pro nobis, et hanc voluntatem habuit a Patre. Secundo vero quia animae Christi inspirata est a Deo voluntas patiendi. Nota autem, quod Dominus supra loquens de descensu qui competit Christo secundum divinitatem, nominavit eum Filium hominis; et hoc est ratione unius suppositi in duabus naturis, sicut supra dictum est. Et ideo divina possunt praedicari de supposito humanae naturae, et humana de supposito divinae, non tamen secundum eamdem naturam; sed divina secundum divinam naturam, et humana secundum humanam. Specialis autem causa quare hic nominavit eum Filium Dei est quia ipse proposuit donum istud in signum divini amoris, per quem provenit nobis fructus vitae aeternae. Tali ergo nomine nominandus erat, cui competeret indicare virtutem factivam vitae aeternae, quae non est in Christo inquantum Filius hominis, sed inquantum Filius Dei; 1 Io. ult., 20: hic est verus Deus, et vita aeterna; supra 1,4: in ipso vita erat. Sed nota, quod dicit non pereat. Perire namque dicitur aliquid quod impeditur ne perveniat ad finem ad quem ordinatur. Homo autem ordinatur ad finem, qui est vita aeterna; et quamdiu peccat, avertit se ab ipso fine. Et licet dum vivit omnino non pereat ita quod non possit restaurari, tamen quando moritur in peccato, tunc perit omnino; Ps. 1,6: iter impiorum peribit. In hoc autem quod dicit habeat vitam aeternam, indicatur divini amoris immensitas: nam dando vitam aeternam, dat seipsum. Nam vita aeterna nihil aliud est quam frui Deo. Dare autem seipsum, magni amoris est indicium; Eph. 2,5: Deus autem, qui dives est in misericordia, convivificavit nos in Christo, idest fecit nos habere vitam aeternam.

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